I vagabondi

Guy Goffette

Guy Goffette

Questo grande corpo spalancato prima dell’alba e che la notte
non chiude mai del tutto oh cucina d’infanzia
se lo consegni è passo dopo passo
a quelli che, nell’ombra come noi,
acconsentono a morire lontano dai tuoi fuochi, sulle strade
in mare o più in alto delle nuvole, dopo aver superato
la barriera e spezzato le ultime immagini
che li tenevano per i capelli.
Furono i tuoi ospiti improvvisati, i tuoi operai
dell’ultima ora, questi amanti che la pioggia porta via
con la sabbia dei lampi
verso un mare più vasto e inutile, e tutti
sostenendo che l’impalcatura del sogno è caduta
con la notte, e non resta che attendere
tutti, si ricordano il tuo ventre, le tue ginocchia
i tuoi occhi fuggiti nella dolce luce d’inverno
il tuo calore di cagna
e del tuo giardino pieno di muschio dai profumi intrecciati
come i boccoli degli angeli nell’abetaia di
mezzanotte.
Oh memoria, bella prigioniera del vento
che nessuno nella sua disfatta disfa
perfino se ha perduto il nome e la donna e la follia
memoria, nostro unico bagaglio in questo luogo senza radici
(ma che altro opporre all’angoscia che ci serra
gli uni contro gli altri, eppure tutti estranei
e ben più solitari di un bosso crocifisso
nell’estate infernale dei granai, sì, quale altro filo
per non cedere nel labirinto
all’arida esistenza delle mummie?)

O cucina tanto aperta e così calda nel tuo dolore
da sempre, per tutto il tempo, da poter dire
Andate
a vedere altrove se io là ci sono, in un moto di stizza
sappiamo che tu sei là, che aspetti come la notte
l’esaltazione delle voci, delle grida e la tavolata
dove, come un cuore ben attaccato al mestolo che versa
la primavera nei piatti, sorridi
alle ombre dello specchio arrugginito e ti perdi
nei passi di allora i ricordi bianchi o neri
l’odore persistente dei lillà a sbarrare il corridoio
come una stanza chiusa per sempre dove sfilano
uno per uno i morti amati e gli altri
per esempio quello che se ne fuggì in Abissinia
ad abbracciare una rosa viva – pena perduta – e quell’altro
che divenne pazzo per amore di un cavallo, tutti
li raduni attorno alla tavola
come i seni, la testa, le gambe, le due ali
della casa, senza dimenticare quella che fu la parte di ciascuno:
l’acqua, il sale, la zuccheriera e i piatti
– e il tempo passa così, il fuoco si è spento
le ombre hanno ripreso il loro viso inconsolabile
Pazienza! Ricostruisci per i boschi che gemono
e per la conta muta della scala
pezzo per pezzo, questo puzzle rimasto così a lungo confuso:
la vita di una cucina in provincia.