Appartenenza

Lorenzo Mandalis

 

Lorenzo Mandalis

 

La terra umida e secca. Non è casa.
I filari d’aceri. I salici. I pochi
cipressi. I ruderi. I canali verdi.
Il cielo che si cala su un orizzonte
di trattori, fienili, e ombre curve.
Gli occhi di lucciola, le zolle
ferite dall’unghia. I canti sperduti
delle bocche di grano al rincasare
dalle fatiche. La cantilena del grillo
che addormenta come un acufene
pulsante ogni sera – ogni notte –
e apre a nuovi campi, a nuove vite,
ai sogni delle spighe.
Non sono, tutte queste cose,
la mia casa. E anche queste parole
pesanti, divelte da un vomere
che sbatte sulla pietra… non credo
mi appartengano. Ci sono storie
comuni, architetture affini,
lingue simili, ma ho capito
che sei più solo nelle somiglianze.
Quando intravedi una casa
e il balzo ballerino d’un pino marittimo
nel bianco suono del vento
e credi di rincasare nel tuo
solito azzurro di nuotanti e granchi
e sei invece lontano,
disperso nel tempo scandito dalle cicale
e dalle zappe.

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