A G.Ungaretti, visto di notte alla televisione leggere “I fiumi”

Davide Rondoni

Davide Rondoni

Non ho fiumi io,
non ho mai vissuto sporgendo
il volto sull’acqua
che quieta o vorticosa
taglia la città, nobilita o nel gorgo
riporta via tutti i pensieri.
Non ho avuto
gradoni di pietra su cui disteso
perdere sotto il sole
il lume della mente, addormentando.
Non la loro vita
da rubare, da prendere
nel sangue quel ritmo,
quel fermento.
Ho avuto viali,
strade larghe, rumorose, il getto alto
di tangenziali,
braccia aperte di povera madre
vene da cui entra in città
ogni genere di roba.
Ho avuto viali d’alberi
o rapide vertigini tra pareti di acciaio
e di vetro oscuro.
Cento volte risaliti, come vecchie
canzoni, cento volte ridiscesi,
nessuno più che chiede
che davvero lo si guardi.
Ho avuto viali che il caos
rende identici, che sotto la pioggia
sono l’inferno,
sono frenetici.
Ma alla notte, quando cade
la notte
si ridisegnano,
viali nuovi
d’ombra e di solitudine,
quando li illumina il lento
collo dei lampioni e lo spegnersi
delle ultime réclame.
Si muovono allora leggermente,
ramificano, forse rotea un poco
tutta la città;
qualcuno finisce
in faccia a un castello, a una
cattedrale, altri smuoiono
sotto i fari arancio di un nodo autostradale – –
i viali la notte respirano
con le foglie dei platani, larghe, nere,
per i buchi oscuri alle finestre,
le grate del metrò e l’aria nenia
che dorme sui bambini.
Tirano il fiato quando va via
il passaggero sull’ultimo tram –
I viali mi danno
una vita speciale,
che non è pianto e allegria
non è, ma una ventosità,
un andare
ancora andare
che viene da chissà che mari,
da quali valli, da grandi fiumi.