Archivi categoria: Mario Benedetti

La penisola della Hague

Mario Benedetti

Mario Benedetti

Hanno gli occhi provati dal mare, dal grande cimitero marino.
Anche la fabbrica nucleare tiene le navi lontano
con i suoi tubi alti e chiusi, con il ferro di un porto innaturale.
La volpe stasera non è venuta, le galline aspettano la mattina.
La capra legata fa in modo di restare vicino ai due bambini e grida.
Mangiamo sempre dalla signora di Auderville, io per ascoltarla:
Prévert era una persona di modi semplici, mangiava qui a volte.
Salendo, la casa è ciò che vogliamo vedere,
le ortensie, l’acqua che sgorga infinitamente dalla canaletta di legno.
Piove. Il vento è quasi freddo. D’autunno come saranno
queste pietre con i nomi nel cespuglio di piccole rose?
A Brest è piovuto una volta per sempre.
Un viso, una corsa sono stati amati per sempre, per sempre.
Ti guardo dalla sabbia che sembra non finire nemmeno lì dove sei.

Log, Ambleteuse

Mario Benedetti

Mario Benedetti

Un bianco dove non si mette niente,
di notte
si vede una pagina di Nerval,
il sangue di Esenin, una baita, la strada nuda di una frontiera,
un bungalow sulla costa.
Non è mai tornare se diventa che mi vedi leggero.
La mano attraverso le case è dirti “guarda”
e già ti sporgi sul mare.
E la primavera gira gli occhi nella primavera
se ti dico “guarda quante eriche”.
Difendimi, difendi questa notte bianca,
il giorno ripetuto nel pensiero.
Log, Ambleteuse,
colpi dei piedi sulla strada, facce piene di vento scuro,
i nostri visi nelle mani,
il vento negli occhi chiusi per pensarlo.
E un albero di fiori
sale sullo slargo con la marea
perché la mano è così, amore,
lei va alta fra i tuoi capelli.

Mandami le ossa, mandami il cranio senza gli occhi

Mario Benedetti

Mario Benedetti

Mandami le ossa, mandami il cranio senza gli occhi,
la mascella aperta, spalancata, fissa nei denti,
e i calzini sotto la tuta, eri rigido, eri rigido, eri una cosa
come un’altra, senza la forma che hanno i tavoli,
morso dallo stento del vivere, una cosa inservibile,
indecisa, un terriccio che non si nota, un pezzo di asfalto
di una strada anonima, eri tu, quella cosa, eri tu,
quella cosa, eri uno che è morto. Così fragile il tuo sorriso,
lo sguardo blu e gli zigomi, il metro e settantacinque
portato come un uomo che piace, che vive per sempre,
per sempre dentro una vita che per potere essere
vissuta deve sembrare una vita per sempre, mentre eri
della carne, quello che io sono uno per sempre ancora.

(Udine, 1955), da Tersa morte(Mondadori, 2013)

Non sapevo se le mie parole erano le stesse

Mario Benedetti

Mario Benedetti

Non sapevo se le mie parole erano le stesse
per tutti, la mia notte
se era la stessa nessuno lo sapeva.
Valli, ogni volta che venivo,
erba ripetevo, adesso è ancora questa erba,
e alberi, toccarli, dire alberi.
Viale che non guardo,
rimasto come lo sapevo ma neppure un viale.
E cammino anche più in là di me
adesso che piangere è pioggia,
e stare soli è più grande.
Mario Benedetti (Udine, 1955), da Umana gloria (Mondadori, 2004)

Colori 10 / antologia, Mario Benedetti

Mario Benedetti

Mario Benedetti

madre
E dalle tue foglie viene la vita,
dalle foglie vedute nel muro che guardi.
E niente è qui di quello stasera.
Oh gli anni che hai e che ho.
Lunga non è la mia vita, quanto la tua.
Quello che resta, dopo avere parlato, c’è.
Non qualcuno. Che alberi erano quelli,
mano e nervature, morbide, fresche.
Dove sei? fondo di casa, fermo e vagolante,
nel colore bianco della sera a dicembre.
Mario Benedetti (Udine, 1955), da Pitture nere su carta(Mondadori, 2008)
Nel secondo libro della trilogia di Benedetti, quella difficile sintesi fra pensare, dire e percepire viene esplorata più drammaticamente. Lo stile è franto; potremmo quasi dire: franato. Le immagini hanno una più alta densità, che può risultare di difficile comprensione ad una prima lettura. Sembra che il poeta voglia condurci a vedere, a toccare le singole parole. I versi qui si fanno brevi, ogni immagine è staccata, separata: ognuna sta sola e pare non comunicare direttamente con la precedente e la seguente. La sintassi, dunque, si fa ellittica, fino proprio a dare una percezione di menomazione: fra i vv. 6 e 7 sembra che un ragionamento più ampio ci sia sottratto e che le frasi sporgano come macerie, dopo un disastro, un terremoto (si ricorda che Benedetti ha vissuto in prima persona il terribile terremoto in Friuli nel 1976). In questa poesia si cerca di esprimere il complesso rapporto fra il poeta e la propria madre. La madre è l’origine della vita, il punto da cui siamo nati; ma subito la figura della madre evoca il paesaggio della memoria e dell’infanzia. Le mani di lei, la loro casa e le montagne boscose del Friuli si confondono: per metonimia, ognuna richiama le altre (come nel v. 8), per metafora ognuna di loro è le altre (come al v. 1). Ma ormai il figlio vive lontano dalla madre e il suo mondo non è più quello in cui ancora essa vive (v. 3); gli anni sono passati e sembrano dividerli ancora di più (v. 4). Eppure madre e figlio sono uniti da un vincolo biologico e affettivo che oltrepassa ogni distanza e fa sì che entrambi sostino come sospesi e riuniti nel ricordo di un passato:“Quello che resta, dopo avere parlato, c’è.”
(Tommaso Di Dio)

Pas-de-Calais

Mario Benedetti

Mario Benedetti

E’ unito per tutto il cielo alto l’asfalto. Alcune sotto le altre le nuvole
sono la paura delle case lucenti per le lamiere del mare.
Si sta dentro con la paura che il corpo è strano che non faccia male,
povere e care le dita che danno alla bocca queste ore immense di noi.
Qualcuno che risale, è l’erba che hanno le gambe laggiù,
come il vento isola i capelli.
A volte con i fiori in casa… circondati da pensieri.
La Croce dei marinai è il mare portato lì,
le case costruite con il lavoro sulle barche, gli uomini cosa hanno saputo fare
degli occhi che non possono vedere, delle mani che si fermano per sempre.
Con il sole dal faro
scende sui campi parte degli occhi del pittore italiano Lucio Fontana.
Niente ci ricorda la piccola posata, il tavolo.
Nelle mani il vetro che siamo noi e ciò che adesso è il cameriere.

Come farti capire

Mario Benedetti

Mario Benedetti

Come farti capire che c’è sempre tempo?
Che uno deve solo cercarlo e darselo,
Che nessuno stabilisce norme salvo la vita,
Che la vita senza certe norme perde forma,
Che la forma non si perde con l’aprirci,
Che aprirci non è amare indiscriminatamente,
Che non è proibito amare,
Che si può anche odiare,
Che l’odio e l’amore sono affetti,
Che l’aggressione è perché sì ferisce molto,
Che le ferite si rimarginano,
Che le porte non devono chiudersi,
Che la maggiore porta è l’affetto,
Che gli affetti ci definiscono,
Che definirsi non è remare contro corrente,
Che non quanto più forte si fa il segno più lo si scorge,
Che cercare un equilibrio non implica essere tiepido,
Che negare parole implica aprire distanze,
Che trovarsi è molto bello,
Che il sesso fa parte del bello della vita,
Che la vita parte dal sesso,
Che il “perché” dei bambini ha un perché,
Che voler sapere di qualcuno non è solo curiosità,
Che volere sapere tutto di tutti è curiosità malsana,
Che non c’è nulla di meglio che ringraziare,
Che l’autodeterminazione non è fare le cose da solo,
Che nessuno vuole essere solo,
Che per non essere solo devi dare,
Che per dare dovemmo prima ricevere,
Che affinché ci dìano bisogna sapere anche come chiedere,
Che sapere chiedere non è regalarsi,
Che regalarsi è, in definitiva, non amarsi,
Che affinché ci vogliano dobbiamo dimostrare che cosa siamo,
Che affinché qualcuno “sia” bisogna aiutarlo,
Che aiutare è potere incoraggiare ed appoggiare,
Che adulare non è aiutare,
Che adulare è tanto pernicioso come girare la faccia,
Che faccia a faccia le cose sono oneste,
Che nessuno è onesto perché non ruba,
Che quello che ruba non è ladro per suo piacere,
Che quando non c’è piacere nelle cose non si sta vivendo,
Che non ci si deve dimenticare che esiste la morte,
Che si può essere morto in vita,
Che si sente col corpo e la mente,
Che si ascolta con le orecchie,
Che costa essere sensibile e non ferirsi,
Che ferirsi non è dissanguarsi,
Che alziamo muri per non essere feriti,
Che chi semina muri non raccoglie niente,
Che quasi tutti siamo muratori di muri,
Che sarebbe meglio costruire ponti,
Che su di essi si va all’altro lato e si torna anche,
Che ritornare non implica retrocedere,
Che retrocedere può essere anche avanzare,
Che non per il molto portarsi avanti si leva prima il sole,
Come farti sapere che nessuno stabilisce norme salvo la vita?
Come farti sapere che c’è sempre tempo?