Tigli

Nerinda Hysa

Nerinda Hysa

Le case con slanci primaverili
si svegliarono
dalla fanghiglia forestiera…

Il praticello è libero
così come le farfalle…

Si corre…
Oasi ci attendono
alle soglie del mare…

I bimbi si colmano di fiori
Nei piccoli fusti
Posando coroncine sulle chiome levigate

La mia sera

Nerinda Hysa

Nerinda Hysa

Questa è la mia sera

profonda

che respira

nel mio silenzio

Il cielo scuro,

teso,

senza stelle

il mare silvestre, intoccabile

e rigoglioso

La melodia raminga alle sponde

della cervella infastidite

Un aroma di nostalgia

veleggia

nello spazio serale

È una notte

fuggita

che non so da dove arrivi.

Essa mi sta

Di fronte ed io

A lei

Fo fronte

Nelle buie sponde

Degli animi ebri

I nostri contorni

S’elevano uno sull’altro.

L’incontro

Migjeni

Migjeni

O donna che t’incontrai il giorno della mia fortunata disgrazia
Con le paure e gli occhi del più cupo colore
Mi sentii della stessa sensazione,
vittima, come te
O donna che c’incontrammo il giorno della nostra fortunata disgrazia
Cuore a cuore, faccia a faccia
I sensi fusi in una dolce sintonia
Amaro pianto di nostalgia…
Cosi, in mezzo alla strada, vendemmo il nostro cuore
alla gente che di noi solo si burlò.
E soddisfatta andò via, compiaciuta per aver appreso
l’intimo segreto della nostra vita.
E noi due, di un dolore sincero soffrendo
Con il cuore in gola come due bambini
Persi in lontani paesi, nella notte buia…
O donna che c’incontrammo il giorno della fortunata disgrazia.

La Montagna da prendere a pugni

Migjeni

Migjeni

Nel mio paese sventolano ovunque bandiere di una triste
alioia…

… e essuo può dire
che qui un popolo vive che qualcosa di nuovo sta costruendo.

Sulla soglia di ogni casa dove un segno di vita appare sventola una bandiera di triste malinconia.
MIGJENI A TORINO, Castello del Valentino

Versi Liberi

Migjeni

Migjeni

Giorno dopo giorno declinano gli dei e sfumano le loro immagini negli anni e nei secoli e nessuno ora sa più chi sia dio, chi sia uomo.
Nel ervello dell’uoo dio si è raihiato
e con la mano si batte le tempia per il rimorso
e, pieo d’ira, gridado si hiede:

Che osa ai ho reato?

E l’uaità o sa più
se dio sia una sua creatura o se sia lei creatura di dio,
a s’aorge he è folle
meditare su un idolo che non risponde.

Due generazioni

Martin Camaj

Martin Camaj

Mio padre era
uomo di triste figura
albero d’ulivo senza foglie
ma con frutti neri ad ogni ramo.

Il suo verbo riecheggiava in noi
fragorosamente
quasi fosse l’ululato di un lupo
famelico solo tra rocce.

Mio fratello ebbe
a prendere il suo posto,
mio fratello scalzo
– vento baio all’orizzonte.

Soffia al fuoco in autunno
a pieni polmoni
e ogni scintilla gli dà un figlio maschio.

Elegia Prim

Martin Camaj

Martin Camaj

Quando io sarò sfinito
dalle fatiche degli anni ripidi come rocce
non stare o Taze in pena, per me
steso su tavole di morte
agnello pronto al sacrificio.
Lascia che le vecchie piangano su me quel giorno
i loro morti, di vecchia data.

Un’ultima volontà, o donna:
quando morì mio padre, abbattemmo due buoi
per saziare gli affamati e le formiche dei campi
con briciole di pane.
Ma io morirò tra gente sempre
sazia,
per questo nei miei pranzi offrite
solo caffé amaro.

Racconto Semplice

Martin Camaj

Martin Camaj

Vorrei volare sulle alpi coi piccioni
dissi a mio fratello il sanguigno.
“Non è cosa per noi!”
Non m’hai compreso, gli dissi, voglio darmi allo studio.
“Il latino – disse – non fa per noi:
impara prima la lingua del serpente!”

Mio fratello il sanguigno
a sei anni sapeva piantare al volo la lesina
in terra,
a dieci – tre spanne sulla testa il coltello
nel tronco novello. Una volta scrutato
la mia mente ne convenne e disse:
“Siam due mani per una sola testa: spartiamoci i doveri:
a me la spada – a te la penna!”