Vetrinette

Gary Geddes

Gary Geddes

È difficile, adesso, parlare di queste cose.
Descriverei invece come la luce piove
nei cortili, al mattino, su panni
stesi ad asciugare.
Quel bimbo nel vano della porta
che si volge al suono delle persiane,
fra il ridente e il corrucciato.
E i capelli di Carmen
che colmano il finestrino di dietro
della Peugeot.

Quindici finestre nel poster di Lonquen,
un volto in tutti, tranne uno.
Campesinos dall’Isola di Maupu
torturati e sepolti vivi
nella calce. Padre
e tre figli.
Riquadri di testimonianza
dell’agente Valenzuela:
un gruppo ucciso alla base aerea,
altri gettati in mare
da elicotteri, stomachi squarciati.

Ogni affisso un micro-condominio,
inquilini che fissano giù in strada
qualche fatto, un corteo,
un tramonto. Altri otto a Valparaiso
che avrebbero dovuto guardare il mare.

Ho visto una buganvillea
nella vetrina di un ristorante
vicino al luogo dell’agguato;
e una vetrina con un cactus spinoso
in fiore, un maiale di coccio
e una sfilza d’uccelli in vimini
che con grazia roteano nel vento.

Perch・sorridono, queste facce in cornice
sanno qualcosa che noi ignoriamo?
Dietro loro bianco perpetuo,
luce brillante
al termine del tunnel.
Forse siamo noi i perduti
e loro vegliano su noi
da qualche mondo perfetto,
chiedendosi la ragione di tanto
scompiglio, perché
queste maschere di sofferenza.

Quando le rompono gli occhi
le immagini restano.
Il suono d’elicottero
si perde. Il mare lecca
il rosso dal suo stomaco.