Lettera al mio minotauro

Gabriela Fantato

Gabriela Fantato

Anne Sexton – la fuga
ostinatamente registro
il vibrare dei muscoli e quel franare di mani
dentro al cervello
– ti amo, esisto dentro un letto
di troppe lenzuola,
chirurgicamente ispeziono
i ventricoli, le lamelle del cuore
e il battere impazzito
all’arrivo di lui
che mi prende bambina
in attesa di un abbraccio,

fisso in verbali quei giorni
in cui un dio mi faceva bella,
fermo il tempo
– non lo lascio mai,
non mi lascio un momento di pace,

guardo lo specchio oltre l’argento,
lo spio dentro, più sotto a scoprire
le ossa – la mia condanna
nel foro, la pena , quel nascersi male

(ti scavi, ti scendi giù a fondo
apri ferite tra i sassi e quel gesto,
basterebbe lasciare la preda,
quel sogno dei fianchi di tua madre,
quel tuo sogno bambino,
basterebbe salir dove l’aria
è cenere e vento,
basterebbe perdonarti il sangue,
il tuo corpo di donna,
la voce di ancora, di sempre
figlia del padre)

risalgo dalla cantina alla camera da letto,
sempre scendo laggiù, ancora più giù
a toccare la macchia, quel mio
profilo amato
– mai nato, e il dito lo insegue
d’infinito

cancello quel segno di me,
quel lento farsi lontano
del corpo invecchiato
poi lo scrivo in faccia, lo conficco
nei denti e rido agli ospiti ignoti
domani sarò la più bella
– mummy, domani…
nella pelliccia selvatica appesa
al tuo cuore.
Domani, mummy…
Inedito