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La bottega del pesce

Nikolaj Zabolockij

Nikolaj Zabolockij

Ed ecco, scordata l’astuzia della gente,
entriamo in un altro regno…
Qui il corpo rosato d’uno storione,
del più bello di tutti gli storioni,
pendeva a braccia distese,
con la coda infilata in un gancio.
Sotto di lui un salmone ardeva di carne,
le anguille simili a salami,
con affumicato sfarzo e pigramente
fumavano, piegati i ginocchi,
e tra loro come una gialla zanna
sedeva su un piatto il re-balyk.
O sontuoso monarca della pancia,
dio e sovrano dell’intestino,
capo segreto dello spirito
e architriclino di riflessioni, –
io ti voglio! Concediti a me,
lasciami divorarti fino alla gola!
La mia bocca freme – tutta nel fuoco,
gli intestini tremano come ottentotti,
lo stomaco, teso nella passione,
a rivoli il succo della fame secerne –
ora si stende come un drago,
ora di nuovo si comprime quanto può,
la saliva turbina e nella bocca borbotta
e le mandibole sono doppiamente serrate, –
io ti voglio! Concediti a me!
Dappertutto rimbombano le conserve,
mugghiano la marene saltate in una secchia,
i coltelli, sporgendosi dalle piccole ferite,
oscillano e tintinnano;
il vivaio arde di luce subacquea,
dove dietro la parete di vetro
nuotano le scàrdove deliranti
per l’abbaglio, la tristezza,
il dubbio, e forse per l’angoscia?
E la morte su di loro , come mercante,
muove una fiocina di bronzo.
La bilancia recita il «Padre nostro»,
due pesi, tranquilli sul piatto,
determinano il corso della vita,
e la porta tintinna. i pesci si azzuffano,
e la branchie respirano al contrario!

Io toccavo le foglie di eucalipto

Nikolaj Zabolockij

Nikolaj Zabolockij

Io toccavo le foglie di eucalipto
E le dure penne dell’agave.
Mi cantava un canto serale
Di Adžaria l’erba soave.
La magnolia nel bianco vestito
Piegava il suo corpo trasparente,
E il mare, il mare così azzurro,
Sulla riva cantava furente.
Ma nell’aspra luce della natura
Io di Mosca sognavo un boschetto,
Dove il cielo azzurro è più bianco,
Il verde più modesto e più schietto,
Dove il tenero rigogolo geme
Sulla chiara vista del prato,
Dove la mia cara compagna
Lo sguardo triste ha posato.
E tremò il cuore dal dolore,
E lacrime pure e lucenti
Caddero nei calici delle piante,
Dove gridavano bianchi uccelli.
E in cielo, grigi di polvere,
Spiccavano i lauri canforati,
E sonavano pallide trombe,
E battevano timpani ramati.

Metamorfosi

Nikolaj Zabolockij

Nikolaj Zabolockij

Come cambia il mondo! E come cambio anch’io!
Con un solo nome io mi chiamo,
In realtà quello che chiamano me, –
Non sono io solo. Siamo molti. Io sono vivo,
Affinché il mio sangue non arrivi a freddarsi,
Io sono morto più volte. Oh, quanti corpi morti
Ho separato dal mio corpo!
E se solo la mia ragione riuscisse a vedere
E alla terra volgesse l’occhio penetrante,
Essa vedrebbe là, tra le tombe, me
Sepolto in profondità. Essa mi mostrerebbe
Me, cullato dall’onda del mare,
Me, in volo nel vento verso un paese invisibile,
La mia povera spoglia, un tempo così amata.
Ma io sono sempre vivo! Sempre più chiaro e pieno
Lo spirito abbraccia masse di prodigiose creature.
La natura è viva. E’ viva tra le pietre
Anche l’erba viva e il mio morto erbario.
Anello nell’anello e forma nella forma. Il mondo
In tutta la sua viva architettura –
Organo che canta, mare di trombe, pianoforte
Che non muore né nella gioia né nella tempesta.
Come tutto cambia! Ciò che prima era uccello,
Adesso è una pagina scritta;
Il pensiero una volta era un semplice fiore,
Il poema procedeva come lento toro;
E ciò che era me, forse cresce di nuovo
E accresce il mondo delle piante.
E così, cercando a fatica di svolgermi
Come un gomitolo di complesso filo,
A un tratto vedrò ciò che si dovrebbe chiamare
Immortalità. Oh, miseria dei nostri pregiudizi!

Mia moglie

Nikolaj Zabolockij

Nikolaj Zabolockij

Scostati i capelli dalla fronte,
Egli accigliato siede alla finestra.
In un bicchierino verde una mistura
La moglie gli versa.
Come timoroso, come attento, soave
E doloroso brilla lo sguardo,
Come questi buffi riccioli
Sulla magra testolina pendono!
Dalla mattina lui scrive senza sosta,
Immerso nell’ignoto lavoro.
Lei a stento cammina e respira,
Purché lui stia bene a dovere.
E cigolerà sotto di lei il pavimento,
Lui aggrotterà le ciglia, – e subito
Lei è pronta a sprofondare
Al suo sguardo penetrante.
Chi sei mai, il genio dell’universo?
Pensa: né Goethe, né Dante
Conoscevano un amore così umile,
Così palpitante di fede nel talento.
Che cosa gratti sulla carta?
Perché sei eternamente irato?
Cosa cerchi frugando nel buio
Dei tuoi insuccessi e dei tuoi torti?
Ma se ti sta a cuore
Il bene e la felicità della gente,
Come hai potuto ignorare finora
Della tua vita questo tesoro vivente?

Movimento

Nikolaj Zabolockij

Nikolaj Zabolockij

Il vetturino siede come in trono,
La sua corazza è di bambagia,
E la barba è come in un’icona,
Giace, le monete tintinnano.
E il povero cavallo agita le braccia,
Ora si allunga come bottola,
Ora di nuovo otto gambe brillano
Nella sua pancia risplendente.

Non lasciare l’anima alla pigrizia

Nikolaj Zabolockij

Nikolaj Zabolockij

Non lasciare l’anima alla pigrizia!
Per non fare buchi nell’acqua,
Sia di giorno che di notte
Ad essa non si addice la fiacca!
Inseguila nella bufera,
Tra gli alberi schiantati,
Trascinala di tappa in tappa
Tra campi e borri innevati!
Non fare che dorma nel letto
Alla luce dell’aurora,
Tratta male la fannullona
E tienila a freno ognora!
Se per essere indulgente,
Dai disagi la vuoi liberare,
Essa anche l’ultima camicia
Ti toglierà senza esitare.
Tienila sempre ben stretta,
Tormentala continuamente,
Perché essa impari di nuovo
A vivere con te umanamente.
Essa è schiava e anche regina,
Essa è figlia e lavoratrice,
Sia di giorno che di notte
La fatica a lei si addice!

Acquaforte

Nikolaj Zabolockij

Nikolaj Zabolockij

E risonò nella sala assordante:
“Dalla casa dello zar un defunto è fuggito!”
Il defunto per le strade fiero cammina,
Gli inquilini lo tirano per le briglie,
Con voce di tromba egli canta una prece
E le sue braccia al cielo solleva.
Occhiali ramati, montati su membrana,
Pieno fino al collo di acqua sotterranea.
Su di lui uccelli di legno con fragore
Chiudono le ali sui battenti.
E intorno fulmini, cigolio di cilindri
E il cielo arricciato – e qui
La scatola della città con la porta sbottonata
E dietro una lamina di vetro – il rosmarino.

Addio agli amici

Nikolaj Zabolockij

Nikolaj Zabolockij

Con larghi cappelli, lunghe giacche,
Coi quaderni delle vostre poesie,
Da tempo siete finiti in polvere,
Come rametti caduti di lillà.
Siete là dove non ci sono forme pronte,
Dove tutto è diviso, confuso, spezzato,
Dove al posto del cielo – solo un tumulo
E l’immobile orbita lunare.
Là, in un’altra indistinta lingua
Canta un coro di silenziosi insetti,
Là con una lanternina in mano
Lo scarabeo-uomo accoglie i conoscenti.
State in pace, compagni miei?
Avete sollievo? Tutto avete obliato?
Ora per fratelli avete steli, sospiri,
Mucchietti di polvere, garofani.
Ora per sorelle avete radici, formiche,
Schegge di legno, piante di lillà…
E non siete più in grado di ricordare
La lingua del fratello rimasto in alto.
Per lui ancora non c’è posto là,
Dove siete scomparsi lievi come ombre,
Con larghi cappelli, lunghe giacche,
Coi quaderni delle vostre poesie.

Al mercato

Nikolaj Zabolockij

Nikolaj Zabolockij

Ornato di vasi e di fiori
Il vecchio mercato apre i battenti.
Qui le donne sono grasse come botti,
Coi loro scialli di bellezza mai vista,
E i cetrioli sembrano colossi,
Che zelanti nuotano nell’acqua.
Brillano come sciabole le aringhe,
Coi loro occhietti mansueti,
Ed ecco, sotto la lama del coltello
Si contorcono come serpi.
E la carne, dominio dell’ascia,
Giace come rosso buco,
E il salame come sanguigno intestino
Nuota nello sghembo braciere,
E gli va dietro un cane ricciuto,
Annusa l’aria col naso a digiuno.
La bocca come una porta aperta
E la testa come una scodella,
E le gambe vanno con precisione,
Incurvandosi lentamente a metà.
E adesso? Con aria addolorata
S’è fermato per caso, alla cieca,
E le lacrime come chicchi d’uva
Dagli occhi volano nell’aria.
Gli storpi se ne stanno in fila.
Uno suona la chitarra.
Il moncone di gamba, fratello di perdite,
Lo mantiene al bazar.
E sul moncone la stampella
Sembra un fiasco di legno.
Un altro mostra un germoglio di mano,
Egli se ne vanta, lo agita,
Ha un dito slogato, un invalido,
E squittò il dito, come una talpa,
E scricchiolò l’incrocio dell’osso.
E il viso si trasformò in un ditale.
E un terzo, arricciati i baffi,
Guarda come eroe bellicoso.
Su di lui nell’orologio del bazar
Sciamano le mosche della carne.
In un bidone siede sulle ruote,
Nella bocca è celato il forte volante,
In una tomba le braccia si seccano,
In un torrente dormono le gambe.
Per destino a questo eroe
E’ rimasta la pancia con la testa,
E la bocca, grande come un manico,
Per guidare l’allegro volante.
Là una vecchietta con l’occhio fisso
E’ seduta su una sedia tutta sola,
E un libro in magici buchetti
(Per le dita cara sorella)
Canta gli impiegati di servizio,
E la vecchietta con le dita è lesta.
Intorno – bilance come mappamondi,
Brandelli di burro, grasso d’amore,
Esseri deformi come idoli pagani,
Nel denso sangue interessato,
E lo stridìo-preghiera di una chitarra,
E berretti pieni come tiare.
Come rame splendente. Non è lontano
Il momento in cui in una tana rischiosa
Lui e lei – lui ebbro, rosso
Di gelo, di canto e di vino,
Senza mani, paffuto, e lei –
Cieca megera, ballano affabilmente
Una stupenda danza-capricorno,
Tanto che crepitano le capriate
E sprizzano scintille da sotto i piedi!
E la lampada strilla come una marmotta.

Arte

Nikolaj Zabolockij

Nikolaj Zabolockij

L’albero cresce, facendo ricordare
Una naturale colonna di legno.
Da essa si diramano le membra
Vestite di foglie rotonde.
L’unione di tali alberi
Forma un bosco, un querceto.
Ma la definizione di bosco è imprecisa
Se mostriamo solo la struttura formale.
Il grosso corpo di una vacca
Disposto su quattro estremità,
Coronato dalla testa come cattedrale
E da due corna (come luna al primo quarto),
Sarà anch’esso incomprensibile,
Sarà anch’esso inconcepibile,
Se dimentichiamo la sua importanza
Sulla mappa dei viventi di tutto il mondo.
Una casa, una costruzione di legno,
Eretta come cimitero di alberi,
Composta come capanno di cadaveri,
Come pergola di morti, –
Per chi dei mortali è comprensibile,
Per chi dei viventi è accessibile,
Se dimentichiamo l’uomo,
Che l’ha sgrossata e costruita?
L’uomo, sovrano del pianeta,
Signore del bosco di legno,
Imperatore della carne di vacca,
Geova di una casa a due piani, –
Egli anche il pianeta governa,
Egli anche i boschi abbatte,
Egli anche la vacca sgozzerà,
E pronunciare una parola non può.
Ma io sono uniforme,
Ho messo in bocca un lucente zufolo,
Ho soffiato e, docili al respiro, le parole
Volate nel mondo, sono diventate oggetti.
La vacca mi ha cucinato la polenta,
L’albero ha letto una favola,
E le morte casette del mondo
Saltavano come fossero vive.