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Colline

Guy Goffette

Guy Goffette

A che pro fuggire l’estate venuta verso un mare
ben ancorato nel suo letto
quando restare immobili sul fondo del cammino sembra
un modo di navigare e il solo unire
le dita sotto la fronte ti consacra capitano
perché basta poco un soffio di vento un po’ più secco
che ti gonfia il cappotto e trovare come un tempo
la forza di soffiare abbassando le palpebre
per veder uscire dal porto il villaggio ai tuoi piedi
tutta questa gente senza storia sotto il panno che svolazza
in piedi e salutando sul ponte beffardo
questo paese che ti tiene come uno sguardo d’amico.

Domenica

Guy Goffette

Guy Goffette

La campana della vecchia burriera nel sole d’ottobre
è una chiesa dimenticata sulla tavola degli uomini
Raduna attorno a sé le briciole splendenti
del cuore che ha vissuto la sua ora di gloria
nella condivisione e il placarsi delle grida
pepite che una mano seminerà sul prato blu
per gli uccelli gli insetti gli dei invisibili
che portano la luce nelle cavità degli alberi immobili
e nello spazio aperto la notte tra i nostri sogni

Goya

Guy Goffette

Guy Goffette

Certo la notte può fissare il mare
negli specchi: le feste sono finite
solo il sangue ancora matura
nell’ombra che tornisce la terra
come questo chicco d’uva nera
scordato nella stanza dell’occhio
sprofondato
da un’aquila che strazia la tela
nella gola del tempo

I vagabondi

Guy Goffette

Guy Goffette

Questo grande corpo spalancato prima dell’alba e che la notte
non chiude mai del tutto oh cucina d’infanzia
se lo consegni è passo dopo passo
a quelli che, nell’ombra come noi,
acconsentono a morire lontano dai tuoi fuochi, sulle strade
in mare o più in alto delle nuvole, dopo aver superato
la barriera e spezzato le ultime immagini
che li tenevano per i capelli.
Furono i tuoi ospiti improvvisati, i tuoi operai
dell’ultima ora, questi amanti che la pioggia porta via
con la sabbia dei lampi
verso un mare più vasto e inutile, e tutti
sostenendo che l’impalcatura del sogno è caduta
con la notte, e non resta che attendere
tutti, si ricordano il tuo ventre, le tue ginocchia
i tuoi occhi fuggiti nella dolce luce d’inverno
il tuo calore di cagna
e del tuo giardino pieno di muschio dai profumi intrecciati
come i boccoli degli angeli nell’abetaia di
mezzanotte.
Oh memoria, bella prigioniera del vento
che nessuno nella sua disfatta disfa
perfino se ha perduto il nome e la donna e la follia
memoria, nostro unico bagaglio in questo luogo senza radici
(ma che altro opporre all’angoscia che ci serra
gli uni contro gli altri, eppure tutti estranei
e ben più solitari di un bosso crocifisso
nell’estate infernale dei granai, sì, quale altro filo
per non cedere nel labirinto
all’arida esistenza delle mummie?)

O cucina tanto aperta e così calda nel tuo dolore
da sempre, per tutto il tempo, da poter dire
Andate
a vedere altrove se io là ci sono, in un moto di stizza
sappiamo che tu sei là, che aspetti come la notte
l’esaltazione delle voci, delle grida e la tavolata
dove, come un cuore ben attaccato al mestolo che versa
la primavera nei piatti, sorridi
alle ombre dello specchio arrugginito e ti perdi
nei passi di allora i ricordi bianchi o neri
l’odore persistente dei lillà a sbarrare il corridoio
come una stanza chiusa per sempre dove sfilano
uno per uno i morti amati e gli altri
per esempio quello che se ne fuggì in Abissinia
ad abbracciare una rosa viva – pena perduta – e quell’altro
che divenne pazzo per amore di un cavallo, tutti
li raduni attorno alla tavola
come i seni, la testa, le gambe, le due ali
della casa, senza dimenticare quella che fu la parte di ciascuno:
l’acqua, il sale, la zuccheriera e i piatti
– e il tempo passa così, il fuoco si è spento
le ombre hanno ripreso il loro viso inconsolabile
Pazienza! Ricostruisci per i boschi che gemono
e per la conta muta della scala
pezzo per pezzo, questo puzzle rimasto così a lungo confuso:
la vita di una cucina in provincia.

In terrazza

Guy Goffette

Guy Goffette

La porta di nastro che bilancia la brezza
è la sola fontana che abbevera
con un po’ d’ombra di biancheria
la cucina che si apre sulla terrazza
dove da mezzogiorno cuoce il pane della luce.
(Anche il sole si è trasformato in statua)
Si sentono solo i colpetti di becco
degli ultimi uccelli invisibili
sulla crosta croccante.

Le ore

Guy Goffette

Guy Goffette

Come la neve tra i passi dello sconosciuto
la casa respira tra le ore
battute sul quadrante notturno
respira, ascolta, aspira all’eterna eco
delle voci uccise che risalgono dai giardini
trema e respira, come la rugiada
sul vetro freddo, la vita che svapora
mentre chi dorme vicino al tetto
misura a grandi colpi d’ala immobile
il mare imprigionato tra le tempie.

Un po’ d’oro nel fango

Guy Goffette

Guy Goffette

Mi dicevo anche: vivere è altra cosa
da quest’oblio del tempo che passa,
non le stragi dell’amore e dell’usura –
dal mattino alla notte lo facciamo:
fendere il mare, fendere il cielo, la terra,
volta per volta uccello, pesce, talpa, infine:
giocando a mescolare l’aria, l’acqua, i frutti
e la polvere; agendo come, bruciando per,
andando verso, a raccogliere cosa? Il verme
nella mela, tra le messi il vento, tanto tutto
sempre ricade, tanto tutto ricomincia e niente
mai è uguale a quello che era, né meglio né peggio,
e non cessa di ripetere: vivere è altra cosa.
Guy Goffette (Jamoigne, 1947) da I canti del pescatore d’acqua (Carte di fumo, 2006)
Je me disasis aussi: vivre est autre chose
que cet oubli du temps qui passe et des ravages
de l’amour et de l’usure: ce que nous faisons
du matin à la nuit: fendre la mer
fendre le ciel, la terre, tout à tour oiseau,
poisson, taupe, enfin: jouant à brasser l’air,
l’eau, les fuits, la poussière; agissant comme,
brûlant pour, marchant vers, récoltant
quoi? le ver dans la pomme, le vent dans les blès
puisque tout retombe toujours, puisque tout
recommence et rien n’est jamais pareil
à ce qui fut, ni pire ni meilleur
qui ne cesse de repeter: vivre est autre chose.