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Là ancora brusiscono

Luciano Cecchinel

Là dove assiduo riscrive
il grillo le sudate erbe del giorno
e la cavalletta fila
affaticata la luce delle stelle,
era smemorato il sonno
sotto le travi trepide
di celesti tetti luccicanti.
Là ti addormentava
– se era vero – di tenebre
e rugiade il soffice bisbiglio
e sfavillante per abbagliate crune
ti svegliava l’oro di fili sospesi.
Tra pietre argentate
sul segreto intrico di odorosi fieni
là ti fissava – se era vero –
il muso sapiente
dell’annoso ghiro.
Là ancora brusiscono
voci che bufere di boscaglia
fervide travolsero
e hanno nelle trafitture d’addiaccio
delle notti tinnii
come di anelli trasalenti sui sordi
legni delle greppie.
Luciano Cecchinel (Lago, 1947), da Da un tempo di profumi e gelo (LietoColle – pordenonelegge.it, 2016)

Nel bosco di faggi

Luciano Cecchinel

A ciascuno il suo
Col vento senza memoria
dai reticolati ossuti
ancora stille di cenere
sopra i basamenti neri
e poi ringhi come di cani furiosi
entro grate scabbiose di ruggine.
Qui a ciascuno di voi che faceste
del pensiero un vestito di morte
la sua razione di orrore,
di fame, di gelo,
il suo ultimo colpo, il suo uncino,
il suo rimasuglio esalato di fumo.
Ora non più gridi e versi
sfiatati di cavalli cantanti,
non più sforzi per pace di morte
per voi trasparenti
in nebbia di pioggia,
in lana di nubi.
Qui a ciascuno di voi il suo sospiro,
il suo silenzio, il suo cielo,
spiriti che vagate nell’aria
verso il piano celeste lontano
ripensando al lavoro del fumo
nell’abbandono dell’uomo, di Dio.
Da voi senza più bisogno
di preghiera e elemosina
noi pellegrini ansiosi di angoscia
ognuno a mendicare
il suo po’ di cuore,
di fame d’amore.
Nel bosco di faggi
bosco di faggi: a Buchenwald, campo di sterminio sulle colline nei pressi di Weimar, furono eliminati soprattutto gli uomini della Resistenza tedesca.
per ciascuno di voi: il cancello d’ingresso del campo reca la scritta “JEDEM DAS SEINE” (“A ciascuno il suo”).
il suo ultimo colpo, il suo uncino: nel campo non furono usati i gas asfissianti. Gli internati venivano uccisi in uno scantinato-mattatoio e quindi portati con un montacarichi al reparto dei forni crematori.
cavalli cantanti: per i prigionieri, costretti a trascinare cantando un carro carico di pietre, era stato coniato dagli aguzzini il nomignolo di “singende Pferde”.
da Perché ancora

Ohio Blues / antologia, Luciano Cecchinel

Luciano Cecchinel

Ohio State
Ohio State
dusty clouds of the fate
sparklin’ clouds of the fate
oh Lawd, do I come too late
all’s gone, all’s gone
all’s gone, all’s gone
and I’m here to weep and moan
and I’m there to weep and moan
about my old folks gone…
and death is death
and death is death
no sad song can bring them back
no glad song can bring them back
along this long lost track…
Columbus day
Columbus day
I’m goin’ down my old sparklin’ way
I’m goin’ down my new dusty way
and I ain’t gonna feel this way…
Luciano Cecchinel (Lago, 1947), da Lungo la traccia (Einaudi, 2005)
Blues dell’Ohio Stato dell’Ohio / Stato dell’Ohio / nuvole polverose del fato / nuvole scintillanti del fato / oh, Signore, arrivo troppo tardi… / è passato, è passato / è passato, è passato / e sono qui a piangere e a lamentarmi / e sono là a piangere e a lamentarmi / per la mia vecchia gente andata… / e morte è morte / e morte è morte / non c’è canzone triste cha possa riportarli indietro / non c’è canzone lieta cha possa riportarli indietro / lungo questa lunga traccia perduta… / Columbus day / Columbus day / percorrerò la mia vecchia strada scintillante / percorrerò la mia nuova strada polverosa / e non mi sentirò più in questo modo…
Nel recensire Lungo la traccia, Maurizio Cucchi ne ha parlato come di «un romanzo in versi», da ordinarsi lungo un tracciato che riporta il poeta negli Stati Uniti, dove agli inizi del Novecento emigrarono i suoi avi.
Cecchinel vi narra di un discessus ad inferos in terra d’America, verso la deriva di «gnesuloc» (‘nessun luogo’).
Il fine è quello di ricomporre i fili spezzati tra le due coste dell’Atlantico, ma la scelta di allontanarsi dai vivi per schierarsi con i morti non libera il poeta dall’angoscia di sentirsi manchevole. Troppo tardi è giunto infatti nella valle dell’Ohio River.
Non resta che intonare il mea culpa di un blues ipnoticamente cadenzato in nenia, disposto ancora una volta a un penoso recupero memoriale.
(Giovanni Turra)

par na ultima òlta / antologia, Luciano Cecchinel

Luciano Cecchinel

trar tel fogo arte vèci
par no èser rivadi
a ciaparghe la òlta al tènp
l’è cofà scanzelar par rabia
e po’ ciamarse grami
par oler ben
i screcoléa, i scròca
ma no rivarà, nò, forèsti:
l’é fursi àneme che lontan le ciama
o che in tra de lore le se ciama
par na ultima òlta
fa par colpi de tos
cusì l’è n’antra mòrt
che se dà col gòs sgonfi
de ’n oler ben perdest
e s-céṡene del cor i crèpa i lenċ
par senċ de fun che i se pèrz, i se scònz
in tra stele forèste
Luciano Cecchinel (Lago, 1947), da Sanjut de stran, (‘Singhiozzo di strame’, Marsilio, 2012)
per un’ultima volta buttare nel fuoco utensìli vecchi / per non essere riusciti / ad aggirare il tempo / è come cancellare per rabbia / e poi chiamarsi grami / per amore // crepitano, crocchiano / ma non arriveranno, no, forastici: / sono forse anime che da lontano ci chiamano / o che tra loro si chiamano / per un’ultima volta / come per colpi di tosse // così è un’altra morte / che si dà con il gozzo gonfio / di un amore perduto / e schegge del cuore si crepano i legni / per segni di fumo che si perdono, si nascondono, / tra stelle estranee
Luciano Cecchinel è poeta plurilingue: scrive nella parlata di Revine-Lago (alto trevigiano, al confine con il bellunese), in italiano (i testi in lingua di Perché ancora [Vittorio Veneto, ISREV 2005] e tutt’intero Le voci di Bardiaga [Rovigo, Il Ponte Del Sale 2008]) e in inglese (i numerosi passaggi di Lungo la traccia [Torino, Einaudi 2005] e, nella medesima raccolta, il componimento Ohio Blues).
L’esordio è però in vernacolo, come pure l’ultimo tempo del suo opus; a cominciare dai titoli: Al tràgol jért (‘L’erta strada da strascino’) (Pederobba, I.S.Co 1988; Milano, Scheiwiller 1999, edizione riveduta e ampliata) e Sanjut de stran (‘Singhiozzo di strame’) (Venezia, Marsilio 2012).
Da grande lirico qual è, Cecchinel sospinge il dato autobiografico fin sulla soglia dell’emblematicità, avvertendo il proprio ambiente con forza appassionata.
Sull’io poetante incombe la medesima condanna alla rovina che incalza il suo mondo, e il dialetto consente di recuperare al meglio la rappresentazione più fedelmente dolorosa della sua vicenda personale e di quella della sua gente.
Va da sé che l’adesione solidaristica di Cecchinel alla sua heimat s’impone quale ineludibile memento.
Il ricordo dei morti è perciò un dovere continuo; i trapassati sono evocati bruciando gli utensìli che possedevano in vita.
L’efficacia di questa negromanzia (la campata del libro da cui è tratta la poesia s’intitola per l’appunto rituài de larin, ‘rituali di focolare’) fonda sul concetto di contiguità, sebbene si tratti di una contiguità immaginata o anche solo del ricordo di essa.
(Giovanni Turra)

Sonànbol

Luciano Cecchinel

Cofà ’n troiet al zei tórgol del ziel
par andreóne bislònghe in jertura
le porta scudele ciare de miel
fin a l’òcio cròt de na saradura…
là oltra le telarine de ’n piol
par rise che arz de ori de ani
al é canpane insordide dal sol
al è ’n inbarlumimènt ros de jerani
là sote onbrìe cévede de ja?enèra
na còca la crida cofà ’n cortèl
che i sie drio u?ar su ’n tai de manèra
là pian pian ghe riva a la reja podada
bòt fròi fa de tos… ma la é sarada
la porta e se à incantà ’l saltarèl.
da Al tràgol jért

sulla montagna di Bardiaga

Luciano Cecchinel

Sulla montagna di Bardiaga
sotto le crode di Bardiaga
c’è una spelonca di terrore:
là su una coltre
di buio e pietre
giacciono sventurati
rosi da denti d’acqua.
E là lasciate
le loro ossa se anche nessuno
composte le chiamerà a nuova vita.
Essi seppero che non come altri
dovevano morire
e assorti in gola e fuori
gridarono amore
alle resine e alle rose
e alle vette celesti degli abeti.
Per poca luce
li videro le valli
andare condannati,
uomini davanti ad altri uomini,
per ultimi respiri li udirono
radente la nube, strisciante il vento…
ah, per loro, per me ugualmente
i cespugli e le erbe frusciano
ma non capiscono
o tutto dall’inizio seppero…
e già maledire l’errore,
il tradimento, il caso e col pensiero
che altro poteva, potrebbe essere
inseguire un maggio pietoso
nell’annu?re dei narcisi
a un limpido chiarore.
Allora li intuirono
strisciante il vento, radente la nube
gridare il ciglio
di un vuoto nero,
lo strazio inabissato
lassù, lontano e che nessuno
avrebbe saputo ove sostare.
. . . . . . . . . . . . . .
Solo un freddo tremore
coglie il boscaiolo
nell’ultimo raggio
dell’ombroso crinale,
rapido batticuore il forestiero
sulle tracce del sentiero che muore.
E c’è chi vide
contorte sagome di cenere
come affranti mendichi nella nebbia
brancolare per segni in lunghi intrichi,
reggersi alle ossee betulle,
poi sparire in vorticoso frantume,
anime del rimpianto,
dell’ira, del dolore.
Sulla montagna di Bardiaga,
sotto le crode di Bardiaga,
c’è una spelonca di terrore
e là giacciono sventurati
rosi da denti d’acqua.
Non trovarono essi
morendo il sole
né hanno
ristoro da perduti sassi.
Perché su una coltre
di cieche pietre giacciono
e per la loro tomba
non c’è sentiero.
E se più sperduta preghiera
ormai non vaga
fino a lassù
ove anche il lamento
della falce ammutì
e una luna arrossata trema
su diafane danze di gelo,
questo bisognerebbe che anche chi
non vide né sentì sapesse,
che la luce è luce anche di sangue.
da Le voci di Bardiaga

Al paez mael

Luciano Cecchinel

Su la còsta del bosc
tel stornir mataran
de la vèrta ‘l se cata
de òlta in tra mèd i vestì
tèndri de le zaresère
cusì dret, scur
al par an vècio intabarà
restà par sbaljo
in tra mèz tante tosatèle
lidiére de recami
de vènt e de parfun
fursi ‘l se sènt
tel so èser ancora lu,
an putinòt fòra stajon,
gnanca pi bon de far tremar
ma solche de far rider
cor cévedi de fior.
Luciano Cecchinel(Revine Lago, 1947)
Il pino solitario
Sul crinale del bosco
nel frastornare pazzerello
della primavera si trova
improvvisamente in mezzo ai vestiti
teneri delle piante di ciliegio
così diritto, scuro
sembra un vecchio intabarrato
rimasto per errore
in mezzo a tante bambine
leggere di ricami
di vento e profumo
forse si sente
nel suo ancora essere se stesso
un fantoccio fuori stagione,
neanche più capace di far tremare
ma solo di far ridere
cuori tiepidi di fiori.

co la to pore lengua

Luciano Cecchinel

a A. G.
(fuori dello Zanesville Hospital)
de entro del biso de sto mur spes
– fursi “vui tornar, portéme a casa mea” –
tu zighéa fa picada a ’n incregnamènt
co la lengua de lora,
le so parole che le scanpéa
fa fior de radicèla
che no i fea pi radis
e i te soléa indrio te la mènt
tornada tosatèla
fa te ’n girotondo incantà
se un solche ’l ghe fuse rivà
al varàe podést tirarte fòra
da quel zércol cain,
instradar la to ànema despèrsa
incóntreghe a mama, a pupà,
a fardèi…
e invenze, perdesta te quei cavedài
che no i ol finir
ti no tu te sé cetada mai pi,
no tu pol pi star gnesuloc
e ’l santo de le ròbe pèrse
no ’l contéa pi gnent
sul zéi del gnent,
de le to parole cridade
senza pi resposte juste,
sol che le calèfe zigade
de quel girotondo incantà
che ’l te vea sarà su in tra mèz
sote l’òcio biso del mur,
an blòc che mai pi no ’l se mof
da Lungo la traccia

come vento astrale

Luciano Cecchinel

solo un po’ oltre l’Ohio River
spaurita contro il vento e la neve
c’è una valle a cui ritorno
per storie sfinite e sogni
anche se entro il suo vuoto
arde nudo,
filamento incandescente,
il mio tempo oscuro
e il cielo trema, la terra pulsa
di soffocato timore
mentre come vento astrale
un nuovo tempo ansima sulle autostrade
e i figli di coloro che furono
su aspre montagne
a far fieno, a mungere, a cagliare,
torcono la bocca in modo nuovo,
al ritmo di ossessi menestrelli
suggono guaiti di metallo
come lucenti cucchiai di miele
e danzano assorti in linea
oscillando a tempo il piede
poco o nulla sanno
dei vecchi delle terre lontane
che forse li guardano
con stupore o solo lieti
che non sappiano
di fieno e letame,
che piuttosto che gozzuti e ossuti
essere obesi sia il loro male
da Lungo la traccia