Al Poeta

BILAL XHAFERRI

BILAL XHAFERRI

Tu sei fiorito nella stagione dei rubli,
Mentre noi altri mangiamo il fango delle paludi,
Tu vai per le vie di Mosca intontando serenate
Alle Natasce, le Tatiane, le Katjenche,
Quando noi ci prendiamo le pallottole delle mitraglie.
Col velluto delle tue poesie copiate
Tu osanni dei boia gli stivali,
Stivali pesanti con chiodi insanguinati
Che hanno calpestato i nostri volti massacrati.
Tu venivi dai salotti dell’aristocrazia rossa,
Venivi da “Dasma” di gloria ubriaco,
Io venivo spedito dal cuore del popolo,
Venivo dal funerale di mio padre fucilato,
Venivo dalla sepoltura della patria libertà.

Ci scontrammo al buio,
Come due nubi, in una notte di tempesta,
Ma sappiamo bene tutti che il bersaglio
Della mia furia non eri tu:
Io mi scontrai con la tirannia là
Gettai la mia vita tra le grinfie dei lupi
E con la mia morte faccia a faccia mi guardai.

Spesso a notte fonda

GEZIM HAJDARI

GEZIM HAJDARI

Spesso a notte fonda
entra una strana voce nella mia stanza,
giunge sempre alla stessa ora
dal profondo di un pozzo scuro.

Siede accanto al mio letto
cupa e minacciosa.
Quante volte mi sono svegliato
in ansia e spavento.

«Non ti spaventare fanciullo –
mi ripete ogni volta al buio –
le ombre che ti si affacciano nei sogni,
non sono che chimere.

Vivrai a lungo da guerriero
tra vipere e corvi.
Per compagni di viaggio avrai
solo spine e pietre.

Vai avanti per la tua strada,
non dar retta ai finti oracoli.
Il tuo seme di contadino
inciderà sul fango albanese.»

Poi si dilegua nel buio
del fondo del pozzo scuro,
per tornare ogni notte alla stessa ora
più cupa e minacciosa.

Ballata Came

Astrit Cani

Astrit Cani

L’arcobaleno, come un saluto lacrimante
d’addio,
scomparve dietro le lontananze,
sulle creste delle fiamme,
nella pioggia.
Dietro le lontananze scomparve infiammata
la Çamëria
e tutte le nostre strade portano a nord.
Romba il vento mediterraneo sulle terre
antiche d’Epiro
sulle care terre nostrane
degli avi.
Solo i fulmini pasciono i pascoli abbandonati.
Gli oliveti non raccolti rombano come onde
nelle riviera.
E dovunque la terra dei çamë,
di nubi ricoperta,
geme soffocata in lacrime e sangue,
sfollata,
terra senza dio.
Le pallottole ci mostrano il cammino
ci illuminano la via di fiamme, che hanno
inghiottito la terra intera.

Alle nostre spalle la bufera sbatte le porte sfondate delle case.
E le vie si disperdono disperando verso nord.
Noi, popolo migrante, arranchiamo nella pioggia…
Addio, Çamëri!

Dov’è la luna piena

GEZIM HAJDARI

GEZIM HAJDARI

Dov’è la luna piena
gli stormi dei colombi bianchi ?
Solo piogge e fango
mi circondano.

Tacciono le pietre sulla strada,
trema l’erbamara nei prati.
Sotto il cielo sempre cupo
alberi nudi, orfani.

Non più tra i sentieri
fischi lontani e suoni.
I sogni giovanili sono fuggiti
negli abissi degli anni.

Nulla è rimasto
nei luoghi natali di allora.
Tutto è svanito
e ricoperto dal buio.

Compleanno in cella

Visar Zhiti

Visar Zhiti

Secondo giorno d’inverno
è il mio compleanno.

Ho compiuto 27 anni
la poesia è la prostituta
che mi denunciò ai poliziotti.
La cella, vagone assurdo di un treno
precipita
precipita.

Si sono vivo, ma che destino il mio
quando anche le pacifiche ali degli uccelli
mi sembrano lame di coltelli.
Mi arrestarono perché avevo pensieri proibiti,
avevo scritto versi ermetici.

Ma più ermeticamente mi hanno rinchiuso
eppure parlano di libertà di pensiero.
La testa china
abat jour stanco
con la lampada bruciata.

Anna Frank
sul mio petto potrà riposare,
felice piangerà, afflitta sorriderà.
Sì, sì, sarà così
perché non inutilmente
ho compiuto (dopo la morte) 27 anni.

Laccio

Eirna Pavle Coku

Eirna Pavle Coku

Le mura di città poggiano sugli alberi a capo chino
sperse in afflizione
gravide di anni,
di stagioni che stentano a venire,
di stagioni che stentano ad andare.

Gelate in corpo nel tuo osso gli alberi,

Gli alberi, alberi, alberi,
dal corpo malleabile
verso i desideri che ho di te,
verso le strade mie senza te.

E i ramoscelli azzurri avviziscono,
assaporando i tuoi pensieri
che mi si infondono
nei miei viaggi rumorosi, strani
con il gusto del tuo labbro,
col colorito del tuo viso,
spesso turbato da fantasticherie.

I tuoi lineamenti viandanti
hanno caduchi rami
e parole fatte carne nell’ultima linfa
che scorre nelle vene
accaldata,
come certi scongiuri inarticolati
e nascosti del tutto dietro l’inverno…

Caro paesaggio
che nella nebbia ti fletti,
ricordi di figura con radici nell’osso
ti sei imbronciato in un angolo
a mo’ di laccio.

Versi Liberi

Migjeni

Migjeni

Giorno dopo giorno declinano gli dei e sfumano le loro immagini negli anni e nei secoli e nessuno ora sa più chi sia dio, chi sia uomo.
Nel ervello dell’uoo dio si è raihiato
e con la mano si batte le tempia per il rimorso
e, pieo d’ira, gridado si hiede:

Che osa ai ho reato?

E l’uaità o sa più
se dio sia una sua creatura o se sia lei creatura di dio,
a s’aorge he è folle
meditare su un idolo che non risponde.

Bambino, altalena

Julian Zhara

Julian Zhara

Lo scricchiolio dell’altalena che fisso
dal vetro d’ufficio, di foglie seccate
affogate in attesa del vento e sacchi
vuoti di biscotti e patate – ieri era festa.
Nel parco c’è ancora un bambino da solo
che scava la sabbia, la ruota non gira,
sembra immobile il tutto, incantato – nell’ieri ,
di ieri soltanto lattine schiacciate di coca
e avanzi, gli unici fischi lamenti risate suonano
distanti, le insegue il profumo di spezie e pane
sfornato, il bambino non alza gli occhi,
misura la terra, chissà cosa cerca, da ore.
Lo vado a trovare finito il turno, gli chiedo
hai freddo, lui tace e continua a scavare,
il lampione è lontano, due dossi ai lati,
la terra è nera, soltanto qualche vermetto
riflette la luce arancione, i fanali delle auto
proiettano le ombre sul parco,
le invitano al gioco, del resto il silenzio.
Il suo ansimare, mi taccio, lo osservo,
si placa, si volta, mi fissa, mi ci specchio,
lo riconosco: il bambino pare sia io;
mi dice, questa è la fossa, adesso decidi
chi di noi due la deve calzare giocando al morto –
non io, non io.
Julian Zhara (Durazzo, 1986), inedito

Nulla albeggia

GEZIM HAJDARI

GEZIM HAJDARI

Nulla albeggia
sul volto del tempo.

Come una pelle nera
la notte balcanica.

Nell’abisso della valle
polvere i miei desideri,
cenere le mie stagioni.

Cosa cerco
in cima alla collina
di un paese tormentato
e di ubriachi?

Fuori, nel giardino,
il vento fa cadere le cotogne nel fango
come brutti sogni.