Verso di Standset Airport

Lorenzo Mandalis

 

Lorenzo Mandalis

 

Si arriva ad un’altra riva.
La fatica è poca. Nessuna
divinità ci è stata avversa.
O almeno così credo.
Di ciclopi, non se n’è visti.
Di cariddi, neppure l’ombra.
Una fascetta sì, l’abbiamo ricevuta al check-in,
ma non nel bel mezzo di una tempesta
e soprattutto non da uno smergo.
Insomma, il parallelo con l’Odissea non regge.
Uno poi s’immagina l’isola dei Feaci
con alte scogliere insormontabili…
qui c’è un lucido pavimento grigio
innocuo, facilmente percorribile,
interminabili tapis roulant.
Segnali divini del tutto assenti.
L’unica indicazione taciuta
è che ogni cosa anonima
di questi lunghi corridoi
ti spinge all’uscita
ti dice che non puoi non essere
troppo a lungo.
Tutti abbiamo una gran fretta
d’arrivare per primi alle dogane.
Una gran fretta d’identificarci
di avere direzioni da prendere.
Nessuno dirà Nessuno, nasconderà
il proprio nome dopo le avversità
e i dolori. Ecco il passaporto.
Sono io quello.
Le porte si aprono.
C’è una gran nebbia
sulla riva di corvi e brina.
Già non si vede dove si va,
già è l’ora d’accendere le lanterne.

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