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Scompartimento

Umberto Fiori

Umberto Fiori

L’altra sera sul treno
(l’ultimo, sempre pieno) una ragazza,
dando ogni tanto un’occhiata rapida in giro,
scherzava a voce alta sui suoi amori
finiti male,
del suo nuovo lavoro nello studio
di un avvocato, su quanto lei era brava
– però il lavoro: triste – e si faceva
i conti in tasca in pubblico,
lira per lira.
Quando si mettono a nudo
in questo modo, di fronte a gente mai vista,
e la vita – la loro –
te la mettono in piazza come quella
di chiunque, così, ridotta all’osso,
sono talmente belle
certe persone,
talmente pure
che ti fanno tremare.
Parlano come se fossimo
tutti di tutti. Si mettono nelle mani
di chi è lì
come un cane che si lascia
stringere il muso dal padrone,
con le orecchie abbassate
e gli occhi chiusi.
A sentirle parlare
anche tu chiudi gli occhi: sprofondare
vorresti, e invece cresci,
dentro, diventi ripido,
sconfinato e potente
come quel niente che le ha fatte nascere.
Umberto Fiori (Sarzana, 1949), da Tutti (Marcos y Marcos, 1998)

Tavolata

Umberto Fiori

Umberto Fiori

Dopo una cena, quando si resta ancora
seduti a tavola
ma non si parla della stessa cosa
(qua gridano, là scherzano e discutono
e ridono senza capire),
quando intorno le voci si accavallano
e i discorsi si incrociano, c’è chi
stretto in mezzo al rumore
guarda nel piatto
e se ne sta lì zitto, pieno di noia
e di pazienza, come un bambino
lasciato troppo tempo in mezzo ai grandi.
Ogni argomento, ormai, lo confonde.
Allora guarda fuori,
sopra le case, lontano,
finché gli sembra chiaro cosa dice
questo frastuono.
Sente il segnale che si manda il mondo.
Sente tutte le bocche nella sala
fare una frase sola,affannata e serena, una preghiera
come quella che corre sotto i treni
o dentro il ritmo della lavatrice.
Umberto Fiori (Sarzana, 1949) da Chiarimenti (Marcos y Marcos 1995)

Eccovi ancora

Umberto Fiori

Umberto Fiori

Eccovi ancora.
Ecco l’accusa: il muro,
la strada, il glicine, brillano
negli occhi di qualcuno.
Io. Uno.
E uno è troppo poco.
È niente. È il suo rimorso.
Invece voi – là, tranquilli:
siete i milioni, gli infiniti.
Chi potrebbe scampare ai vostri inviti,
ai vostri giochi? Sì, eccomi.
Forza coi quattro cantoni, la mosca cieca.
Via con la musica.
Pronti col ballo dell’orso.
Umberto Fiori (Sarzana, 1949), da Voi (Mondadori, 2009)

Convinto

Umberto Fiori

Umberto Fiori

Ormai loro parlavano, parlavano,


e io zitto, come si sta


quando si ha in bocca il trapano del dentista.


Solo ogni tanto a gesti, o con un verso,


facevo segno di sì,


di sì, che ero d’accordo.



Ero alle corde,
a furia di domande; ero preso
in una rete di argomenti
sempre più forti,
sempre più stringenti.
Perché è così: quando ti chiama quello
che mette in ordine il mondo,
quello che tiene insieme
persone e cose, quello che costringe
a darsi ragione o torto
– non si scappa, tocca dar retta,
tocca rispondere all’appello.
Ma quando si distrae per un momento
e allenta la stretta, e si sta
come una rana
in una mano aperta,
è bello.
Umberto Fiori (Sarzana, 1949), Poesie 1986-2014 (Mondadori, 2014)


Che poi

Umberto Fiori

Umberto Fiori

Che poi-
anch’io sono voi.
E voi siete io, si sa.
Ma sarà vero?
Guardo la schiera delle vostre facce,
così chiare e segrete
qui di fronte, il riflesso
della mia, là, nel buio del finestrino.
Guardo le schiene, i baveri, gli stivali.
Se siamo uguali, se
siamo lo stesso,
che cos’è questo male,
questo bene
che ci separa?
Umberto Fiori (Sarzano, 1949) da Voi (Mondadori, 2009)

Capire male

Umberto Fiori

Umberto Fiori

Uno vorrebbe che nessuno mai
capisse male.
Quello che si dice
vorrebbe che non fosse mai confuso,
strano, o difficile.
Come tutti
esprimersi, come usa.
Le cifre
stampate in fondo al foglio
alla vocetotale:
chiaro così.
Spiegarsi
come queste belle giornate.
Umberto Fiori (Sarzana, 1949), da Poesie 1986-2014 (Mondadori, 2014)

Alte sopra la tangenziale, chiare

Umberto Fiori

Umberto Fiori

Alte sopra la tangenziale, chiare,
due case con in mezzo un capannone.
E’ questa l’apparizione,
ma non c’è niente da annunciare.
Eppure solo a vederli
là fermi, diritti davanti al sole,
i muri ti consolano
più di qualsiasi parola.
Cancellate, ringhiere,
scale, colonne, cornicioni:
ha l’aria, tutto, come se qualcuno
dovesse veramente rimanere.
Umberto Fiori(Sarzana, 1949), da Esempi (Marcos y Marcos, 1992)