Archivi categoria: Roberto Dedenaro

Porti di Genova

Roberto Dedenaro

Roberto Dedenaro

Piogge così fitte amarognole
spesse come un mare
d’acqua aspro da attraversare
piove sottili, ragnatele
sparse sopra i muri
piove, oceano di una stagione
vecchia d’improvviso
e sarà difficile, pensi, come un genovese,
serrare le valige e dire andiamo
a cercare un mondo altro
quando l’ultima luce della scena è il porto
la sua lanterna s’accende a vuoto
non sai più distinguere le sue luci
e l’acqua uno sciacquio lento
che si fa sempre più fatica ad ascoltare.
Che senso mai sarà partire
se non sei capace di tornare?
Boccaddasse e le sue ghiaie
eterne bambole focacce zuccherose
che s’ingeriscono a fatica
come crepe mal chiuse e nuovi crolli.
Tu ti aspetti ogni cosa dal tuo porto
meno che resti muto davanti agli occhi.

Poemi e caseggiati

Roberto Dedenaro

Roberto Dedenaro

Case e dei caseggiati
monotona corsa tutta tesa
ad una mantica data quotidiana
incroci quasi parole quasi strade
quasi sentieri insulti più o meno
Eurialo e Niso senza tregue
e colui che non ha ritorno
confortati tutti dal profilo
acuto e regolare di qualche zona artigianale
Bauhaus riflesso stagionato male
illanguidito, modernità che è dolore
e mai silenzio ma solo guerra
e qualcuno la cetra canta
canto solo canto
o dolore rimane dolore
fermo e duraturo come pane.

Partenze dei migranti

Roberto Dedenaro

Roberto Dedenaro

Coi vetri chiusi si gira
sbarrati finestrini dove mettere i visi
come quelli dei bambini a forma di domande appese
ad asciugare ai fili cosmici di biancherie stellari
file di fluorescenti bellissimi luminari
verdi, verdissime erbe e campi a cui domando
gialli accalorati colori amori stupori.
Si viaggia senza gelosie lasciando i rossi
a brillare, i gialli, i bianchi a sfiorire
Sembra sottrarsi il paesaggio alla risposta
e scendendo per una sosta per ripulire
la trasparenza vetrosa dei finestrini
appannati dai nostri fiati si fa sosta, se nulla osta.
C’è un rumore come un lento respiro
un frullare d’ali di fondo sullo sfondo
io mi chiedo e mi rispondo è il suono
della partenza dei migranti
così senza rimpianti non c’è grido
avvertimento che possa farli tornare indietro
e hai forza a dire che non vi sia un dolore
un aspro sentimento in questo partire
per quella, inesplorata, regione oscura?
dai cui limiti non c’è un viaggiatore?
che sappia tornare se non sottili spettri
ma non sappiamo se non gridare
un forte grido che fermi almeno i vivi

Lucentezza

Roberto Dedenaro

Roberto Dedenaro

In memoria collector fungorum
E perché tutto splende quasi senza luce,
o ancor di più per la sua assenza
oggetti fosfori , umili piccole cose assorte
stordite che stordono negli ori nei bagliori
Tu ritorni con queste luci
come una memoria buona
perconcui sentire e ancorarsi ancora
ad una salvifica santità del quotidiano
Ancora
la luce che arriva di fianco
obliqua
e rende netto ogni suo colore
Pomeriggio
appena e un luogo
in cui essere se possibile un se di sé
un io, un piccolo segno.
E’ buio e la lucentezza illimite
scorge il tuo scendere insicuro
lungo la schiena fradicia del colle:
la frequenza delle piove fa pensare
che l’annata sarà piuttosto buona

Landa

Roberto Dedenaro

Roberto Dedenaro

Chiara la voce, ampia la sala
diceva la landa scompare
giorno dopo giorno non rimane
la landa va protetta tenuta perfetta
come il luogo della fertilità del mondo.
Ascoltavo stupefatto non v’è
se non landa luogo al mondo
con una così intensa biodiversa vita
per ogni centimetro quadrato se non
landa pullulare di cellule,
biochimiche forme eterne e sparse
e diverse di sperma a tutto raggio
Fonte di vita quasi sesso puro
rimodellato e divenuto terra
che pensavo nemico di vita
e di ogni ricchezza e invece
nella sua nuda landità è salvezza
anche quando scossa dall’aspro vento
che piega ginepri e cardi
piccola preziosa Scozia casereccia
che sconfigge ogni bosco
ogni casa delle fate e delle fiabe
cara asprezza che ci sei amica.
Fuori c’è vento ancora pioggia
pioggia e sole ancora
e vedo bambini che corrono
moltissimi, a decine, nascono
coi calzoni corti sulla landa
luna park di sole e stelle
terrestre salvezza ultraterrena
canto d’amore al cielo e alla terra
alle nuvole e alla luna piena.

La sera penso alle tue mani

Roberto Dedenaro

Roberto Dedenaro

a E.S.
Qualcosa stride fra denti d’asfalto
e s’incolora nei fiordalisi disordinati
sparsi sui fianchi delle pensiline
fra le erbe tra i filari dei vitigni
nel lento disfacersi dei muri a secco
E’ strana la morte quanto
sia nel paesaggio
fra gli steli e gli stami
nei gialli delle stoppie
adesso anche a Poklon (1)
o su verso il Tabor nella strada
contornata di pietre ormai disperse
verso il divenire obliquo della lucentezza
che rende ogni cosa trasparente
e il paesaggio una necessità morale
un bene in noi, che non perderemo
almeno questo: il tuo lavorare
dentro al paesaggio l’essere parte
dar nome ai luoghi
con l’oltraggio della lingua
che è la lingua dei luoghi
a cui forse serve appartenere
piccoli luoghi impolverati
che si fanno mondo barbaro
e orizzonte dentro allo spazio delle tue mani.
Torni in questo pensare al mondo
che si fa, in cui noi siamo, contra fortuna
mentre il taglio d’ombra
cade sulla soglia bianca.
(1) Poklon Tabor, microtoponimi del comune di Monrupino

Drve 1, sogni e suoni

Roberto Dedenaro

Roberto Dedenaro

Tra le quasi macerie di una casa forse ex
Anna parla del padre che raccoglie
legna nella brina vagando fra campi
A voltarsi un tempo terreno
Mani nella brina e pochi voli
nei silenzi d’erba che sono ancora mani
Il legno raccolto buttato veniva dalla gmajna
dono duro duraturo d’oro da accarezzare
con le mani inspessite dai geli.
Io ricordo quel calore
come un regalo di Natale l’intimità
appena violata e già memoria su
per i fianchi grassi del Volnik
a bagnarsi il cotone blu del vestito
Lì l’hanno trovato dopo un giorno
come un bambino nel feto, raccolto
e spento dentro un mite avvallamento
E’ una cartolina dell’ottocento, Il Natale
in cui avremmo sperato di poterci incontrare
E’ il giorno in cui Anna parla del padre
non so se esista o sia mai esistito
forse sono io che vago alla ricerca di legna
corrosa dalla piova e dal vento
è il convincimento che la maceria
sia più resistente e duratura di ogni altra muratura
sia nel suo appartato esile esserci
una metafisica esistenza un’essenza
che balla proiettando ombre
sui terreni resi duri dalle temperature
(1) Legna da ardere, rami, in sloveno
(2) Volnik collina non lontano da Trieste, chiamata pomposamente monte