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* Fanciulla, alzati! da Luca 8,54

Luciana Argentino

Gli chiederei d’affidarmi la sua paura
se io stessa non temessi, avendone cura,
di renderla coraggio. Più giusto è
che rimanga sua e sia tregua alle certezze
sia disarmata volontà, imprevisto dubbio.
Placet per chi nell’incerto sta saldo
e mente al suo dolore e improvvisa aurore
perché germogli ardire nel cuore inzaccherato.

a Damiano

Luciana Argentino

Ecco lo splendore del primo giorno
dopo il buio serrato nel grido
di tutta la mia vita radunata là per accoglierti.
Ecco l’attimo del “sia la luce”
nell’aprirsi dei tuoi occhi
nel dilatarsi dei polmoni al passaggio
dall’acqua all’aria e il pianto inconsolabile dello strappo
– dopo milioni di anni impreparati ancora al nascere
così come al morire.
***
Sotto la lingua di muschio della notte
l’intimità del mattino è un abbraccio
senza il calore delle braccia
eppure tintinna e porta un tempo nuovo
a ciò che manda avanti il mondo
e al nonostante che ci fa belli.
***
Nessuno può negarmi la pace
e nulla può darmela
posso solo raccoglierla
all’imbrunire del canto
quando l’oscurità manda in frantumi la luce
e la stanchezza mi rende roca la voce…
***
Stanotte è tutto così intimorito ed esitante
che è l’anima a chiedersi se il corpo le sopravvivrà
in quest’avvenire senza presente.
***
Si somigliano il silenzio e il tempo
la domenica mattina quando i gerani stanno
pazienti contro il luccichio dei vetri
dove il senso dell’umano ristagna
e il concistoro di suoni e rumori
diviene un’unica voce…
Non molto di più mi è dato di vedere
e udire da questo esiguo spazio da cui, tuttavia,
una verità senza orme circoscrive l’immenso.
daL’OSPITE INDOCILE

a Sergio Pistolesi

Luciana Argentino

Le voci, chiede, avranno
un paradiso tutto loro?
un luogo dove, riposti gli strumenti,
tutte si raccolgono?
Le voci, dice, sai non le parole
che non sarà muto quell’altrove
ricamato di speranza
con fili logori e terreni.
Ma la voce, sai, quel suono
che non ce n’è uno uguale a un altro
dov’è che va?
***
La guerra finì
e loro che c’erano nati dentro
ne uscirono con vaghi ricordi
di allarmi e vermi nella minestra.
E nonna, quella di cui porto metà del nome,
presa nella continuità spazio temporale,
è malamente è malamente, ripensava
e quando le offrivano del vino
na cria diceva, una goccia, una lacrima.
No cry nonna no cry
passati ormai a un’altra storia
a un’altra guerra di tutto il lascito
ce ne resta na cria.
***
C’è qui – mentre le voci dei bambini
impollinano il tempo – come una nostalgia
simile a quella che del corpo hanno i morti.
Acqua acqua fuoco fuoco – giocano
a chi trova ciò che è nascosto
un gioco che durerà ancora,
a lungo.
***
Il foglio è altare
su cui concelebro la vita
su cui consacro – questo è il mio corpo
questo è il mio sangue – la parola
in passaggio di sostanza
impasto particole
mi comunico.
***
Scrivo di nascosto da Dio
che nella bocca voglio parole mie
e niente niente
nel passaggio dalla fronte alla spalla
dal gomito alle dita alla punta della penna
al suo muoversi sul foglio
per mio sentire altro
per meditato silenzio e pulsare di tempie
per il mio stare accovacciata
presso lo scavo con l’angelo geometra
e la sua corda a misurare
quanta benedizione c’è sulla terra.

Aritmia

Luciana Argentino

Accanto a te s’adagia
la nostalgia della parola
oltre l’aspirazione a dire
sentimenti convergenti
sui quali accordarci
per questo tratto di strada.
Eppure a situazioni estreme
non sempre s’accordano
estreme soluzioni,
sintesi di reciproca latitanza
su questo teatro un po’ stantio.
L’aritmia del cammino
mantiene i nostri fianchi sconosciuti
e l’addio sarà il sopraggiungere
d’improvvisa stagione
lungo cui non ingannerò il destino
nel seppellire i reconditi antefatti
di quando non so più dove guardare
e confondo l’orizzonte con la mia mano.

Come disincanti

Luciana Argentino

Improvvisi disincanti all’equivoco
del vocabolo che fu
rassegnano il presente
come il volo del moscone
dal vetro della finestra
allo specchio che lo riflette.
L’azzurro è lo stesso che giaceva
alle spalle delle panchine del lungo mare
dove le parole masturbavano
la vanagloria annoiata dell’io
e prolungavano lo sciabordio delle onde
contro la chiglia trattenuta
dal pescatore che non vide
la curva sinuosa del monte
insidiare la verginità del cielo.
Avevo sparso fogli perché il suo silenzio
vi lasciasse segni a interrompere
il pendolare andare delle parole.
Ora, in un quadrilatero di respiro, stanno
accartocciati, ingialliti scricchiolano
sotto i miei passi indifesi.
Tento invano d’aprirli, lisciarli,
si graffia la mano indifesa e la penna
s’inceppa su pagine di carta vetrata.

IL TALENTO DI PERSEFONE

Luciana Argentino

Conservami il luogo in cui mi hai attesa
dammi l’odore della mia assenza
il sapore della tua impazienza.
Offrimi la misura della distanza e poi
colmala di diuturna presenza.
Cheta la fede indietreggiata
al tuo sguardo di chiesa sconsacrata
fanne scandalo alla mia cieca virtù.
Assolvimi da questa biografia infedele,
disincarnami da questo dolore, ridammi l’attitudine
alla costanza soffiata via come polvere dalle mani.
Non ho rigori e riposo dove l’ombra
morde la luce ovvia della verità
affinché tu, esercito e confine, lasci
che io ti conduca dal tuo mondo nel mio regno.
Serviti della mia obbedienza,
dàlle un volto nuovo,
convincimi che non c’è altro
che è tutto qui ciò cui abbiamo rinunciato.
Confondi le linee della mia mano
rimuovi ogni traccia di destino
ma non correggermi se sbaglio
perché nessuna verità potrà smentire
il mio errore.
Assicurami il talento di Persefone
tu, mia ragione scoscesa a picco
sull’ubiquità di cui mi fai capace.
Muta in furtiva voce la vertigine
di essere riva al tuo destino
perché non si sconsacri il cuore
nel presagio della carestia
e sia divino questo nostro umano
tentare l’invisibile.
Comunicati in me
che io ti sia particola di grazia
e poi amami come un dubbio
e come un dubbio arrivami
attraverso distanze ribelli
alla mia pazienza fede. Sii per me stanza
convalescenza e quell’eterno
che diserto seguendo te.
***
Andare dove la luce dura l’infanzia
e il passo svelto di quanto in me riposa
in altra quiete e invecchia alla distanza
del fiato corto delle cose.
E’ tempo anche per me d’invecchiare
ma piano ancora come chi fa le cose a peso
confuso dallo sciabordio dell’eternità
contro la chiglia di ogni attimo.
E quella luce cui vado in trasparenza
in dismisura di te che al canto sfrondi il mio penare
è cronaca d’ombra, veste del mio nuziale esistere.
daDIARIO INVERSO

Sosta a lungo nel farsi luogo della parola

Luciana Argentino

Sosta a lungo nel farsi luogo della parola.
Impara ad accendere fuochi
che ripetano sulla terra il volto delle stelle
– un loro tratto almeno – e siano di ristoro
allo sforzo di perdurare che ogni cosa ed essere compie.
Insegna al pensiero l’uso domestico
e quotidiano del silenzio,
il suo mutare di sostanza
attraverso la liquida sonorità dell’inchiostro.
Lucianna Argentino (Roma, 1962), inedito