EVA

Liliana Ugolini

Avverto la trasformazione
metafora d’ un sogno. Fammi
inconsapevole d’ un dolore-risveglio
in brividi di pelle al Settimo Cielo
Quando le mie parole confondevi
col tatto della mano e la foga del corso
interrompevi, quando l’ umido scorre
sulla pelle, quando ci uniamo al cosmo,
lì percepiamo la possibilità dell’ impossibile.
Tesi e distesi in forme di segreti,
plateali a parole, i desideri in fuga
tratteniamo per un inizio e un gioco.
Mentre sollevo chiare leggerezze,
sottile infilo dita nei capelli
e una mano allenta e sa piacere.
Con l’ altra mano tocco la tua nuca
e so del punto in chiave discendente.
Sorge la mano e spalle e dorso letteralmente
a caldo ti comprimo e mano nuova abbraccia
l’ incavo e il dosso. Una mano ti sfiora
come un petalo e il petto si solleva
come sboccio. Pistilli si dilavano
nel giunto e mani e bocche scorrono
nel fremito e un ondulante moto ti trascina.
Tengono a presa gli arti della mano
e i palmi si contendono un fremor di tocco.
In altre mani i piedi si contorcono
vibratile salir di mano in mano.
Non più misteri. La vetta è sulle volte
dei miei corpi, a lungo a lungo, dove
la sapienza del tatto è intelligenza.
Scopriamo dolci limiti già impuri
forse quel tanto che non sapevamo
Un oltre il corpo, un rosso in espansione,
un limite allungato senza limite,
un coinvolgimento oscuro, una violenza
sadica alle volte, un misto farsi male,
un piacere dell’oltre negativo dove
quell’ orizzonte non di faccia libero.
Sa d’ amore la piena, sa di droga
il raggiungimento del mai. Non si ferma
la spinta alla curiosità come una punta,
come una falena che si brucia di luce
per un supremo cogliere del volo.
Mi sfiora lentamente la stanchezza.
Ci conosciamo? Siamo l’ un l’altro
uno e più di cento. Piano il raffreddamento
scorre e ci copriamo nella percezione
delle foglie. Quando lasciammo mano
nella mano, quel giaciglio di terra,
sapevamo d’ un termine, assoluto.
Il tempo era passato, forse un seme
ci avrebbe ripetuto.
Come recuperare, accedere allo spazio
d’un ovatta che mi lasci pensare?
Come m’affondo e affogo?
Le contese scadute giaccion frantumi
e pesi e oneri m’affossano.
Sarei natura pigra, contemplativa dico
e corro sempre in giro di me stessa
appesa al filo. E mi rivedo volto
dentro ai volti, gonfi a contrasti.
Contarsi a stelle e strappi e la valanga
s’ allenta ora di luce sull’ occhio,
in ragnatele e in attimi di spine.