Archivi categoria: Pierluigi Cappello

Ombre

Pierluigi Cappello

Pierluigi Cappello

Sono nato al di qua di questi fogli
lungo un fiume, porto nelle narici
il cuore di resina degli abeti, negli occhi il silenzio
di quando nevica, la memoria lunga
di chi ha poco da raccontare.
Il nord e l’est, le pietre rotte dall’inverno
l’ombra delle nuvole sul fondo della valle
sono i miei punti cardinali;
non conosco la prospettiva senza dimensione del mare
e non era l’Italia del settanta Chiusaforte
ma una bolla, minuti raddensati in secoli
nei gesti di uno stare fermi nel mondo
cose che avevano confini piccoli, gli orti poveri, le cataste
di ceppi che erano state un’eco di tempo in tempo rincorsa
di falda in falda, dentro il buio. E il gatto che si stende
in questi posti, sulle lamiere di zinco, alle prime luci
di novembre, raccoglie l’aria di tutte le albe del mondo;
come i semi dei fiori, portati, come una nevicata leggera
ho sognato di raggiungere i miei morti
dove sono le cose che non vedo quando si vedono
Amerigo devoto a Gina che cantava a voce alta
alla messa di Natale, il tabacco comprato da Alfredo
e Rino che sapeva di stallatico, uomini, donne
scampati al tiro della storia
quando i nostri aliti di bambini scaldavano l’inverno
e di là dalle montagne azzurrine, di là dai muri
oltre gli sguardi delle guardie confinarie
un odore di cipolle e di industria pesante premeva,
la parte di un’Europa tenuta insieme
da chiodi ritorti e bulloni, martelli e chiavi inglesi.
Il futuro non è più quello di una volta, è stato scritto
da una mano anonima, geniale
su di un muro graffito alla periferia di Udine,
il futuro è quello che rimane, ciò che resta delle cose convocate
nello scorrere dei volti chiamati, aggiungo io.
E qui, mentre intere città si muovono
sulle piste ramate degli hardware
e il presente irrompe con la violenza di un tavolo rovesciato,
mio padre torna per sempre nella sua cerata verde
bagnata dalla pioggia e schiude ai figli il suo sorridere
come fosse eternamente schiuso.
Se siamo ancora cosa siamo stati,
io sono lo stare di quell’uomo bagnato dalla pioggia,
che portava in casa un odore di traversine e ghisa
e, qualche volta, la gola di Chiusaforte allagata dall’ombra
si raduna nei miei occhi da occidente a oriente, piano piano
a misura del passo del tramonto, bianco;
e anche se le voci del mondo si appuntiscono
e qualcosa divide l’ombra dall’ombra
meno solo mi pare di andare, premendo un piede
dopo l’altro, secondo la formula del luogo,
dal basso all’alto, seguendo una salita.
Le poesie sono tratte daAzzurro elementare,Poesie 1992-2010, Bur Rizzoli, 2013

Notturno

Pierluigi Cappello

Pierluigi Cappello

A così breve distanza di me
asse e buio della mia gravitazione
faccio irruzione nella mente di chi sono
celebrando l’ascensione del sonno:
ecco la terra persa, notte
vento d’estate vieni
vento che mi sottrai e imporpori
e viene un notturno che si depone
come il palmo di un padre
ma dove vai ma dove
ma ‘ndolà vastu, ce fastu, tu, garibaldìn
tu così qualunque
avevi dieci anni leggeri
vele mosse dalla medesima brezza
avevi due mani un faccino
dieci dita per contare gli anni
e tutto un suolo, piumato di freschezza;
avevi di te
quanto bastava di te.
Pierluigi Cappello(Gemona del Friuli, 1967), daDentro Gerico(Circolo Culturale di Meduno, 2002)

mondimi me

Pierluigi Cappello

Pierluigi Cappello

Da AMÔRS
VI
Mondimi me, che par volê florî
di flôr in flôr florint soi deventât
ramaç no in flôr nì niçulât da l’aiar:
libare tu, Domine mê, la mê
libertât, metimi dentri tai vôi
la lûs tenare e garbe de to piel di vencjâr:
l’amôr al è cuant che i miei deits
a tocjâti a deventin
la ponte dai tiei.
Le poesie sono tratte daAzzurro elementare,Poesie 1992-2010, Bur Rizzoli, 2013

La luce toccata

Pierluigi Cappello

Pierluigi Cappello

A Chiusaforte Silvio intrecciava canestri
con mezzo cuore e il cuore dei bambini intorno
io dico ti ho visto nella mia veglia
nel respiro acceso dell’alba
tra il fischio e il silenzio
e le dita andavano di vinco in vinco
come un’acqua nervosa, una spiegazione raccolta
nel tempo dietro questo tempo a mezza veglia
siamo venuti, io con le pupille di bimbo
e allora trattieniti adesso che torno
dentro il tuo odore di povero
nei boschi dove andiamo si dice lo sguardo
le labbra un profilo chiuso, il passo un passo radicato
qui, dove sono ora, nel battito del giorno alla finestra
nel sonno lasciato, nel millesimo di me
dove ogni debolezza è stata offerta
la pietra aperta, la luce toccata.
Le poesie sono tratte daAzzurro elementare,Poesie 1992-2010, Bur Rizzoli, 2013

L’ autostrada

Pierluigi Cappello

Pierluigi Cappello

E’ stato appena detto
guarda, una lepre
da dov’era al più fitto del bosco
è rimasta l’idea di un tema interrotto,
la felicità di quando non la si contiene
e scoppia via, lontana da noi. Da queste parti
c’è chi ha visto la lince, è capitato anche a me
anni fa, nel cuore della notte, vicino a un deposito di munizioni.
Cercavo Sirio per avvicinarmi al cielo e ho trovato la lince,
alle mie spalle, con gli occhi di madre arrabbiata. E’stato come se il nulla
avesse lasciato un varco e fosse sbucata
l’illustrazione di un libro di scuola
la bestia era lì, a due passi da me
e ho dimenticato lo splendore delle stelle fisse.
Non rimarremo qui senza uno scopo,
qualcuno dà per certa la presenza dell’orso
viene da est,e, come gli abeti, pare si avvicini sempre di più
a queste poche case. Invece non c’è chi non veda
come l’autostrada ha tagliato la pancia alla valle
e la gola di chi è rimasto;
mentre nevica no, il taglio si fa meno inciso
tutto si allontana, magari si diventa molli come erbe nell’acqua
e lo sguardo rinasce nello sguardo
di come le cose erano vere per la prima volta, nell’innocenza
e il ceruleo di un giorno di settembre
precipita in gola, il pallone sembrava tornato dalle nuvole
tanto in alto era stato lanciato dal padre
e c’era l’odore del fieno radunato prima della pioggia
e sempre queste poche case e tutto non è stato toccato
ancora non è stato toccato
ma si ferma in gola, al di qua del dire.
Il dolore tuo proprio, quello e non altro
la tua forma di guardare
più in là dei miei capelli
quando mi racconti, un ragazzino leggeva Camus
seduto su di un albero di more, stava sulla forcella
fra il tronco e il ramo più grosso mentre noi si forava la montagna
il fiume veniva violato e una polvere sottile si posava
sui tetti del paese, sui berretti delle sentinelle
nella caserma Zucchi, sul cartello”limite invalicabile”
si segnava una fine. Ci guardammo dopo
quando tutto era stato raccolto
e a noi stessi i nostri volti parvero lontani
adesso si sta quasi sereni, quasi leggeri
i bambini attraversano l’acqua nel tempo in cui dimagra
un saltello da un sasso all’altro;
non si rimane qui senza uno scopo
se la montagna frana, la mia faccia frana un poco al giorno
se il fiume si dissecca , il mio cuore è pronto a disseccare
se l’autostrada mette ombra all’ombra della valle
ne trovi il taglio qui, poco sotto l’ombelico
com’è vero che il cerchio si aggiunge al cerchio nel mutarsi del tronco.
Domani anche qui saremo in mezzo alle foglioline
si può dire la marea si può fermare
ma nessuno è capace di arrestarla
e noi si vive dentro questi metri crudi
e il vivere è portarne la scomparsa,
un giorno alla volta comporne il nome.
Le poesie sono tratte daAzzurro elementare,Poesie 1992-2010, Bur Rizzoli, 2013

I vostri nomi

Pierluigi Cappello

Pierluigi Cappello

Ieri sono stato a trovarti, papà,
la luce in questi giorni non è tagliata dall’ombra
negli alberi senza vento c’è l’odore secco dell’aria
per come posso, ti ho portato il racconto dei temporali,
l’odore di inverno sulle tempie
a Chiusaforte è nevicato, nevica sempre
e le fontane sono ghiacciate
penso, per qualche momento, che tu sia ancora lassù
ad accatastare legna con cura
e non in luoghi come questi
la casa di riposo con la pista per le bocce
dove state raccolti come le foglie nel parco
uniti nell’attesa, lontani dalle città assediate.
Dicevate domani, dicevate questo è il figlio
e con il silenzio del fischio nella bufera
i vostri nomi sono andati via
voi che siete stati popolo e ombra
remissione e forza
il tuo nome, papà, e quello di Bruno, che non era un’antilope
e tirava sassate al pettirosso sul ramo più alto
o quello di Giordano, o quello di Cesare, o quello di Alfredo, l’artigliere
o quello di quelli che, come te, sono stati bambini
che hanno detto domani.
E adesso non è troppo dire
quanto poche sono le foglie cadute
sui giorni di novembre
per dire cos’è l’inverno negli occhi mentre viene
tutto il poco possibile è qui,
nei vostri corpi piegati come l’ulivo
sulle vostre facce di monete graffiate
in questo spazio, in questo tempo confusi
come il cielo e la terra quando nevica,
e se c’è un’uscita, papà, anche se non posso dire domani,
la sua luce sulla soglia
è questo stare dei tuoi occhi dentro i miei
questo pensarvi vivi, liberi e scalzi
le tasche piene di sassi, la memoria di voi
che trema in noi
come una stella incoronata di buio.
Le poesie sono tratte daAzzurro elementare,Poesie 1992-2010, Bur Rizzoli, 2013