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A una lumaca

Marianne Moore

Marianne Moore

Se «la concentrazione è la prima qualità dello stile»,
tu la possiedi. Contrarsi è una virtù
com’è una virtù la modestia.
Non è l’acquisto d’una cosa qualsiasi
che sia solo ornamentale
o la qualità secondaria che accompagna
qualcosa di ben detto
che apprezziamo nello stile,
ma il principio nascosto
nell’assenza di piedi, «un modo per concludere»;
«una conoscenza di princìpi»,
nel curioso fenomeno del tuo corno occipitale.

Ad una giraffa

Marianne Moore

Marianne Moore

Se è inammissibile, anzi letale,
essere personali, ed è indesiderabile
essere letterali – anche pregiudizievole,
se l’occhio non è innocente – questo vuol forse dire che
si può vivere solo delle foglie più alte, che son piccole,
accessibili solo ad una bestia che sia ben alta? –
di cui il miglior esempio è la giraffa –
l’animale così poco ciarliero.
Quando sia in preda allo psicologico,
una creatura riesce insopportabile
che poteva riuscire irresistibile;
o, per essere esatti, eccezionale,
proprio perché assai meno ciarliera
di qualche animale aggrovigliato in nodi emozionali.
In fondo
le consola­ioni del metafisico
possono essere profonde. In Omero, l’esistenza
è incrinata, la trascendenza, condizionale;
« il viaggio da peccato a redenzione, interminabile».

Ad una lumaca

Marianne Moore

Marianne Moore

Se ‘la concentrazione è il primo dono dello stile’,
tu la possiedi. La contrattilità è una virtù,
così come modestia è una virtù.
Non già l’acquisizione di una cosa qualsiasi
capace di adornare,
o la qualità incidentale che per avventura
si accompagni a qualcosa di ben detto,
non questo apprezziamo nello stile,
ma il principio nascosto:
nell’assenza di piedi, ‘un metodo di conclusioni’;
‘una conoscenza di princìpi’,
nel curioso fenomeno della tua antenna occipitale.

All’arte di governo imbalsamata

Marianne Moore

Marianne Moore

Non c’è nulla da dire in tuo favore. Difendi
il tuo segreto. Tienilo nascosto sotto la dura
scorza di piume, negromante.
O
uccello, le cui tende sono state “grandi teli di canapa
egiziana”, la pallida iscrizione zigzagante della Giustizia –
reclina come una danzatrice – potrà mostrare
mai
il polso della sua sovranità, un tempo così vivida?
Tu neghi, e trasmigrando fuori dal sarcofago
intessi un silenzio di neve intorno
a noi,
e con il tuo linguaggio moribondo,
zoppo a metà e a metà altero,
incedi qua e là. Ibis, noi non troviamo
più
alcuna traccia di virtù in te – vivo ma così muto.
La discrezione ora non è la somma
del buon senso che onora lo statista.
E se
fosse l’incarnazione di una grazia morta?
Come se una maschera mortuaria potesse sostituire
l’imperfetta eccellenza della vita!
Lento
a scoprire la dimensione ripida e severa
del tuo trono, tu vedrai la forzata distorsione
dei sogni suicidi
andare
vacillando verso se stessa e con il suo becco
aggredire la sua stessa natura, fino a quando
sembri amico il nemico e l’amico sembri
nemico.

Che cosa sono gli anni?

Marianne Moore

Marianne Moore

Che cos’è la nostra innocenza,
che cos’è la nostra colpa? Tutti sono
nudi, nessuno è al sicuro. Da dove viene
il coraggio: la domanda senza risposta,
il dubbio fermo che –
chiamando muto, ascoltando sordo –
nella sventura, anche nella morte,
incoraggia gli altri
e nella sua sconfitta esorta
l’anima ad essere forte? In profondità
vede ed è felice colui che
sa arrivare alla mortalità
e nella sua prigione si leva
al di sopra di sé come
il mare nell’abisso, lottando
per essere libero e incapace di esserlo,
nella sua resa trova
la ragione di continuare.
Chi ha un forte sentire
agisce così. Anche l’uccello,
più alto mentre canta, rafforza
la sua forma in verticale. Benché prigioniero,
con il suo potente canto
dice: che bassa cosa
la soddisfazione, che pura la gioia.
È questa la mortalità,
è questa l’eternità.
Traduzione di Nicola Gardini

Poesia n. 155 Novembre 2001
New York Anthology
a cura di Silvio Ramat, Nicola Gardini, Ezio Savino

 




Gli anatroccoli

Marianne Moore

Marianne Moore

Di un impermeabile di cerata, nuovo e lucido,
mando a memoria innanzitutto la lunghezza
d’onda. Lo stesso di una tenda per la doccia.
E quest’enfasi sul giallo
non è perché cerco un idraulico
o un elettricista, è che trovo
che dopo tutto mi sta bene, me lo merito.

L’Eroe

Marianne Moore

Marianne Moore

Come Pilgrim, costretto ad andar piano
a trovare il suo rotolo; stanchi ma pieni di speranza –
non essendo speranza la speranza
finché non sia svanito ogni motivo
di speranza; e indulgenti, pronti a considerare
l’errore del proprio simile
col cuore di una madre –
donna o gatta.

Luce è linguaggio

Marianne Moore

Marianne Moore

Della luce del sole si può dire
più di quanto si dica del linguaggio: ma linguaggio
e luce, a vicenda
aiutandosi – francese l’uno e l’altra –
non han disonorato un aggettivo
che rimane ancora radicato.
Sì, luce è linguaggio. Libera franca
imparziale luce di sole, luce di luna,
luce di stelle, luce di faro,
sono linguaggio. E il faro
di Creach’h d’Ouessant,
sulla sua indifesa
scaglia di roccia, è il discendente di Voltaire,