Elegia domestica e amorosa

Francesco d'Alessandro

 

Francesco d’Alessandro

 

Il rito lustrale della domenica
mattina rinfresca, ristora la casa:
come ala di passero lieve strofini
le superfici impolverate spazzi
i pavimenti lavi metti a posto
soprammobili e ninnoli minuzie
raccolte forse in viaggio o regalate
alle tue mani, ordine e pulizia,
raddrizzi i quadri (le piccole tele
senza valore fatte da pittori
dilettanti ma care all’abitudine
degli affetti e del tempo) le foto
dei nostri cari morti mentre il sole
cola oro fuso sui vetri già tersi
sulle foglie dei lauri sopra l’erba
che rinverdisce, il rosso di mattoni
piastrelle vasi ruggine di attrezzi
del giardino ringhiere dei balconi,
il carapace delle tartarughe
che sull’erba o il cemento in amoroso
cimento sono prese. Così passa
solerte la mattina. Dal cortile
e dal parco si mischiano le voci
acute dei bambini, le cornacchie
si chiamano dai rami. Lentamente
l’ora matura e insieme si contenta
del tuo lavoro, provvida formica
a me cara…

Più tardi nella stanza
dove riposi t’avvolge la penombra
che i rumori attutisce o allontana:
riposi mentre veglio le tue spalle
nude l’incavo bruno della schiena
e la curva del fianco che riaccende
il ricordo di estivi pomeriggi
lontani quando stanca per le lunghe
ore di sole e sciolta nella doccia
la salsedine il sale sulla pelle
nuda sul letto fresco ti lasciavi
andare abbandonandoti al ristoro
del sonno; io ti vegliavo
smanioso finché uscendo dal torpore
languido già di desiderio madido
il tuo corpo si apriva a labbra e dita,
alla lingua che il sale delle labbra
aspergeva e gustava finché onda
di tempesta saliva e nella spuma
di un implacato mare andavo a fondo
e mi scioglievo…
Sarai mia cicala,
presto, ti sveglierai nell’ora accesa
della sera festiva e alle salive
dolci delle tue labbra il desiderio
offrirà il suo vessillo; anch’io piegato
– oh piagato – il tuo oro sulla lingua
fuso assaporerò con impaziente
furia…
Ah vieni fa’ presto sali sali
e lascia che con cauto movimento
lascia che in te mi assesti che t’invada
prona nel vizio inquieto che ti reca
scialo dolce di fiocchi…
S’abbandona
tra le mie braccia la tua vita, scivoli
al mio fianco ti siedi esci dal letto,
«è tardi, è tardi» dici e sorridendo
sospiri, fuggi via.
La domenica intanto già s’avvia
a perdersi col tenero clamore
dei bambini che escono dal parco
e adulti stanchi per la prima corsa
al mare di Fregene. Era salita
la sua febbrile ansia insieme al fuoco
del sole lungo l’edera e sui rami
dei pini escludenti allo sguardo
l’orizzonte verso cupola e croce
slanciate nel celeste. Adesso scioglie
tutte le voci in un silenzio azzurro
e i suoi colori in un casto brusio
mentre la sera stende le sue ombre
sul verde del Pineto, dove trova
pace anche il falconetto; s’addormenta
dietro i lauri la nostra famigliola,
ben riparata, stanca delle lunghe
scaramucce domestiche, amorose.

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