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C’era qualcosa

Hans Magnus Enzensberger

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C’era qualcosa di buono
prima,
altrove.
Peccato
che sia così difficile
ricordarsi
di qualcosa di buono.
Sapere
com’era davvero.
Come davvero era.
Era, credo,
qualcosa di affatto abituale,
di meraviglioso.
Io l’ho,
credo, visto
e odorato
o afferrato.
Ma se fosse grande
o piccolo
nuovo o vecchio,
chiaro o scuro,
non lo so più.
Soltanto che era meglio,
molto meglio
di ciò che c’è adesso,
questo lo so tuttora.

(Kaufbeuren, 1929) da Chiosco (Einaudi, 2013)

La fine del titanic (ii)

Hans Magnus Enzensberger

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Canto secondo
L’urto fu lievissimo. Il primo radiogramma:
Ore 00.15. Mayday. A tutte le navi. Posizione 41°46’ Nord
50°14’ Ovest. Favoloso quel Marconi!
Un ticchettio nel cranio, nel padiglione auricolare, senza fili
e da lontano, da tanto lontano – più lontano di mezzo secolo!
Niente sirene, niente campanelli d’allarme, solo
un discreto battito alla porta della cabina,
un tossicchiare in salotto. Mentre sotto
l’acqua sale, lo steward aiuta
un anziano signore dolorante, settore macchine utensili
e metallurgia, ad allacciarsi le stringhe sul ponte D.
Coraggio! Bando alla fatica, signore mie,
al galop! grida il maestro di ginnastica, Mr. Mc Cawley,
impeccabile come sempre nel suo completo di flanella beige,
da un’estremità della palestra in boiserie. Silenziosi dondolano
i dromedari meccanici avanti e indietro.
Nessuno sospetta che l’indefesso ha mal di pancia,
che non ce la fa a nuotare, che è spaventato.
John Jacob Astor invece squarcia con la limetta
un salvagente e fa vedere alla moglie,
che nasce Connaught, quel che c’è dentro
(presumibilmente del sughero), mentre avanti
nella stiva sgorga un fiotto spesso come un braccio,
e glaciale gorgoglia sotto i pacchi postali e nelle cucine
s’infiltra. Wigl wagl wak, suona l’orchestra
in uniforme nivea, my monkey:
un potpourri da “The dollar princess”.
Via! Tutti al Metropol! Berlino, com’è viva e vegeta!
Solo in basso, là dove, come sempre, si capisce per primi,
bauli bebè e federe scarlatte si arraffano
in fretta e furia. La terza classe
non conosce l’inglese né il tedesco, una sola cosa
non gliela deve spiegare nessuno:
che tocca prima alla prima classe,
che non c’è mai abbastanza latte e mai abbastanza scarpe
e mai abbastanza spazio nei battelli per tutti.

(1978)
(Trad. di Vittoria Alliata)
Hans Magnus Enzensberger (Kaufbeuren, 1929), da La fine del Titanic (Einaudi, 1980)

La storia delle nuvole

Hans Magnus Enzensberger

Hans Magnus Enzensberger

XII
Un minuto passato senza guardare
ed eccole, inaspettate, bianche,
floride sì, ma poco consistenti –
un po’ d’umidità, alta lassù, qualcosa
d’impercettibile che sulla pelle
si liquefa: velocissimo transitar
di fase in fase – d’accordo. Però
anche la fisica delle nuvole
non ha tutto sotto controllo.
In caso di dubbio “si suppone”,
“si è dell’avviso”. Arcani gli arcobaleni
imperfetti, le verghe meteorologiche,
le colonne di luce, gli aloni.
Al cielo è chiaro come esse facciano.
Una specie passeggera, ma di noi più antica.
Eppure ci sopravvivrà di qualche
milione d’anni, più o meno,
questo è certo.
Traduzione di Gio Batta Bucciol

Neuronales Netz

Hans Magnus Enzensberger

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Pensa a un albero di
baobab,
un gigante tutto rami,
e popolalo, mentalmente,
di migliaia di piccolissime scimmie;
immaginati come s’arrampicano.
spenzolano, come, aggrappate fra loro,
s’agganciano di ramo in ramo;
finché non si lasciano cadere,
fiutano il vento, s’accoppiano, sonnecchiano –
pensa, o povero pensatore!
Poi di nuovo saltano,
con folle rapidità, schizzano come scintille,
caracollano e precipitano;
o stanno lì buone, così,
fiacche, trasognate, a grattarsi,
fino al prossimo attacco. – Guai a chi
volesse descrivere tutto ciò!
Ridi, spaventati, stupisciti,
ma smetti, prima di diventare pazzo,
di stare lì a pensare sul pensare.