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La sfida della leggerezza

Matteo Bianchi

Matteo Bianchi

«Mai smetterò di volgermi al passato»,
ti provoco eccitato nella doccia,
sussulti – lo spavento – tremi
– penserai a tutte quelle impronte
in me che si sono fatte Forma –
scosti l’orecchio per orgoglio,
e ribatti: «perché ti ostini?»
«Mai cederò la mia storia», la risposta
liberatoria di chi gareggia a trattenere il fiato,
nella fantasia di una vasca, coi sottomarini.
«Non posso fare altrimenti».
Se ogni foto avesse la sua verità nascosta,
passatempi fasulli per bambini,
la barchetta di carta che dondola
sarebbe solo un foglio di cronaca
piegato male.
Da L’amore è qualcos’altro, Empirìa, 2013

Salutavo con la mano

Matteo Bianchi

Matteo Bianchi

Sedotto da un caffè bruciato,
mi appello alla sentenza:
sorsi contati a distanza
della tua sfrontata assenza.
Il misero traliccio crede
nelle stelle e spera a fine giornata
lo raggiunga il gemello;
l’unione di luce celata dai cavi,
l’hai già indovinata?
Da L’amore è qualcos’altro, Empirìa, 2013

Sempreverde

Matteo Bianchi

Matteo Bianchi

Non immaginavo fosse così facile la fine.

Fasullo com’era la pietra che portava al collo, l’imitazione di
una nobile premessa, una necessità vietatagli dalla nascita.
Almeno ne possedeva una proiezione che si raccontava allo
specchio, o intanto che guidava, coperto dal ronzio della
confusione. Di quello che per lui era irraggiungibile, se non
come farsa, mentre per gli altri era la norma.
L’amore a cui si sentiva costretto non era altro che l’oro, il
metallo prezioso in cui s’incastonava la sua gemma alla
perfezione, e non aveva peso, ma impura allo stesso modo lo
obbligava al terreno, frutto senza prezzo di una mano superiore.
Realtà non è semplicemente il contesto che ci fa stare bene? La
speranza ci vizia e ci trattiene: qui smeraldi grezzi portati al collo.

Tra il cartello “Ferrara” e il resto

Matteo Bianchi

Matteo Bianchi

Tra il cartello “Ferrara” e il resto
per ultima una chiesa,
a detta loro sconsacrata:
una volta cappella di pellegrini,
allora rivolta alla strada
non ancora annerita.
Basso il campanile,
non aveva più rintocchi,
rimossi, li avevano spostati in paese.
Mi piaceva entrare in quello spazio
intatto nella dimenticanza.
Si manteneva fresco e stavo bene coperto.
Mi sentivo protetto.
Oggi è di proprietà,
e pensavo che c’eri stato
per poi andartene, anche Tu,
o essere cacciato.

Cercavo una porta d’acqua

Matteo Bianchi

Matteo Bianchi

A Venezia di nessuno,
dove, tra vento e mare,
non rimane tanto spazio
per sperare.
Cercavo una porta d’acqua
tra calli annerite dal sale
e pali di legno marciti.
Città a ritmo di mare.
Gli svassi in fuga in fondo al canale,
davanti alla prua:
disteso in vetta alla barca
per passare sotto i ponti
fumando realizzavo quei secondi.
Divieto di scaricare se stessi.
La Bora mi bruciava gli occhi.
Impassibili i gabbiani
sui pozzi o sospesi
accanto alle navi,
facevano festa:
sopravvivere con poco,
spensierati.
«Vento di tempesta, al largo
o su chissà che altra costa,
portami con te
da quanto tiri forte
nella mia testa».
La schiuma sul limitare dell’onda
non era neve.
Solamente il suo ricordo.
Da Un’ombra in due, L’Arca Felice, 2014

Itaca, quella volta

Matteo Bianchi

Matteo Bianchi

Penelope era taciturna – sapete -,
tesseva al telaio e sorrideva dolcemente,
anche prima ch’io andassi in giro
a guerreggiare per il mondo.
Alzava quella volta gli occhi dalla trama
e mi vedeva in viaggio,
perso nei suoi pensieri.
Neanche avessi usato la scusa
delle sigarette:
un pacchetto lungo un’altra vita
incompleta, un ritorno.
Si allontanava con le onde
la notte prima di partire,
un ramo reciso il saluto commosso,
strozzato l’indomani dal contegno;
realizzavo cos’era essere solo.
Non avete idea
di quanto abbia implorato gli dei
dai ponti delle navi assediati dalle stelle,
dalle spiagge coperte e ventose,
persino in mezzo alle armi
sconosciute dei nemici,
che il silenzio caldo di casa
non si estinguesse mai.
Ulisse – mi assillavo -,
ma dove vai?
(con Luigi Malerba)
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Da Un’ombra in due, L’Arca Felice, 2014