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Lamento

Rainer Maria Rilke

Rainer Maria Rilke

Oh, come tutto è lontano
e da gran tempo trascorso.
La stella, credo,
da cui ricevo splendore,
è morta da millenni.
Nella barca ch’è passata
credo d’aver udito
accenti di paura.
In casa una pendola
ha battuto le ore…
In quale casa?
Vorrei uscire dal mio cuore
e andarmene sotto il grande cielo.
Vorrei pregare.
E di tutte le stelle una dovrebbe
avere ancora realtà.
Io credo di sapere
qual è la stella
che unica dura, –
che sta come una città bianca
là dove il raggio ha termine nei cieli…

L’adulta

Rainer Maria Rilke

Rainer Maria Rilke

Tutto ciò su lei stava ed era il mondo,
stava su lei con tutto, pietà e ansia, come alberi
che crescono diritti; tutto immagine,
eppure senza immagini, come arca dell’alleanza,
e solenne, come rivolto a un popolo.
E lei lo sosteneva tutto intero,
ciò che vola, che fugge, che è lontano,
l’immenso, il non appreso ancora, calma
come la portatrice d’acqua regge
la brocca colma. Finché a mezzo il gioco,
trasformando e altro preparando,
insensibile il primo velo bianco
sul volto aperto adagio scivolò,
diafano quasi e per non più levarsi,
e chi sa come a ogni domanda una
sola, vaga risposta replicando:
in te, che un tempo fosti bambina, in te.

La sera

Rainer Maria Rilke

Rainer Maria Rilke

Come una indefinibile fata d’ombre…
Vien da lungi la Sera, camminando
per l’abetaia tacita e nevosa.
Poi, contro tutte le finestre preme
le sue gelide guance e, zitta, origlia!
Si fa silenzio, allora, in ogni casa.
Siedono i vecchi, meditando. I bimbi
non si attentano ancora ai loro giochi!
Le madri stanno siccome regine.
Cade di mano alle fantesche il fuso.
La Sera ascolta, trepida pei vetri:
tutti, all’interno, ascoltano la Sera.

La coppa di rose

Rainer Maria Rilke

Rainer Maria Rilke

Iracondi vedesti schizzar fuoco, due ragazzi
avvinghiarsi in un groppo solo ch’ era
odio e si rotolava sulla terra
come bestia assaltata dalle api;
mimi vedesti, fanfaroni tronfi,
cavalli furiosi che stramazzano,
gli occhi stravolgono, mostrano i denti
quasi dal muso si staccasse il cranio.
Ma ora sai come questo si dimentica:
perché hai davanti, colma e inobliabile,
la coppa delle rose che gli estremi
ha in sé dell’essere e del declinare,
porgere, non-poter-mai-dare, esserci,
che può anche esser nostro: anche per noi estremo.
Tacita vita, aprirsi senza fine,
sete di spazio che non toglie spazio
allo spazio che il cerchio delle cose restringe,
forma non circoscritta, senza contorni quasi
e solo interna, stranamente tenera
e che da sé fino all’orlo s’illumina:
conosci cosa che somigli a questa? .
Ed a questa: che un sentimento nasce
perché petali toccano altri petali?
E questa: che uno s’apre come palpebra
e sotto non ci sono altro che palpebre,
chiuse, quasi dormendo dieci volte
dovessero attutire un’energia visiva interna.
E soprattutto: che per questi petali
deve passare luce. Essi dai mille cieli
filtrano lentamente quella goccia di tenebra
nel cui bagliore l’intricato fascio
degli stami si eccita e s’impenna.
E vedi i movimenti nelle rose:
oscillano in così stretto angolo
che i gesti resterebbero invisibili se i loro
raggi non si spiegassero a ventaglio nel cosmo.
Vedi la rosa bianca distendersi beata
ed ergersi nei grandi aperti petali
come una Venere nella conchiglia,
e quella che arrossisce
e si volge confusa a quella fresca,
e come quella fresca si ritrae insensibile,
e come chiusa in sé la rosa fredda
sta fra le rose aperte che ogni veste depongono.
E ciò che svestono, come può esser lieve,
o pesante; mantello o ala o carico,
o maschera, secondo ciò che svestono,
e come: sotto l’occhio dell’amato.
Possono essere qualsiasi cosa: forse
non era quella gialla che giace aperta e vuota
la corteccia d’un frutto in cui quel giallo
era il succo, più denso ed arancione?
E non era già troppo, per quest’ altra, sbocciare,
se al contatto dell’aria il suo rosa indicibile
ha assunto il gusto amaro del lillà?
E questa, di batista, non è la veste a cui
tenera e ancora calda aderisce la camicia
che con lei fu gettata nell’ombra del mattino
su una spiaggia della foresta antica?
E questa porcellana dai riflessi d’opale,
tazza cmese bassa, fragile
piena di piccole farfalle chiare –
e quell’altra che nulla contiene oltre se stessa.
Ma tutte non contengono nient’ altro che se stesse,
se contener se stesse vuoI dire: il mondo esterno,
e vento e pioggia e la pazienza della primavera,
e colpa ed inquietudine, mascherato destino,
e il buio della terra a sera, fino
al volo delle nubi che s’appressano e fuggono,
al vago influsso di remote stelle,
mutarlo in breve spazio entro di noi.
Tutto questo ora posa spensierato
nel grembo aperto delle rose.

Il dubbio

Rainer Maria Rilke

Rainer Maria Rilke

Il vostro stesso dubbio
può diventare una cosa buona se voi l’educate:
deve trasformarsi
in uno strumento di conoscenza e di scelta.
Domandategli,
ogni volta ch’esso vorrebbe sciupare una cosa,
perché trova questa cosa brutta.
Esigete da lui delle prove.
Osservatelo:
lo troverete forse smarrito, e forse su una pista.
Anzitutto non abdicate davanti a lui.
Domandategli le sue ragioni.
Cercate di mai mancarvi.
Giorno verrà in cui questo distruttore
sarà divenuto uno dei vostri migliori artigiani,
il più intelligente forse
di quelli che lavorano alla costruzione della vostra vita.

Giorno d’autunno

Rainer Maria Rilke

Rainer Maria Rilke

Signore: è tempo . Grande era l’arsura .
Deponi l’ombra sulle meridiane,
libera il vento sopra la pianura.
Fa’ che sia colmo ancora il frutto estremo;
concedi ancora un giorno’ di tepore,
.che il frutto giunga a maturare, e spremi
nel grave vino l’ultimo sapore.
Chi non ha casa adesso, non l’avrà.
Chi è solo a lungo solo dovrà stare,
leggere nelle veglie, e lunghi fogli
scrivere, e incerto sulle vie tornare
dove nell’aria fluttuano le foglie.

Dio

Rainer Maria Rilke

Rainer Maria Rilke

Non attender che Dio su te discenda
e che ti dica: Sono.
Senso alcuno non ha quel Dio che afferma
l’onnipotenza sua.
Sentilo tu, nel soffio ond’ei ti ha colmo
da che respiri e sei.
Quando, non sai perché, ti avvampa il cuore,
è Lui che in te si esprime.