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A mia moglie

NIKOLA VAPTZAROV

NIKOLA VAPTZAROV

A mia moglie
Visiterò talora il tuo sogno
come un ospite intruso, inatteso.
Non mi lasciare sulla strada, fuori,
e non serrare le tue porte.

Silente entrerò. Seduto calmo,
il buio fisserò per percepirti.
E dell’immagine di te ricolmo,
ti bacerò per subito svanire.

Aprile 1942

Fede

NIKOLA VAPTZAROV

NIKOLA VAPTZAROV

Ecco: io respiro, lavoro, vivo
e scrivo versi,
così come posso.
Io e la vita ci guardiamo rabbiosi,
di traverso e contro la vita
io lotto
sino all’estremo.

Sono in conflitto con la vita
ma tu non pensare che io la disprezzi:
anche alle soglie della morte
continuerei ad amare la vita,
le sue brutali mani d’acciaio.
Ancora l’amerei.

E se mi stringessero al collo
un nodo scorsoio,
chiedendomi se ancora per un’ora
volessi restare in vita,
io griderei senza indugio:
“Via questa corda,
o carnefici!”

Per la vita affronterei ogni prova:
volerei dentro una macchina senza collaudo,
entrerei in un razzo esplosivo
per cercare da solo nello spazio
lontani pianeti.

E anche così
sentirei un sottile fremito
vedendo com’è azzurro il cielo
lassù,
proverei l’incantevole brivido
d’essere ancora in vita,
d’esistere ancora domani.

Ma se voi mi prendete,
quanto?
un solo grano della mia fede,
allora getterò un grido,
urlerò di tormento
come pantera ferita al cuore.
Che resterebbe allora di me?

Un attimo dopo la vostra rapina
sarei distrutto,
o più esattamente, più
chiaramente,
un attimo dopo la vostra rapina
di me non resterebbe
altro che il nulla.

Voi forse volete abbattere
la mia fede nei giorni felici,
in un domani dove la vita
sarà più saggia e serena?

Ma come potrete abbatterla, dite?
Con raffiche di proiettili?
No, non i conviene tentare,
sarebbe tempo perduto.

La mia fede è difesa saldamente
dentro il mio petto
e il piombo capace
di penetrare questa corazza,
ancora non è stato trovato,
nessuno l’ha ancora scoperto!

La Storia

NIKOLA VAPTZAROV

NIKOLA VAPTZAROV

Che cosa ci offri, o storia,
dalle tue gialle pagine?
Noi eravamo gente oscura,
uomini delle fabbriche e degli uffici.

Eravamo contadini con addosso
puzza di cipolla e di sudore
e sotto i baffi spioventi
imprecavamo contro la vita.

Ci sarà almeno riconosciuto
d’averti saziata d’eventi
e abbeverata con abbondanza
nel sangue di migliaia di morti?

Tu traccerai soltanto i contorni,
ma la sostanza, lo so, resterà esclusa:
nessuno racconterà
il nostro povero dramma umano.

I poeti saranno tutti presi
a scrivere rime di propaganda,
ma la nostra angoscia non scritta
vagherà solitaria nello spazio.

È stata una vita da descrivere
la nostra? Una vita da evocare?
A frugarvi, quale tanfo,
quale velenosa esalazione!

Siamo venuti al mondo in un campo,
al riparo d’una siepe
e le madri giacevano nell’erba bagnata
mordendosi le labbra inaridite.

D’autunno morivamo come le mosche
e le donne urlavano nel giorno dei morti,
poi mutavano il lamento in un canto
che solo gli sterpi ascoltavano.

Quelli di noi che restarono,
intrisi di triste sudore,
fecero qualunque mestiere
come animali da fatica.

Dicevano i vecchi in casa:
«Così era, così è, così sarà…»
E noi sputavamo furibondi
su quella loro stupida saggezza.

Rabbiosi lasciavamo la tavola
e correvamo all’aperto, dove,
una speranza ci sfiorava
con un alito di luce.

Quanto abbiamo aspettato in angoscia
nelle bettole soffocanti!
Andavamo a dormire a notte alta
dopo gli ultimi bollettini.

Come ci illudevano le speranze!
Ma su di noi pesava un cielo basso,
fischiava un vento di fuoco…
Non ne posso più, basta, non voglio!

Nei tuoi grossi volumi,
tra le lettere, sotto le righe,
urlerà la nostra sofferenza,
con volto ostile guarderà.

Poiché, implacabile, la vita
ci colpì col suo duro pugno
sulla bocca affamata,
il nostro linguaggio s’è fatto aspro.

I versi che noi scriviamo
nella notte, invece di dormire,
non hanno profumo,
ma sono scarni e aggressivi.

Non vogliamo un premio per i nostri tormenti,
le nostre immagini mai giungeranno
sino ai tuoi massicci volumi
accumulati, nei secoli.

Ma tu almeno racconta con parole semplici
alle genti di domani,
destinate a darci il cambio,

PREDSMRTO

NIKOLA VAPTZAROV

NIKOLA VAPTZAROV

La lotta è implacabile, spietata.
La lotta, come dicono è epica.
Io sono caduto. Altri, prenderà il mio posto.
Cosa conta qui una persona?

Ti fucilano e dopo che t’han ucciso, i vermi…
Questo è tanto semplice e logico;
ma nella tempesta ti saremo ancora accanto,
o popolo mio, perché ti volemmo bene.

Primavera (estratto)

NIKOLA VAPTZAROV

NIKOLA VAPTZAROV

Primavera mia, mia bianca primavera
ancora non vissuta, non celebrata,
solo in lucidi sogni sognata
mentre bassa trascorri sui pioppi
e qui non arresti il tuo volo…
Primavera mia, mia bianca primavera…
ch’io possa vedere il tuo primo volo
dar vita alle morte piazze
ch’io possa appena vedere il tuo sole
e morir sulle tue barricate!

Romanticismo (estratto)

NIKOLA VAPTZAROV

NIKOLA VAPTZAROV

… Perché mai tanti piagnistei?
Perché sospira la gente
romantici motivi
raffreddati?
Romantici oggi sono i motori
che cantano
nel cielo turchino.
Compreso non hanno il canto superbo
le fronti
spremendosi
invano,
il canto che porta l’eterno
umano ardire
sulle robuste
ali
d’acciaio.
Già le scorgo nell’avvenire:
aquile
che spargono
pioggia
di sementi.
Le loro canzoni
Ruggite
dall’alto
stillano
lavoro
e libertà…