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Per mio padre

Mario Benedetti

Mario Benedetti

Sta solo fermo nella tosse.
Un po’ prende le mani e le mette sul comodino
per bere il bicchiere di acqua comprata,
come tanti prati guardati senza dire niente,
tante cose fatte in tutti i giorni.
Intorno ha una cassettiera con lo specchio,
due sedie scure, un armadio, l’incandescenza minuscola di una stufa.
Dei centrini, la stampa di una natività con il rametto di ulivo,
un taccuino, dei pantaloni, delle cose sue.
Davanti il cielo che è venuto insieme a lui,
gli alberi che sono venuti insieme a lui. Forse una ghiaia di giochi
e dei morti, che sono silenzio, un solo grande silenzio, un silenzio di tutto.
A volte l’acqua del Cornappo era una saliva più molle,
un respiro che scivolava sui sassi.
A volte tutto era l’uccellino del freddo disegnato sul libro di lettura
vicino a una poesia scritta in grande da imparare a memoria.
A volte niente, venire di qua a prendere il pezzo di cioccolato
e la tosse, quella maniera della luce di far tremare le cose,
gli andirivieni, il pavimento stordito dallo stare male.

con il sole nel muro grande di casa

Mario Benedetti

Mario Benedetti

Con il sole nel muro grande di casa,
e il cortile che un poco brilla sulle punte di erba, è mattino.
E io vorrei le parole per dire gli occhi
fermati sulla colazione, dire che il pane
è più una cosa che mi nutre di altri giorni di allegria.
Come allora il tavolo è i bicchieri che porta, le bottiglie e i bicchieri.
Come non siamo capaci di non pensare, di non immaginare
e solo in questo i fiori nel cortile, o la ghiaia, per esempio,
le pietre della casa, sono andati nelle canzoni.
Sono andate le vecchie strade a mostrare il loro ciglio di erba
incontro alle nuvole, o nella trasparenza di certe giornate
fino ai tramonti animati dalla polvere più bella, più dipinta.
Le ortensie sono l’ombra che fiorisce, la sera è lungo il muro dipinta.
Saremo una sera chiara, quasi di primavera, sopra i vasi di menta,
le conche di terra e foglie in più di un bosco.

quanto siamo stati con le foglie

Mario Benedetti

Mario Benedetti

Quanto siamo stati con le foglie che vanno via dai rami.
Sono state le musiche dolci, dove dirsi di morire.
Hanno portato tanti libri,
gli uomini a tornare tra pochi fanali, i tram, le ciminiere.
Mi sarebbe piaciuto passeggiare con un bastone tra le foglie che cadono,
avere un cancello da aprire,
e per Catine sapere cos’era portarci la polenta
con parte del giallo pieno della bicicletta di Giovanni da portare dentro.
Pioverebbe, sarebbe novembre.
Siamo stati così tanto insieme ognuno di noi con le cose.
Sai, a volte cerco di vederti, che cos’è lavorare, avere dei muri tuoi.
Tornare di sera era sempre una forza sui pedali,
gambe sulle quali si metteva un panno, muscoli
con un panno grigio con la piega. Svelto e birichino, aria di festa,
appoggiavi il giorno intero, dove tanto ti ho vegliato, a quel muro.

Cuore corazza

Mario Benedetti

Mario Benedetti

Perché ti ho e non ti ho
perché ti penso
perché la notte è qui ad occhi aperti
perché la notte passa e dico amore
perché sei qui a riprendere la tua immagine
e tu sei meglio di tutte le tue immagini
perché sei bella dai piedi fino all’anima
perché sei buona dall’anima fino a me
perché dolce ti nascondi nell’orgoglio
piccola e dolce
cuore corazza
perché sei mia
perché non sei mia
perché ti guardo e muoio
e peggio ancora muoio
se non ti guardo amore
se non ti guardo
perché tu esisti sempre ovunque
ma esisti meglio dove io ti voglio
e la tua bocca è sangue
e senti freddo
io devo amarti amore
ti devo amare
anche se la ferita fa male per due
anche se ti cerco e non ti trovo
e anche se
la notte passa e io ti ho
e non ti ho.

è stato un grande sogno vivere

Mario Benedetti

Mario Benedetti

E’ stato un grande sogno vivere
e vero sempre, doloroso e di gioia.
Sono venuti per il nostro riso,
per il pianto contro il tavolo e contro il lavoro nel campo.
Sono venuti per guardarci, ecco la meraviglia:
quello è un uomo, quelli sono tutti degli uomini.
Era l’ago per le sporte di paglia l’occhio limpido,
il ginocchio che premeva sull’erba
nella stampa con il bambino disegnato chiaro in un bel giorno,
il babbo morto, liscio e chiaro
come una piastrella pulita, come la mela nella guantiera.
Era arrivato un povero dalle sponde dei boschi e dietro del cielo
con le storie dei poveri che venivano sulle panche,
e io lo guardavo come potrebbero essere questi palazzi
con addosso i muri strappati delle case che non ci sono.

Fine settimana

Mario Benedetti

Mario Benedetti

Una cosa vera che stava con noi nella vita sono adesso
i piccoli orti sulla strada, la materia povera
di un quadretto di Beuys tra le linee nodose di Mondrian.
Quando il cielo diventa basso e poi il sole scompare
sembra alzarsi la terra con i suoi sterpi, il ghiaione
dei binari, c’è il rumore delle scarpe che franano
tra i sassi, un vento che fa esistere lungo e nero
e calma il vuoto che si ha addosso.
Alla fine, mi domando, come poter dire: alla fine.
Dare a un posto un uomo, degli occhi, un cuore, un respiro.
Solo come un’immagine sono ancora belle le primule
come c’era di bello una sera due poeti seduti vicini
alla televisione, in particolare l’uomo con gli occhi secchi,
gli abiti pieni di vecchie case operaie, e Alcide De Gasperi
che si era fatto portare il letto vicino alla finestra
per guardare le sue montagne fino all’ultimo.

I monti del Cantal

Mario Benedetti

Mario Benedetti

In fondo ai monti del Cantal, di sera,
guardiamo la casa più vecchia di Saint-Flour.
E’ stato un uomo a tenere la casa per noi.
A poco a poco ha comperato
le cose che sapeva di un tempo e di un altro. E adesso è così.
Siamo entrati l’indomani. In basso
c’era un po’ di archeologia del posto,
e poi del legno, pavimenti, armadi
dei contadini del Cantal.
Poi ho voluto comperare le fotografie di Jacques Dubois, Les Auvergnats.
La notte abbiamo dormito bene per l’aria fresca
che c’è sempre anche d’estate. E ho visto un carro con i buoi
che andava via per l’occidente:
solo hanno le musiche e sanno sognare con forza i giorni
nell’Europa dell’est, credo di averti detto.
Abbiamo mangiato cose delicate e cercato di ricordare il vino,
poi ti ho parlato, mi hai detto senza capire cosa,
la mattina quando ti sei svegliata
triste e come disperata per la mia vita.
(Da Umana gloria, Mondadori 2004)

A D. / antologia, Mario Benedetti

Mario Benedetti

Mario Benedetti

Penso a come dire questa fragilità che è guardarti,
stare insieme a cose come bottoni o spille,
come le tue dita, i tuoi capelli lunghi marrone.
Ma d’aria siamo quasi, in tutte le stanze
dove ci fermiamo davanti a noi un momento
con la paura che ci ha assottigliati in un sorriso,
dopo la paura in ogni mano, o braccio, passo,
che ogni mano, o braccio, passo, non ci siano.

(Udine, 1955),da Umana Gloria(Mondadori, 2004)