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La forma della vita

Gabriela Fantato

Gabriela Fantato

Cammini sul ciglio della strada
dove non c’è riparo, né contatto.
Tutto è compiuto
in questa città che ha la forma
di ogni altra città a venire.
Cola la notte dentro gli uomini,
strade a corridoio
dove scivola il gesto che sa
e tace — la ferita.
Sarà questa l’ora di dirlo
il tempo immacolato e crudele?
L’infanzia orfana,
la casa — una guerra nella pelle
che tiene la memoria.
Le luci, le luci sono troppo alte
per vedere l’ombra,
la vostra — la mia e il sangue
nel canto taciuto ai figli
dentro la pagina.
I corpi hanno perso il sogno
nel tanto spaccare la vita
con le unghie, sino in fondo,
nel dirlo ogni volta — estinto
il sogno
come fosse per davvero,
per sempre.
Cerco l’abbraccio nelle piazze
smagrite, lo trovo la notte,
lo inseguo nel piano inclinato
degli occhi.
Da The form of life- new and selected poems, Chelsea edition, New York, 2012,
trad. E. Di pasquale, pref. Giancarlo Pontiggia

Lettera al mio minotauro

Gabriela Fantato

Gabriela Fantato

Anne Sexton – la fuga
ostinatamente registro
il vibrare dei muscoli e quel franare di mani
dentro al cervello
– ti amo, esisto dentro un letto
di troppe lenzuola,
chirurgicamente ispeziono
i ventricoli, le lamelle del cuore
e il battere impazzito
all’arrivo di lui
che mi prende bambina
in attesa di un abbraccio,

fisso in verbali quei giorni
in cui un dio mi faceva bella,
fermo il tempo
– non lo lascio mai,
non mi lascio un momento di pace,

guardo lo specchio oltre l’argento,
lo spio dentro, più sotto a scoprire
le ossa – la mia condanna
nel foro, la pena , quel nascersi male

(ti scavi, ti scendi giù a fondo
apri ferite tra i sassi e quel gesto,
basterebbe lasciare la preda,
quel sogno dei fianchi di tua madre,
quel tuo sogno bambino,
basterebbe salir dove l’aria
è cenere e vento,
basterebbe perdonarti il sangue,
il tuo corpo di donna,
la voce di ancora, di sempre
figlia del padre)

risalgo dalla cantina alla camera da letto,
sempre scendo laggiù, ancora più giù
a toccare la macchia, quel mio
profilo amato
– mai nato, e il dito lo insegue
d’infinito

cancello quel segno di me,
quel lento farsi lontano
del corpo invecchiato
poi lo scrivo in faccia, lo conficco
nei denti e rido agli ospiti ignoti
domani sarò la più bella
– mummy, domani…
nella pelliccia selvatica appesa
al tuo cuore.
Domani, mummy…
Inedito

Te ne sei andato come chi deve

Gabriela Fantato

Gabriela Fantato

a mio padre
IX.
Te ne sei andato come chi deve
con i giorni dentro l’orizzonte.
Nel comando, dicevi, è sempre
esatto il passo del plotone.
Era quello il filo delle tue costellazioni.

Te ne sei andato nella domenica
sbagliata al calendario.
Sei dove non c’è più paura
e il sonno è senza voce, senza
quel tremare.
Te ne sei andato con l’obbedienza
della pietra scesa a picco sul fondo.
La mano agitata nella stanza dove
non potevi avere che una sedia
e gli occhiali dentro la paura.
E’ stata veloce la fuga nell’inverno
di Milano e senza neppure
il mare per dire – dove andiamo
Da Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi 2012,Milano), a cura di G. Rosadini
Dal poemetto A distanze Minime

Togliere tutto, faccio spazio

Gabriela Fantato

Gabriela Fantato

X.
Togliere tutto, faccio spazio
nelle stanze dove ci sono
ombre e solchi neri in cui sedevi
aspettando il tuo tempo.
Dentro il bianco scavo
– quel gesto con l’indice
dentro al buio.
L’ultimo.
Lascio chiusa la finestra,
chiudo l’alfabeto dietro al vetro
per dire solo il giorno
e forse non verrà.
Le cellule hanno sbandato
chissà dove, chissà come.
Resta quel posto dove
dicevamo – domani.
Imparo la promessa nella piega
e il corpo di fili e vene.
Il battito non dice, non funziona.
Mai più.
Da Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi 2012,Milano), a cura di G. Rosadini
Dal poemetto A distanze Minime

Trilogia delle cose perdute II.

Gabriela Fantato

Gabriela Fantato

Largo, sempre più largo
il capogiro a segnare traiettorie
in bianco e nero
tra il mercato e questa piazza.
Basterebbe un passo,
uno slancio basterebbe
per far tornare la luce nel giorno,
ma avanza un grigio denso
sino al mare.
La torre si alza improvvisa
dove il cielo è nuvole
e le ore erano un rosso sfacciato,
come i secoli dentro i libri di storia,
un conto senza inizio e fine.

Non so più dire la piazza dell’estate
quando tutto brillava,
solo i vecchi sanno quei giorni
nell’impasto di voci e vino.
Lo tengono stretto a fermare
il buio che viene.
Resta una foro dov’era la via,
le risate – un’eco nel bianco dei pomeriggi.
Attorno gli sguardi si voltano
al tempo sottile della gioia.

Da L’estinzione del lupo, Empiria, Roma, 2012,
pref. Elio Pecora

Trilogia delle cose perdute III.

Gabriela Fantato

Gabriela Fantato

Era la neve a disegnare la casa
senza confini, senza tetto e le porte,
infinito il gioco a nascondino
dove si perde la memoria.
Il sole diceva l’ora di tornare
e l’abbraccio faceva
dolce la fine del giorno.

Adesso si può solo scendere giù,
dove la zolla è più dura,
dove le voci tengono aperta
la mano del tempo che accoglie i resti.
Là sotto cresce sempre l’erba
e le risate sono larghe,
enormi sotto il cemento.
Da L’estinzione del lupo, Empiria, Roma, 2012,
pref. Elio Pecora

in viale sarca

Gabriela Fantato

Gabriela Fantato

(in viale sarca)
la linea a perdita di sguardo
si dà potentemente grigia
di cubi: facciata d’occhi
senza mani alla finestra
(superficie dissennata
nel ripetersi di case a deserto
in sempre passi, uno su uno
uno su mille: a sorte)
segnato a dito sta l’azzurro
quella bellezza che ci buca
nella voluttà che convince a vivere
proprio qui sotto, qui da noi in basso cielo
dove la vita come aria si consuma
e l’angolo ottuso della visuale
s’affoga da una riva alla prossima piazza
arrabattati ai giorni invochiamo
di nascere al mattino, ogni mattino
nella sapienza della pioggia
a marzo sul tetto che la tiene
finché sarà l’estate a prenderla con sé
e stiamo tutti qui, qui buoni in riga
come infilati a tubo nel morire.
Da Moltitudine, in Settimo Quaderno di Poesia Contemporanea,
a cura di Franco Buffoni, Marcos y Marcos,
2000, MIilano, pref. Giancarlo Majorino

Frantumi

Gabriela Fantato

Gabriela Fantato

II.
E’ così verde il mare, così dura
si getta dentro, a picco
la montagna – come le madri al collo,
senza misura e la vita è tutta
– un addio.
Il cielo arriva senza fatica sino
alle ginocchia, ma i sassi frenano
le caviglie e non c’è il coraggio obliquo,
la gioia di scordare.
Non c’è un gesto a fare la terra
meno breve. Solo l’acqua chiama
altra acqua. Mi faccio onda di un’onda
e non c’è nemmeno un’ombra
a consolare.
Da Codice terrestre, La Vita Felice, 2008, Milano
pref.di Milo De Angelis