Coniglietto

Gian Mario Villalta

Gian Mario Villalta

Poi veniva il lavoro fino: l’incisione tra la polpa e la pelle. Se
era perfetta, scuoiarlo era come sfilare un calzino.
Che eri bravo si capiva dalle giunture pulite, senza intaccare
i tendini.
All’inizio, però, togliendolo dalla gabbia, non dovevi guar
darlo – solo afferrarlo bene, calare il fendente a mano nuda
dietro le orecchie.
Non era tanto il fremito, dopo il colpo, quando entrava nella
morte con una scossa che risaliva il braccio fino alla spalla.
Era l’attimo prima quando la potenza degli arti si umiliava,
quel cedere, la testa rilassata, come se già sapesse.
Gian Mario Villalta (Visinale, 1959), da La vanità della mente (Mondadori, 2011)