La Storia

NIKOLA VAPTZAROV

NIKOLA VAPTZAROV

Che cosa ci offri, o storia,
dalle tue gialle pagine?
Noi eravamo gente oscura,
uomini delle fabbriche e degli uffici.

Eravamo contadini con addosso
puzza di cipolla e di sudore
e sotto i baffi spioventi
imprecavamo contro la vita.

Ci sarà almeno riconosciuto
d’averti saziata d’eventi
e abbeverata con abbondanza
nel sangue di migliaia di morti?

Tu traccerai soltanto i contorni,
ma la sostanza, lo so, resterà esclusa:
nessuno racconterà
il nostro povero dramma umano.

I poeti saranno tutti presi
a scrivere rime di propaganda,
ma la nostra angoscia non scritta
vagherà solitaria nello spazio.

È stata una vita da descrivere
la nostra? Una vita da evocare?
A frugarvi, quale tanfo,
quale velenosa esalazione!

Siamo venuti al mondo in un campo,
al riparo d’una siepe
e le madri giacevano nell’erba bagnata
mordendosi le labbra inaridite.

D’autunno morivamo come le mosche
e le donne urlavano nel giorno dei morti,
poi mutavano il lamento in un canto
che solo gli sterpi ascoltavano.

Quelli di noi che restarono,
intrisi di triste sudore,
fecero qualunque mestiere
come animali da fatica.

Dicevano i vecchi in casa:
«Così era, così è, così sarà…»
E noi sputavamo furibondi
su quella loro stupida saggezza.

Rabbiosi lasciavamo la tavola
e correvamo all’aperto, dove,
una speranza ci sfiorava
con un alito di luce.

Quanto abbiamo aspettato in angoscia
nelle bettole soffocanti!
Andavamo a dormire a notte alta
dopo gli ultimi bollettini.

Come ci illudevano le speranze!
Ma su di noi pesava un cielo basso,
fischiava un vento di fuoco…
Non ne posso più, basta, non voglio!

Nei tuoi grossi volumi,
tra le lettere, sotto le righe,
urlerà la nostra sofferenza,
con volto ostile guarderà.

Poiché, implacabile, la vita
ci colpì col suo duro pugno
sulla bocca affamata,
il nostro linguaggio s’è fatto aspro.

I versi che noi scriviamo
nella notte, invece di dormire,
non hanno profumo,
ma sono scarni e aggressivi.

Non vogliamo un premio per i nostri tormenti,
le nostre immagini mai giungeranno
sino ai tuoi massicci volumi
accumulati, nei secoli.

Ma tu almeno racconta con parole semplici
alle genti di domani,
destinate a darci il cambio,