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Acheo contemporaneo

Nikifòros Vrettakos

Nikifòros Vrettakos

Meglio aver vissuto ai tempi di Troia.
Potevo fare allora qualcosa di più, chissà,
invece di questa paralisi e incertezza
e questa paura ogni giorno, queste traversie
nell’ultima metà del ventesimo secolo.
Forse allora con una cetra, traversando di corsa
su e giù l’accampamento, avrei cantato
carmi epici, per infondere coraggio ai Greci,
forse avrei potuto dar consigli ad Achille,
far finire prima la guerra e certo
con esempi più nobili e generosi,
senza cavalli di legno, senza gli inganni
degradanti per gli eroi e soprattutto senza
quell’incendio e quella spada
che annientarono Ilio. Allora forse
non sarebbero periti Ettore e altri numerosi,
belli come i Greci.
Forse
poi avrebbe preso anche me Ulisse,
uno in più tra i suoi compagni,
per dieci anni o anche oltre, – che importa?
una mia Itaca io non l’avevo – e forse gli dèi
non adirati, ma benevoli ci avrebbero
mantenuto propizio il tempo per la nave.
Meglio aver vissuto ai tempi di Troia,
e non ora, quando fuggendo lontano dalla patria
(ma Troia non è caduta, le nostre bandiere
ormai lacere, ed Elena
abbandonata alle nostre spalle) vado errando
da trent’anni, di qua e di là nei apesi degli amici,
senza Itaca, senza fede, senza compagni.

Da Il viaggio dell’Arcangelo

Nikifòros Vrettakos

Nikifòros Vrettakos

(…) Si apriva il mondo ed entrava lo scafo
sotto arcate di fuoco che vaporavano azzurre.
Si allontanava dalla Terra
verso gli spazi celesti e sempre più
la luce guizzava ricca
dalle fiancate fra le sartie e una brezza
più fresca rianimava i marinai:
con frenesia di segnali dai pennoni
salutavano il sole e le stelle.
E così, come fuggono le albe
e arrivano i tramonti, non capiscono,
e neppure quando la luce del giorno si allarga e splende
su tutte le terre intorno, e quando
schizza sulle acque furiose, e quando la notte
senza voce riveste e spoglia
con i suoi astri la terra, un bianco
diluvio di astri, e con il sole che intanto
continuava a divampare nell’universo
– scendevano cercando Troia
e il suo prodigioso sembiante. Placido
il mare scendeva nelle profondità
come fiume di luce che si riversa
nel cielo, e sui flutti anche il veliero
scendeva e si piegava appena
sfiorando la lanugine della bonaccia.
Poggiati sui gomiti i marinai,
gli occhi innocenti rivolti
al cielo, correvano sulle acque; immersi
nel sublime creato che aveva aperto enorme
una crepa sulla superficie della loro anima,
come per il sisma di un’ebbrezza universale. (…)