Congedo per convalescenza

Dora Gabe

Dora Gabe

Sotto il mio tetto, son tre a soffrir di nostalgia
per la lor casa, là, in Ucraina;
ma ormai la casa non c’è più.
Restano delle fotografie, dei ricordi,
il nome del villaggio: un necrologio.
Non aver nostalgia, giovanotto dagli occhi azzurri,
con i tuoi ventisei anni!
Quando entra il cosacco del Don
la mia porta ne accoglie a fatica
le spalle, e il colbacco grigio.
Rintanano sul « parquet » gli stivali,
una tonante voce baritonale riempie la sala
insieme all’odore del tabacco.
— Ehi, cosacco! — dentro la sua cornice trema
la Venere dagli occhi cangianti (è del Botticelli)
i suoi occhi non hanno mai veduto
una testa così irsuta;
non la fissare,
non la occhiare!
— Avevo una sorellina, le somigliava tanto.
In cucina c’è il cuoco:
ha gli occhi rossi,
però non piange. E tace sempre.
— Perché non dici mai nulla, Hricko?
Sorride mansueto,
con la mano mi fa un cenno.
— Su, raccontami di tua moglie,
dei bambini!
— Chissà dove sono… è grande la Russia!
Il mio villaggio non c’è più…
Mia figlia, m’han detto che è a Berlino,
l’hanno portata via quelli là…
La rivedrò forse, quando ci incontreremo…
O, questi soldati feriti,
nella loro terra ferita!
Tornerete a passare
intonando il canto cosacco
su d’un camion gremito
attraverso le nostre strade.
— Addio! Addio!
Tremeranno le case diroccate;
per le occhiaie delle finestre
in un brandello di cielo
brillerà nel turchino, su noi,
uno strano aeroplano
come una stella,
come un alato saluto!