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Una pietra in cerca di calore

Stephen Dunn

Stephen Dunn

Guarda, non è una buona idea
prendermi troppo sul serio.
Mi si conosce per il mio caratteraccio.
Ho avuto mogli e amanti –
credimi, ne so poco di provare
a rimanere intero mentre vivo
una vita divisa. Non mi apro facilmente.
Se vieni da me, vieni da me
sapendolo. Io sono liscio e grigiastro.
Forse la mia anima è di scisto.
Se però non sei ancora dissuasa,
be’, la mia porta è socchiusa. Non mi interessa
se sei in collusione con il vento.
Entra, non c’è nient’altro qui
tranne me e la solitudine.
Non mi dispiacerebbe
esser sminuito una carezza alla volta.

L’immaginata

Stephen Dunn

Stephen Dunn

Se la donna immaginata fa sembrare la donna reale
uno scheletro, a stento esistente, privo
di grazia, intelletto e pulcritudine,
e se tu capisci che la donna immaginata
può solo soddisfare la tua immaginazione, mentre
la donna reale, con tutti i suoi limiti,
spesso ti fa sentire bene,
allora, se lo sai, com’è possibile che la donna immaginata
continui a entrare nel tuo letto, a raggiungerti
per cena, perché la porti sempre
in vacanza mentre la donna reale fa spese
o cerca la via migliore per arrivare al museo?

Impostore

Stephen Dunn

Stephen Dunn

Suona male, tu che fai il marito,
il padre, tu che fai l’uomo
che comincia a credere
al proprio biglietto da visita,
che si mette l’abito la mattina
come i cavalieri un tempo l’armatura,
porti tutto il giorno una pesantezza
che dapprima ti opprime, ma subito
comincia a sembrare normale, un peso
che hai scelto, la tua mascherata.
Suona male, ma ti sei sforzato
di impersonare quell’uomo con successo.
Hai voluto che un gesto diventasse un’abitudine,
la replica dell’amore una sua definizione,
sebbene in realtà tu sia stato un impostore
di un impostore, spesso capace di confezionare
autenticità quando ne avevi bisogno,
per osservarne poi gli effetti. Ma considera
ciò che ti suonava bene – qualcuno
che cerca onestamente di essere se stesso,
come se esserlo non potesse essere orrendo,
tu e la gente che conoscevi:
porci nella brodaglia, uomini nel travaglio
di scoprire la gioia della propria malizia.

Appuntamento alla cieca con la Musa

Stephen Dunn

Stephen Dunn

Be’, non proprio alla cieca; la conoscevo.
Ero io lo sconosciuto bisognoso, preoccupato
dell’apparenza e di quanto
ci avrebbe mai visto al di sotto. E, disperato
come sembra, sono stato io a farmi avanti –
non mi dispiaceva essere l’intermediario
per l’uomo che volevo essere. “Sì”, assentì,
e poi, “spero tu non sia geloso”.
Mentii, e lei indicò l’ora e il posto,
disse che c’erano degli altri, sempre e comunque.
La porta era aperta. E c’eravamo tutti –
uomini e donne, a mani vuote
e mal vestiti – ciascuno con la speranza
di piacere per la voce, il tono. Sulla sua poltrona
salutava o aggrottava la fronte.
Toccò delicatamente uno di noi, come a dire:
“Non disperare, presto ti verrà concesso”.
Lo odiavo, ma presi coraggio.
Era delle donne la più ordinaria.
La volevo truccare, ma tutte le iniziative
parevano spettare a lei – mi ritrovai incapace
di muovermi. “Sembri solo”, disse,
“un po’ perso, il tipo di uomo
che scrive poesie mortifere su se stesso.
Pure sensibile”, aggiunse, e rise.
Così la Musa cominciò la serata,
quella civetta a vita, mi parlò per la prima volta.
“Se vuoi valer qualcosa
devi venire ogni giorno”, disse.
Ma poi: “Non sono quasi mai in casa”.
.
Traduzione di Patrizio Ceccagnoli

Poesia n. 293 Maggio 2014
After Pavese: la “poesia-racconto” di Stephen Dunn
a cura di Patrizio Ceccagnoli

 

 




Al mio doppio

Stephen Dunn

Stephen Dunn

Sei sempre stata quella cauta
che entra nella passione in punta di piedi
e la taglia a metà con la ragione.
Te l’ho permesso, e sono andato
per vie più felici e selvagge.
Ora ogni mio pensiero
sembra una fune annodata
a un’altra fune, che va indietro
nel tempo. Siamo intrecciati.
Ho imparato a esitare
persino dinanzi alla porta più spalancata.
Non so cosa tu abbia imparato.
Ma andare avanti, lo sento,
è andare insieme adesso. C’è un posto
dove vorrei arrivare prima di notte.