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Il verbo degli uccelli

MOHAMMAD REZĀ SHAFI‘I KADKANI

MOHAMMAD REZĀ SHAFI‘I KADKANI

Con nessun pugnale
questa corda si sfibra,
incessantemente
una voce si sente
giorno e notte dal giardino:
“ciù ciù,
cià cià,
ciah ciah,
ciù ciù,
ciah ciah”.
Il limpido del sussurro
scorre dall’altra parte del muro.
Chiede Jalāl:
“La gola di quest’uccello
dell’atto di cantare e
del chiamare
mai si stancherà,
ché con la sua melodia nella calura del giorno e
nell’ombra della notte,
sveglio tien sempre il giardino e
il bosco?”
“Guarda che”
-dico io-
“questo è l’incanto dell’amante, dell’alba;
non n’è finita ancora una,
che l’altra già prende il via;
la voce è una
ma gli uccelli molti.”

Paradosso primo

MOHAMMAD REZĀ SHAFI‘I KADKANI

MOHAMMAD REZĀ SHAFI‘I KADKANI

Con queste stesse parole che mai,
la pretesa d’incanto o prodigio hanno,
come storno e canarino e tortora, che
-pur essendo divini messaggeritranne il canto altro versetto non hanno,
mi è giunta la rivelazione dall’alba:
“colui per il quale tu eri in attesa,
altri non è se non tu stesso, insomma,
se gli altri questo non sanno,
indubbiamente gli occhi aperti non hanno.

Transumanza di viole

MOHAMMAD REZĀ SHAFI‘I KADKANI

MOHAMMAD REZĀ SHAFI‘I KADKANI

Negli ultimi giorni di Febbraio
è bella
la transumanza delle viole migranti.
Nel mezzodì limpido di Febbraio,
quando le viole dalle loro fredde ombre,
[avvolte] nel raso della fragranza primaverile,
con terra e radici
-la loro patria mobilein piccole scatole di legno
son portate agli angoli delle strade:

Ecco il ruscello di mille mormorii in me,
sgorga:
magari…
magari l’uomo la sua patria
potesse con sé portare
ovunque volesse
come le viole
(nelle scatole di argilla).
Nel chiarore della pioggia,
nel sole puro.

Una canzone in lode dell’amore

MOHAMMAD REZĀ SHAFI‘I KADKANI

MOHAMMAD REZĀ SHAFI‘I KADKANI

L’amore non è una parola, è un significato
una scala verso il mondo supremo
Quando con la vita s’è legata la morte
l’amore appare dal fondo dello specchio
È forse l’arte di morire l’amore
che è così magica e bella?
Morire e rivivere nella morte
certo che è uno stato eminente!
È un termine ambiguo e insensato
ma in verità è l’unica manifestazione del senso
È un dirupo eterno, per ogni precipitare
cadervi dentro è un ascendere verso l’Alto
Creare una divinità da qualcosa come questo Sé
è un rendere eterne la passione e la polvere
Col corpo inizia l’amore
fin dove giunge? Dio lo sa!
È il passaggio da una porta vietata
quella porta che è presenza nel domani
È senza tempo quest’isola d’amore
benché sia palese nel corso del tempo
Una rosa che all’alba della resurrezione
sarà causa d’ebbrezza all’olfatto di Dio
La gelosia e l’invidia sue, incendianti,
donano vita ad ogni [nostra] pazienza
Abitudine e banalità son le sue nemiche
ché “l’arrivare” è la nostra decadenza
L’amore è un animare col corpo
benché la sua fine sia un corpo solitario
[E’] un’arsura per l’anima gemella, nascosta
giungere alla quale è la nostra bramosa supplica
L’amore è uno smarrire “io”, “tu” e “lui”
ogni cosa ch’è perduta è là che si trova.