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Cose che non avremo

Josefa Parra

 

Josefa Parra

 

Cose che non avremo:
Le lunghe mattine di aprile d’amore e di sogno.
Le sere di novembre con la pioggia incessante.
Le notti d’estate ostinatamente stellate.
Tutte le albe dolcissime d’autunno.
Cose che io ho perduto:
Non assaggerò il sapore della tua bocca addormentata.
Non cullerò i tuoi figli.
Non berrò il tuo vino.
Non piangerò con te vedendo il tramonto.
Non sorgerà il tuo ventre tra le mie lenzuola.
Ho un intero tesoro di lacune e di assenze,
un campionario completo di pagine in bianco.

Stanza d’albergo

Josefa Parra

 

Josefa Parra

 

Se c’era ancora una promessa
tra me e te, un’offerta
prolungata, una luce laggiù
da poter seguire;
se restava la speranza
– sebbene fosse una triste
piccola speranza -;
se anche le tue labbra
mai hanno pronunciato
la parola mortale che io desideravo,
o qualcosa che le assomigliasse,
penso che ancora avrei trovato
una ragione per aspettarti.
E chissà se il commercio di carne
non fu, in qualche modo, una promessa?

I doni della memoria

Josefa Parra

 

Josefa Parra

 

Se non avrò di nuovo il dono prezioso del tuo peso,
se il tuo collo non si piegherà ancora sotto il giogo
di una mia carezza, né le ginocchia mai più
imprigioneranno le ombre; se non tornerai
a torturarmi con i tuoi lenti
prodigi della carne e del desiderio,
guarda,
non mi interessa:
posso ricrearti tutto, ricomporti,
salvarti dalle ore divorate;
posso vivere di quello che ti ho rubato,
della rendita d’amore che
abbandonasti nel mio letto,
come una triste conchiglia.

Avvicinati piano ai miei domini

Josefa Parra

 

Josefa Parra

 

Avvicinati piano ai miei domini;
che le tue dita tentino lo spazio
ciecamente, l’oscurità che avvolge
il mio corpo; che costruiscano un cammino
e giungano a me attraverso il velo
spesso e taciturno delle ombre.
Salvami con la luce che hai fra le dita
se mi toccano, scongiura l’indolenza,
scaldami o ustionami col tatto
splendido e chiaro delle tue mani.
Come le farfalle della notte
fino alla fiamma volerò – da te evocata –
ché preferisco bruciare che rimanere oscura.

Se non avro’ di nuovo il dono prezioso

Josefa Parra

 

Josefa Parra

 

Se non avrò di nuovo il dono prezioso
del tuo peso, se il tuo collo non si piegherà
ancora sotto il giogo di una mia carezza,
se le ginocchia mai più imprigioneranno
le ombre; se non tornerai a torturarmi
coi tuoi lenti prodigi della carne e del desiderio,
guarda, non mi interessa: posso ricrearti tutto,
ricomporti, salvarti dalle ore divorate;
posso vivere di quello che ti ho rubato,
della rendita d’amore che abbandonasti
nel mio letto, come una triste conchiglia.

Se c’era ancora una promessa

Josefa Parra

 

Josefa Parra

 

Se c’era ancora una promessa
tra me e te, un’offerta
prolungata, una luce laggiù
da poter seguire;
se restava la speranza
– sebbene fosse una triste,
piccola speranza;
se anche le tue labbra
mai hanno pronunciato
la parola mortale che io desideravo
o qualcosa che le assomigliasse,
penso che ancora avrei trovato
una ragione per aspettarti.
E chissà se il commercio della carne
non fu – in qualche modo –
una promessa.

S’alza la tua voce

Josefa Parra

 

Josefa Parra

 

S’alza la tua voce, s’attorciglia e s’altera
serpente e vortice, s’impiglia ai miei capelli,
sale ancora, s’ingigantisce si aliena in ruggito
oscura il solito trillo o la parola.
C’è un altro nella tua voce. Io non conosco
quest’uomo che grida di piacere, delizioso straniero
che parla lingue angeliche sopra un letto impuro.

La vaniglia, lo spigo

Josefa Parra

 

Josefa Parra

 

La vaniglia; lo spigo, la muffa, la cannella.
A volte un aroma sottile come l’acqua,
come di nube o pioggia; a volte un violento
profumo che ricorda la pelle di una gazzella,
il sudore e il sangue di un animale in cielo.
Però sempre – alla fine – la vaniglia, lo spigo.