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La morte del cardellino

Guido Gozzano

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Chi pur ieri cantava, tutto spocchia,
e saltellava, caro a Tita, è morto.
Tita singhiozza forte in mezzo all’orto
e gli risponde il grillo e la ranocchia.
La nonna s’alza e lascia la conocchia
per consolare il nipotino smorto:
invano! Tita, che non sa conforto,
guarda la salma sulle sue ginocchia.
Poi, con le mani, nella zolla rossa
scava il sepolcro piccolo, tra un nimbo
d’asfodeli di menta e lupinella.
Ben io vorrei sentire sulla fossa
della mia pace il pianto di quel bimbo.
Piccolo morto, la tua morte è bella!

Natale

Guido Gozzano

Guido Gozzano

La pecorina di gesso,
sulla collina in cartone,
chiede umilmente permesso
ai Magi in adorazione.
Splende come acquamarina
il lago, freddo e un po’ tetro,
chiuso fra la borraccina,
verde illusione di vetro.Lungi nel tempo, e vicino
nel sogno (pianto e mistero)
c’è accanto a Gesù Bambino,
un bue giallo, un ciuco nero.

Pasqua

Guido Gozzano

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A festoni la grigia parietaria
come una bimba gracile s’affaccia
ai muri della casa centenaria.
Il ciel di pioggia è tutto una minaccia
sul bosco triste, ché lo intrica il rovo
spietatamente, con tenaci braccia.
Quand’ecco dai pollai sereno e nuovo
il richiamo di Pasqua empie la terra
con l’antica pia favola dell’ovo.

Speranza

Guido Gozzano

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Il gigantesco rovere abbattuto
l’intero inverno giacque sulla zolla,
mostrando, in cerchi, nelle sue midolla
i centonovant’anni che ha vissuto.
Ma poi che Primavera ogni corolla
dischiuse con le mani di velluto,
dai monchi nodi qua e là rampolla
e sogna ancora d’essere fronzuto.
Rampolla e sogna – immemore di scuri –
l’eterna volta cerula e serena
e gli ospiti canori e i frutti e l’ire
aquilonari e i secoli futuri…
Non so perché mi faccia tanta pena
quel moribondo che non vuol morire

Una risorta

Guido Gozzano

Guido Gozzano

I.
«Chiesi di voi: nessuno
sa l’eremo profondo
di questo morto al mondo:
Son giunta! V’importuno?»
«No!… Sono un po’ smarrito
per vanità: non oso
dirvi: Son vergognoso
del mio rude vestito.
Trovate il buon compagno
molto mutato, molto
rozzo, barbuto, incolto,
in giubba di fustagno!…»
«Oh! Guido! Tra di noi!
Pel mio dolce passato,
in giubba o in isparato
Voi siete sempre Voi…»
Muta, come chi pensa
casi remoti e vani,
mi strinse le due mani
con tenerezza immensa.
E in quella famigliare
mitezza di sorella
forse intravidi quella
che avrei potuto amare.
II.
«È come un sonno blando,
un ben senza tripudio;
leggo lavoro studio
ozio filosofando…
La mia vita è soave
oggi, senza perchè;
levata s’è da me
non so qual cosa grave…»
«Il Desiderio! Amico,
il Desiderio ucciso
vi dà questo sorriso
calmo di saggio antico…»
Ah! Voi beato! Io
nel mio sogno errabondo
soffro di tutto il mondo
vasto che non è mio!
Ancor sogno un’aurora
che gli occhi miei non videro;
desidero, desidero
terribilmente ancora!…»
Guardava i libri, i fiori,
la mia stanza modesta:
«È la tua stanza questa?
Dov’è che tu lavori?»
«Là, nel laboratorio
delle mie poche fedi…»
Passammo tra gli arredi
di quel mondo illusorio.
Frusciò nella cornice
severa la sottana,
passò quella mondana
grazia profanatrice…
«E questi sali gialli
in questo vetro nero?»
«Medito un gran mistero
l’amore dei cristalli.»
«Amano?!…» – «A certi segni
pare. Già i saggi chini
cancellano i confini,
uniscono i Tre Regni.
Nel disco della lente
s’apre l’ignoto abisso,
già sotto l’occhio fisso
la pietra vive, sente…
Cadono i dogmi e l’uso
della Materia. In tutto
regna l’Essenza, in tutto
lo Spirito è diffuso…»
Mi stava ad ascoltare
con le due mani al mento
maschio, lo sguardo intento
tra il vasto arco cigliare,
così svelta di forme
nella guaina rosa,
la nera chioma ondosa
chiusa nel casco enorme.
«Ed in quell’urna appesa
con quella fitta rete?»
«Dormono cento quete
crisalidi in attesa…»
«Fammi vedere… Oh! Strane!
Son d’oro come bei
pendenti… Ed io vorrei
foggiarmene collane!
Gemme di stile egizio
sembrano…» – «O gnomi od anche
mute regine stanche
sopite in malefizio…»
«Le segui per vedere
lor fasi e lor costume?»
«Sì, medito un volume
su queste prigioniere.
Le seguo d’ora in ora
con pazienza estrema;
dirò su questo tema
cose non dette ancora.»
Chini su quelle vite
misteriose e belle,
ragionavamo delle
crisalidi sopite.
Ma come una sua ciocca
mi vellicò sul viso;
mi volsi d’improvviso
e le baciai la bocca.
Sentii l’urtare sordo
del cuore, e nei capelli
le gemme degli anelli,
l’ebbrezza del ricordo…
Vidi le nari fini,
riseppi le sagaci
labbra e commista ai baci
l’asprezza dei canini,
e quel s’abbandonare,
quel sogguardare blando,
simile a chi sognando
desidera sognare…