L’Osservatorio – 1

Francesco Dalessandro

Francesco Dalessandro

Torna, Musa, coi mattini brumosi e torbidi d’autunno
coi vapori dai fossi dalle forre
fumiganti gli odori aspri i colori
densi del parco la luce come il cuore
intermittente; torna con lo scialo
dei platani sui viali coi voli di passo sull’oro
delle foglie; torna con la foschia –
tenue sudario disteso pigramente
sopra i tuoi colli, mia mortale
città, sull’acqua fosca dei tuoi fiumi
letali – col sole temperato di settembre
che la scioglie; torna, ritorna col passo
frettoloso che guida ai sottovia
della metro all’aria aperta col primo
nubifragio di fine estate – code
e ingorghi inestricabili di traffico
impazzito –, con l’ansia la pazienza
ai versi necessaria col loro lineiforme
stratificarsi, frecce scagliate dritte
al bersaglio
————
«ora non posso, se mai
fu possibile prima, esaurirmi in un fuoco
di lirica passione sfolgorare
in un brillio di breve e fatale
intensità (sebbene è vero l’esatta
misura sia di dieci dodici versi
o tutt’al più un sonetto come O dolce
selva solitaria perfetto di Giovanni
Della Casa), ho bisogno di un verso
liquido che fluisca naturale
con forma e suono acconci che narri districando
il groviglio dei sensi, di un senso
semplicemente chiaro nemmeno verità
ma ipotesi del vero che sia
ricco senza effusione e scarno senza
povertà: questo m’è necessario»;
————
che ne sia
capace o lo creda tu torna, mia Musa, col fresco
della sera col rosa della rosa ottobrina e solitaria
tornata a rifiorire nell’aiuola feconda del cortile
(dove si godono il calore della terra le mattine
umide due gattacci, l’indolente invecchiato fulvo maschio
e la femmina furba giovanilmente inquieta che mi guarda
diffidando e sfidandomi); col rosa fuoco torna
dell’occaso la sagoma oscura del parco le luci
del Forte, le prime a vedersi, e le finestre accese
su Pineta Sacchetti – avamposto borghese popolare
di Primavalle proletaria – dal fondo della curva
nascoste dai filari verdecupi dei pini dalle spente
acacie macchiaiole lungo i bordi del fosso e della
strada, immerse nell’indaco notturno che spaesa
il reale–
infine, Musa, vieni con l’affanno del nuovo
o la quiete serena che dà la tua franca
parola.