Volterra

Daniele Bollea

Pensa al frammento di una costa
su un mare che non esiste più.
Restano le conchiglie sul selciato
e un oceano d’aria che s’infrange
sulla scogliera alta delle mura.
Da lì vedi una mareggiata quieta
di colli di creta tra cime
di vulcani emersi ma non nati,
isole alberate, rifugio di querce sacre
da che le distrussero i romani
lasciando questo pianeta in creta viva
che si ricopre d’erba a primavera.
Chi vive questo colle è ancora etrusco
e porta per le vie gli stessi volti
che trovi nel museo scolpiti in pietra,
con l’espressione di un orgoglio triste
di chi, dall’alto di tremila anni,
pensa che sia giunta la sua ora,
l’onda che finalmente supera le mura.
Chiuso tra le sue pareti a faccia a vista
non ricorda le querce sacre, le sacre fonti
e lascia la sua città sempre più vuota e bella,
sarcofago di un popolo che venerò la terra.
Ma è allora che si risveglia la tua voce etrusca
che dalle vuote strade il vento emana
e noi disperse greggi a te richiama Volterra.
Da prendere terra