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Dearborn Bridge

Guido Mazzoni

Guido Mazzoni

Il fumo dell’acqua sul bordo
del fiume che congela, un pomeriggio vuoto,
le barche prigioniere nella luce perfetta di un giorno senza scopo
quando ogni istante basta a se stesso
e alle cose che ripete – il celeste
tra i grattacieli, i viali in ombra,
i nostri volti nelle nuvole riflesse
sui muri a specchio, i passanti che riformano
dietro di noi la parete degli altri –
e i lineamenti dentro le stazioni, mentre dicono
che le persone sono inconoscibili,
cercano equilibri in mezzo ai propri simili,
vogliono placare desideri, essere vive
qualche attimo compiuto oltre il presente,
quando lo svincolo si chiude per mostrare
il lago, le file delle case, queste piante
che incidono il gelo e si conservano, altri esseri
nei vagoni, mentre siedono ed esistono –
e non c’è un senso ma un infinito adattamento,
l’equilibrio impercettibile che una forma
di vita impone a se stessa. Fra poco ti riassorbirà,
una persona che cammina avrà il tuo volto, questo corpo
fatto d’acqua ti sembrerà normale. Copriremo
con le parole il vuoto che abbiamo pututo vedere –
solo disordine oltre le nuvole e i nomi,
i segni splendidi a nascondere le cose.

Guido Mazzoni

(Firenze, 1967), da I mondi (Donzelli, 2010)

Essere con gli altri

Guido Mazzoni

Guido Mazzoni

Porta dentro di sé un avversario interno. Succede a molti,
succede spesso. Oggi però capisce di essergli inferiore,
di esserlo sempre stato, irrimediabilmente.
Dorme di pomeriggio, il giorno si sfascia, in televisione
guarda un programma dove vendono aspirabriciole;
pensa a questa forma di vita, alla vita
di qualcuno che vive vendendo aspirabriciole.
Una volta ho fatto una specie di escursione in campagna
fra persone che non conoscevo.
Non parlavamo di nulla, raccontavamo aneddoti,
descrivevamo i rapporti nei nostri
luoghi di lavoro, le immagini inconsce, i desideri di facciata.
Oppure ci assentavamo internamente e io guardavo il paesaggio
come un oggetto mobile, come una massa
di microeventi oltre il bulbo oculare.
Eppure a poco a poco (qualcuno raccontava
la storia di un neonato che scivola, rotola,
cade senza farsi male) qualcosa cresceva fra gli ego,
era una forma di indulgenza, una pellicola buona. Ho ripetuto
le idee insensate degli altri per stare sopra questa patina,
per mimetizzarmi, giustificarmi fino a sera.
Non ricordo chi siano, è un evento minore.
Si ripete sempre, poi dimentico.
L’avversario gli è superiore, lui lo sa, le giornate si sfasciano.
Lavorerà per non saperlo, costruirà
una pellicola dentro la quale regredire-
le parole e i gesti come segni asemici,
superfici o utensili, il tempo come distruzione,
futilità o salvezza. L’uomo raccoglie le briciole,
mette foga nel discorso, sembra contento.
Guido Mazzoni (Firenze, 1967), da La pura superficie (Donzelli, 2017)

Gli alberi

Guido Mazzoni

Guido Mazzoni

Gli alberi nella radura che ti accoglie forando il sottobosco chiedono una forma di attenzione, si piegano per essere ascoltati. Ti sono venuti incontro attraverso la penombra e ora sono qui. Significano la felicità di essere qualcosa, lo stupore di abitare il presente insieme a queste foglie, alle loro venature, alle società di insetti che scavano la terra per prolungare la vita, la stessa che ti percorre, leggera e irreversibile.
Guido Mazzoni (Siena, 1967),da I mondi (Donzelli, 2010).

L’istante che è appena trascorso

Guido Mazzoni

Guido Mazzoni

L’istante che è appena trascorso mentre staccavi la mano dal ferro e guardavi oltre la ringhiera non sarebbe stato molto diverso da ogni altro attimo, e come tale avrebbe avuto senso solo in funzione di quei pochi frammenti che posseggono un valore compiuto, diventano parte di noi e si fanno ricordare. Ma proprio perché era privo di contenuto, proprio perché era occupato da un movimento del tutto fungibile che esisteva solo per preparare un attimo futuro, l’istante che è appena trascorso si è come svuotato e ti ha lasciato percepire ciò che la mente si nasconde per rimanere nel mondo: lo squilibrio che rinasce intorno agli esseri, l’instabilità che attraversa le cose, e che ora cogli nel vento nato dal lago o nei moti impercettibili di questi alberi irrigiditi dal gelo, mentre il confine che i tuoi gesti rompono e riformano è il presente, e la tua vita è una membrana sottilissima.
Guido Mazzoni (1967), I mondi (Donzelli, 2010)

Quattro superfici

Guido Mazzoni

Guido Mazzoni

Gli altri in quanto esseri esteriori,
superfici o corpi. Chi dice io invece non ha corpo,
vede soltanto le proprie mani, le guarda come pròtesi,
osserva gli altri mentre tengono la propria
vita interna dentro i volti,
scopre di avere un volto solo nelle foto.
È osceno essere esposto, essere una cosa – io, quest’auto,
la vetrina del barbiere, la busta
delle patatine sul marciapiede di via Gallia.
La seconda superficie è la percezione,
il modo in cui crea un piano di realtà semplificando.
A volte, in sogno, vedo le persone
senza la parete addominale, con gli organi aperti.
È un sogno, significa molto.
In questa poesia significa ciò che normalmente
resta impercepito, la meccanica del corpo, il tubo
di feci che portate dentro per esempio, la sorpresa
di quando la merda si mostra all’esterno come una sostanza aliena.
La terza superficie è il linguaggio,
le sue astrazioni, l’idea che possa esistere qualcosa
come ciò che i segnipossa,esistereequalcosa
cercano in questa frase di esprimere.
La quarta è l’immagine interna degli altri,
il loro peso immenso, il loro campo.
Agisco per voi, scrivo questa poesia per essere accolto,
divento libero solo quando morite internamente.
Il rimorchio sbanda contro la nostra auto fra Chiusi e Roma,
io lo osservo senza angoscia, è una specie
di sguardo puro, di cinematografia della mia morte. Ma Daniele
Balicco resta calmo, l’automobile passa, per qualche minuto
non parliamo, poi tornano gli aneddoti,
le biografie, quattro persone.
L’inglese ha un’espressione che mi piace molto,
small talk.Sono i discorsi di superficie,
le parole di contatto, ciò che Heidegger,
inEssere e tempo, chiama la chiacchiera,das Gerede. In italiano,
nella nostra lingua interna, la parola che usiamo più spesso
per indicare tutto questo è ‘cazzate’.
Le opinioni su ciò che ignoriamo, i discorsi
che escono dai cellulari e entrano nei vagoni
in mezzo a tutti: i figli, un’infezione all’unghia, la Juventus,
i nemici privati che non conosciamo – gli altri
parlano di cazzate. Chi dice io fa eccezione, è l’unico
che esista veramente, è il soggetto.
Quando Daniele Balicco riprende il controllo siamo vivi,
parliamo di cazzate. Non aderisco a nulla, mi sembra
che non aderiate a nulla, siete la parte che manca
nel vostro mondo, siete un luogo inabitato.
Guido Mazzoni (Firenze, 1967) da La pura superficie (Donzelli, 2017)

Respirare

Guido Mazzoni

Guido Mazzoni

L’opacità e la concretezza delle cose che ritrovava-
il corpo voltato, bagnato in quella prima
emersione nell’aria.
La realtà, il suo principio, le flebo nella vena,
esce il liquido, è il distacco
sanguigno dalla madre- ora respirava.
Guido Mazzoni (Firenze, 1967), da La pura superficie (Donzelli, 2017)