Archivi categoria: Franco Buffoni

Via di Ripetta

Franco Buffoni

Franco Buffoni

Lo sguardo bovino dei due carabinieri
Al caldo in macchina
A dieci metri dall’attraversamento pedonale
Dove inginocchiata
Con un cartone logoro e la scritta
Di figli e di pietà
Smunta di orrori stava lei
Tra i piedi anche dei preti percorrenti
Il week end della Immacolata in tutta fretta.

Visita a Fabriano

Franco Buffoni

Franco Buffoni

I
La magia di questa
Terra che si sveglia
Respirando nuova
Aria tra le bare.
Al cimitero di Fabriano l’alba
E’ una cosa seria.
II
Quando alle confraternite del Santo Sacramento
E del Suffragio
Seguiva il gonfalone del Comune
E poi le Arti,
Lanaioli calzettai tessitori cartai
Con le insegne delle famiglie più importanti,
Nella piazza dell’amena cittadina
Coi colli intorno verdeggianti
Venivano messi alla berlina
E poi alla gogna
Quelli come me colti in flagrante.
III
Mi colpì nel 1982 una frase di mio cognato fabrianese
A mia sorella, madre di Stefano
– Poi dedicatario di Theios –
Che all’epoca soffriva di frequenti tonsilliti:
“Mai, a mio figlio mai, una supposta in culo”.
IV
Nello Spedale di Santa Maria del Buon Gesù
Ha oggi sede la Civica Pinacoteca
Dove un arazzo campeggia coi seguaci
Degli apostoli che gettano
I libri eretici nel fuoco.
V
Ai libri come seguono
Gli eretici in persona
E a questi i non-conformi
Uomini e donne, in primis
Quelli delle supposte, poi le streghe.

Lontano dalle sere

Franco Buffoni

Franco Buffoni

Quando era lontano dalle sere
Gli sembrava tutto naturale,
Dimenticare il travestimento
Le gomme a posto il senso
Della città di essere solo.
Ma quando era già buio, e poi più buio
– E c’è soltanto il fare,
Dire stasera non mi sento
O per stasera lascio stare,
Basta per un’ora, ma poi l’altra.
Allora tornava senza sole
Il desiderio, vuoto il bisogno di salire
Sul palco aperto al cuore della strada.
Da Scuola di Atene, 1991

Vittorio Sereni

Franco Buffoni

Franco Buffoni

Il sentiero scendeva sulla fronte di Armio,
Lago d’inverno stropicciato solo.
Se ne andava con profondi squarci
Nel ritratto d’acqua dell’acqua che indossava
E il suo cavallo sollevava onde di polvere
Nello sguardo semplice del cielo.
I pini salivano nel buio
– ripeteva a nascondersi
tra stelle decenti
coi soli sorrisi –
E adesso erano proprio tutti uguali.
Da Quaranta a quindici, 1987

Oggi che la Germania

Franco Buffoni

Franco Buffoni

Oggi che la Germania
Non è più il mostro accucciato
Che ho conosciuto nell’infanzia,
Oggi che è tornata arrogante
E la sua
Meticolosità nell’efficienza
Mi appare per quel che è
– Nevrosi da obbedienza –
Io le ripeto: quieta, zitta, a cuccia
Già hai dato il meglio, non strafare.
Franco Buffoni (Gallarate, 1948), da O Germania (Interlinea, 2015)

Porta Orientale

Franco Buffoni

Franco Buffoni

Porta Orientale Porta Ticinese Porta Genova
Porta Romana Porta Vercellina
Trionfano sopra Cristo in croce
Nell’allegoria della battaglia di Legnano
Conservata al museo del duomo di Vercelli.
E le alabarde frecce ed aste oblique
Paiono dipartite da corna intrecciate
Di buoi rossocrociati. Dall’altare un barbuto
Benedice solo eroi e qualche utopia
Almeno per quei popoli e ceti sociali
Che ne hanno ancora bisogno.

Lontane su un mare piatto

Franco Buffoni

Franco Buffoni

Lontane su un mare piatto
Abbandonate navi in disarmo
Della marina vaticana.
E a dominare i prodigi
Che in quelle acque di palude
Operava la natura,
In un palazzo con loggia decorata
Da sette leoni passanti,
Accanto all’emblema accollato
Da palme fruttate di rosso,
Due papi in abito da giullare
Nel dipinto staccato attendono il giudizio
Senza nemmeno una striscia
Di cielo che li aspetti.

Gay Pride a Roma

Franco Buffoni

Franco Buffoni

«E il caffè dove lo prendiamo?»
Chiede quella più debole, più anziana
Stanca di camminare. Alla casa del cinema,
Là dietro piazza di Siena.
Non si erano accorte della mia presenza
Nel giardinetto del museo Canonica,
Si erano scambiate un’effusione
Un abbraccio stretto, un bacio sulle labbra.
Parlavano in francese, una da italiana
«Mon amour» le diceva, che felicità
Di nuovo insieme qui.
Come mi videro si ricomposero
Distanziando sulla panchina i corpi.
Le scarpe da ginnastica,
Le caviglie gonfie dell’anziana.
Quella sera, come smollò il caldo,
Passeggiai fino a Campo de’ Fiori,
Pizzeria all’angolo, due al tavolo seduti di fronte,
Giovani puliti timidi e raggianti
Dritti sulle sedie col menù sfogliavano
E si scambiavano opinioni
Discretamente.
Lessi una dignità in quel gesto educato
Al cameriere, una felicità
Di esserci
Intensa, stabilita. Decisi li avrei pensati sempre
Così dritti sulle sedie col menù.
Da Roma, 2009

Ho pensato a te, contino Giacomo

Franco Buffoni

Franco Buffoni

Ho pensato a te, contino Giacomo, vedendo
Su una rivista patinata
Le foto degli scavi in Siria a Urkish,
A te e ai tuoi imperi e popoli dell’Asia
Quando intuivi immensamente lunga
La storia dell’umanità.
Altro che i Greci il popolo giovane di Hegel
O il mondo solo di quattromila anni della Bibbia
Credendo di dir tanto, fino a ieri.
Tu lo sapevi che sotto sette strati stava Urkish
La regina coi fermagli
L’intero archivio su mille tavolette
Già indoeuropea nella parlata
L’accusativo in emme. Capitale urrita
Dai gioielli legati all’infinita pazienza
Dei ricami in oro. Tu lo sapevi che poi gli Hittiti
Sarebbero giunti a conquistarla,
Già loro vecchi e di vecchi archivi nutriti…
Sono stufo di preti e di poeti, conte Giacomo.
E di miti infantilmente riadattati.