Sgatach

Gerda Stevenson

 

Gerda Stevenson

 

Sono un’ombra, solo un mormorio, ora,
in cori sparsi di lingue,
pur se ancora la luce del sole infrange le onde
nell’arco del mio castello in frantumi,
come i coltelli che io insegnavo a Cu Chulainn a scagliare;
oltre la baia, s’ergono ancora i Cuillin, là dove un tempo
il sole vibrò una lancia; rupi scure ch’artigliano il cielo
di gabbro lacero; a Tokavaig, i boschi di nocciolo
bisbigliano ancora la saggezza che qui radunavo e impartivo
ai miei guerrieri inesperti. Ma da tempo
la mia arte è perduta: la via della pazienza, che tiene l’ira
in equilibrio su un filo d’erba, al vento della piana,
a stemperare, finché si colga lo sfacelo
ch’avrebbe inflitto; quante volte invano ammonivo
Cu Chulainn che la sua furia avrebbe ammazzato suo figlio:
“Quella tua indole”, gli dicevo, “per molte lune
farà terra bruciata, là dove la pace avrebbe forse prevalso.
“Stana prima le tue paure”, dicevo. “Senti il calore del respiro
sulla corda dell’arco mentre scocchi il dardo, poi,
trattienilo, e attendi, prima di colpire
al cuore ciò che non serve uccidere”.

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