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PARTIGIANO

Ilde Arcelli

Ilde Arcelli

Per noi
fu d’improvviso giorno
quando dal vischio uscimmo
della vergogna;
tu scendevi la notte
partigiano
alla casa sicura di cibo
ed io, bambina,
stropicciandomi gli occhi
oscuramente
ti sentivo padre
della mia libertà.
Risalivi in collina
col mitra portando
piccole lotte sognate,
velleità di vecchi e ragazzi:
altro non chiedevamo, allora,
che ritrovarci lassù
quando il gallo
frantumando la notte
altre attese brevi porgeva
e nell’aria
allegre andavano canzoni.

NON CHIEDETEMI MAI

Ilde Arcelli

Ilde Arcelli

Respingo pregiudizi secolari,
ricevo visite, lavoro e faccio spesa,
sorsi di tenerezza dono all’albero ricco
del mio sangue e intanto fino in fondo
vivo questa morte nata con me
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(nel continuo mutamento sempre me stessa
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con le cose che amo creo la bellezza,
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con quelle in cui credo libertà)
Ma la sera una teoria di pietrose tastiere
è bersaglio dolente per me sola
mentre un’ala di gabbiano canuto
oltre le sartie ferme del tempo
mi germina infinite dimensioni
scavando guance dal gemito roco
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(non chiedetemi mai perché le scriva
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queste cose totali dissepolte
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ai margini dell’umana solitudine)
Poi il vento che scava finestre
riaccende un fumido faro
per chi — come me — rimane
———-
alla soglia

UTOPIA

Ilde Arcelli

Ilde Arcelli

Nell’allucinato plenilunio
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la mia gazzella muove
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leggera
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per dirupati anfratti
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a sterrare speranze sepolte
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in cui morire.
Ma quell’utopia suicida
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è sale della terra,
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è tremolante torcia
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che illumina la storia
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ben sapendone
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il cieco disamore.

NOTTURNO

Ilde Arcelli

Ilde Arcelli

«… e ci saranno strofe d’amore
che già sanno
a memoria le case»
(F. Garcìa Lorca)
Già si spensero i vetri affocati
del tramonto
nelle stradette brevi della città
ritorta verso un cielo in salita
con esili braccia di pietra
e il suo volto fasciato di silenzi
prepara asfodeli di riso notturno
tra rari lampioni e antiche ombre
Sulla fragilità del marciapiede
risuona il passo mio vagante
dietro immagini sepolte
all’arco del tempo incorruttibile:
mi perdo in questo gioco estenuante
che sempre cede il posto alle domande
(dove vita s’annida batte ora
un pipistrello cieco
come pensiero inquieto ed assonnato)

REDI IN TE IPSUM

Ilde Arcelli

Ilde Arcelli

Una traccia iridata sopra i vetri
ridendo lentamente muore —
la mia presenza non è necessaria
alla festa finale della pioggia
ma dentro qualcosa che grida
vuole uscire dal mite
vortice d’ombra: tutto questo
presente sparirà – tutto è
e si disfa — come te anima mia
che passi le vetrate
per raspare il muro —
ogni aria di ruggine o d’asfalto
al delicato fiuto fatta vana.
———-
Dov’è che vai — se tu stessa
———-
ritorni e non ti fermi
———-
anima sempreviva, intenerita:
———-
passeggia a lungo — dopo si vedrà
da MENO MALE

QUASSÙ

Ilde Arcelli

Ilde Arcelli

la notte ha ormai lunghe dita
è tempo di pioggia e di vento,
nei cesti noci funghi castagne
quassù nelle case già s’accendono
fuochi e tutto muta o s’avvita
al sole sbiancato, luce di questa
stanchezza stranita dove niente
va perso, niente di lucida vita

OGNI ESILIO

Ilde Arcelli

Ilde Arcelli

Nei tuoi occhi s’arrotolano gridi
ombre mobili di plenilunio ghiacciato
alberi secchi e mutilati fiori:
tu stai alle regole del gioco
e fingi d’esplorare ancora
ma altro tempo — felice —
frastorna la memoria
e già ogni esilio s’innerva
nel tuo sguardo, ogni paura antica
da LA CASA DI LIDE
«…il punto tra memoria e desiderio
si sposta, è alla deriva di un gorgo…»
(Mario Luzi)
E nel quasi-svegliarsi
nella non-consistenza
al di qua della soglia
giovane ancora pensarsi
con l’oro il riso la voglia
———-
non capire nel grigio
———-
confuso se è giorno di già
———-
o speranza di alba
———-
che neghi
———-
quest’altra reale
———-
barbarica età
«Ecco, qualcuno ci dice: sì, tu
mi entri nel sangue…
Che giova, egli non può trattenerci,
noi svaniamo in lui e intorno a lui…»
(Rainer Maria Rilke)
Per una volta entrare nell’altro
che adesso in mezzo alla strada
mi parla
——-
— scambiare il mio sé col tuo io
———-
i ricordi la pelle la bocca —
vedere le cose diverse
amarmi da fuori di fronte
però chissà se il tuo io mi va stretto
se l’occhio s’è accorto
del glicine timido sulla ringhiera
——-
— un universo tra plastiche stanche —
di un gatto che passa col rosso
di me che tremo per lui
———-
che semino idee sull’asfalto
———-
consumo parole nell’aria
———-
facendo l’amore col vento…
Ma almeno una volta più bello sarebbe
scambiare la vita aprire una porta
di un altro il sorriso sapere
——-
— di un’altra pietà —
LA LUCE

LA QUIETA COLPA

Ilde Arcelli

Ilde Arcelli

Angoli acuti, spigoli,
asettici fonemi,
occhi che fuggono
su labbra sibilanti,
paura di specchiarsi
nella gemella freddezza
da obitorio
del vicino.
Proibito ridere di niente,
leccarsi le ferite
apertamente,
proibito essere veri
nella lebbra scura
del conformismo.
La mia quieta colpa
è la difformità
dell’innocenza.
da POSTILLE AL NECESSARIO

GENESI

Ilde Arcelli

Ilde Arcelli

in noi una strana terra di nessuno
che protegge le idee, le emozioni:
qui aspettano a lungo la parola bella
che le affranchi, ma quale lingua diversa,
misteriosa, lì si dipana o si aggruma,
quale respiro di libertà e di nascosto
fuoco dilaga all’improvviso…
Nasce un linguaggio nuovo,
inaspettato o forse addirittura altro
che per un attimo almeno
attinge alla tua umanità e ti porta
lontano dall’ottusa gravità
della materia, dell’avere, del tempo:
tutto questo forse un giorno
si chiamerà poesia

IL BRIVIDO

Ilde Arcelli

Ilde Arcelli

Luce di marzo
che gioca su di te,
strade di luce
calpestate dal sole
ed io impotente appendice
presa dall’ombra.
———-
Nel lago mansueto dei tuoi occhi
———-
si specchiano mille ipotesi d’amore,
———-
preludi di parole indugiate
———-
al brivido breve che mi coglie
———-
sapendo che addosso ho solo
———-
la povertà di me stessa.