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Grandinata

Edmondo De Amicis

Edmondo De Amicis

I.
L’aria s’affredda, il sole si nasconde,
Radon la terra i passeri sgomenti,
Fuggon nel polverío, preda dei venti,
Le inaridite foglie vagabonde;
Fra le voci del ciel cupe e profonde
Sonano risa e passi di fuggenti,
E strilli acuti, e colpi vïolenti
D’imposte, e un lamentío lungo di fronde.
Poi tace la città trista e soletta
E dietro ogni finestra ansiosamente
S’affaccia un volto attonito che aspetta.
Casca e salta ad un tratto al piede mio
Un granellino bianco e rilucente…
Eccola, viene che la manda Iddio.
II.
Strepitando vien giù candida e bella,
Batte il suol, tronca i rami, il cielo oscura,
E nelle grigie vie sonante e dura
Picchia, rimbalza, rotola, saltella;
Squassa le gronde, i tetti alti flagella,
Sbriciola sibilando la verzura,
Ricasca dai terrazzi e nelle mura
S’infrange, e vasi e vetri urta e sfracella;
E per tutto s’ammonta e tutto imbianca;
Ma lentamente l’ira sua declina
E solca l’aria diradata e stanca;
Poi di repente più maligna stride,
Poi tutto tace, e sulla gran ruina
Perfidamente il ciel limpido ride.

A un giovanetto

Edmondo De Amicis

Edmondo De Amicis

Tu pur ti levi in provocante aspetto
Tra gli aristarchi a lacerarmi intesi,
E ingenuamente l’anima palesi
Infiammata d’orgoglio e di dispetto.
Dimmi: come, perchè dentro al tuo petto
Tanto furor d’inimicizia accesi?
In che ti nocqui mai? Quando t’offesi?
Di che vuoi tu punirmi, o giovinetto?
Pur sotto al velo del superbo stile
La non velata mia mente indovina
L’anima bella e ‘l cor franco e gentile.
Ah l’umana follía saggio chi irride!
Il sangue, il cor, l’età ci ravvicina,
E l’arte, amor d’entrambi, ci divide.

Il 20 settembre 1870

Edmondo De Amicis

Edmondo De Amicis

Anch’io gl’intesi i primi inni guerrieri
Sonar ne la città sacra a le genti,
E scendere a fiumane i reggimenti
Per le solenni vie belli ed alteri!
Scendean raggianti, tempestosi e neri
Fra i muti chiostri e gli alti monumenti,
E le grida e i singhiozzi dei redenti
Eran dell’onda armata i messaggeri;
E mentre qui tra le fraterne schiere
Rompea la folla, le invocate lame
Baciando e i volti amati e le bandiere,
Fuggìa di là stravolto e fremebondo,
Coll’onta in core, il mercenario infame
E rovinava sui suoi passi un mondo.

A una turca

Edmondo De Amicis

Edmondo De Amicis

Bella turchetta coi cerchioni agli occhi
Che scendi a lesti passi per la china
E sgonnelli la veste cremesina
E lunghe umide occhiate ai Franchi scocchi,
Perchè, ligia al voler dei turchi sciocchi,
Col tuo candido vel di monachina
Copri il visetto bianco di farina
Mentre mostri benissimo i ginocchi?
Vedi cos’è passar lunghe giornate
Con le gambette in croce sul cuscino!
Bella turchina, hai le gambette arcate.
Ma il piede è così dritto e così snello,
E tutto, fuor che l’arco, è così fino…
Ahi, me infelice, che anche l’arco è bello!

Il cocciuto

Edmondo De Amicis

Edmondo De Amicis

Scrivi e riscrivi, e nè cortesi accenti
Nè il suon d’un plauso animator riscoti,
E i versi tuoi non leggono che i proti
E i vecchi amici e i prossimi parenti.
Ed ogni via dell’arte invan ritenti
E stilli e ponzi e t’agiti e t’arroti,
E il grave incarco dei volumi ignoti
Tra la folla che passa, urlando, ostenti.
Invano, invano! Di tue veglie amare
L’informe opera, morta anzi che nata,
Nel gran mar dell’obblío tonfa e dispare;
E più t’ostini, e con più alto riso
E più sdegnosa man, l’inesorata
Gloria ti sbatte le sue porte in viso.

A un’andalusa

Edmondo De Amicis

Edmondo De Amicis

T’ho vista al Circo, bruna maledetta,
E m’hai messo le fibre alla tortura…
Avevi indosso la tua veste oscura
E un giglio al capo e al collo una crocetta
Ed era ogni tuo sguardo una saetta
Ed ogni riso una morsicatura,
E con lasciva e perfida impostura
Stavi al tuo sposo avvitichiata e stretta;
E vedendo piegar sotto i lucenti
Ferri la testa fulminata i tori,
Le nari aprivi e digrignavi i denti;
E fiutavi il sangue sulle arene,
Bruna feroce, e ti fuggía dai pori
L’inferno che ti bolle entro le vene.

Il figliuolo del cieco

Edmondo De Amicis

Edmondo De Amicis

Vago fanciullo biondo
Dagli amorosi e grandi occhi severi
Che guidi pei sentieri
Il padre vecchio, cieco e vagabondo,
Che tu sia benedetto,
O fanciulletto pio, forte e gentile;
Come mi sento vile,
Come mi sento vile al tuo cospetto!
Mentre l’obolo mio
Ti porgo, umile tu levi il cappello…
Ah no, non sei tu quello
Che di noi due s’ha da scoprir: son io.
Io che stempro in parole
Gli affetti che in sublimi atti tu rendi;
Io rifletto e tu splendi,
Io son lo specchio e tu, fanciullo, il sole.
Va, eroe dall’umil volto,
Di sentiero in sentier, pensoso e muto,
Col genitor canuto
Nell’infinita oscurità sepolto;
Va, fanciullo, e la brezza
Dei monti a te sia mite e al tuo protetto
E trova ad ogni tetto
Una moneta, un pane e una carezza.
E quando da la guerra
Del mondo il padre tuo vinto ed oppresso
Lasci il tuo breve amplesso
Per l’amplesso immortale de la terra
Che tu possa, indomato
Lottator, d’ogni avversa ira più forte,
Alla domata sorte
Tutti i beni strappar che t’ha negato;
E aver l’oro, e l’ebbrezza
De la gloria, e d’un angelo la mano;
Nessun trionfo umano
Sarà più grande della tua grandezza.
Va, fanciulletto pio.
Guida pei monti il cieco vecchierello,
Ma tieni il tuo cappello;
S’un di noi due s’ha da scoprir, son io.
E non è che uno stolto
Vano pudor che mi trattiene il core
Dal chiederti l’onore
Il grande onore di baciarti in volto.

Al mare

Edmondo De Amicis

Edmondo De Amicis

Salve, o gran mar! Come un eterno aprile
Al canto sempre il riso tuo m’invita
E mi fa ne la carne invigorita
L’onda bollir del sangue giovanile.
5Salve, adorato mar! Sgomento al vile,
Tripudio al valoroso, all’egro vita,
Mistero immenso, gioventù infinita,
Bellezza formidabile e gentile!
T’amo allor che l’immane ira nei liti
10Frangi, dei lampi al funeral bagliore,
Amo i tuoi flutti enormi e i tuoi ruggiti;
Ma più assai de’ ruggiti il tuo susurro
Lento e solenne che addormenta il core,
O sterminato cimitero azzurro.

Al Marocco

Edmondo De Amicis

Edmondo De Amicis

Addio, berberi, negri, arabi, mori,
Palme gentili, carovane erranti,
Bei cavalieri dai bianchi turbanti,
Pianure immense vermiglie di fiori,
Negre gemmate dagli ardenti amori,
Opulenti pascià, schiavi tremanti,
Torri cinte di teste sanguinanti
E minareti dai mille colori!
Addio. Passaste omai. Dal vostro impero,
Dopo un anno d’ebbrezza e di tormento,
Sprigionai, giubilando, il mio pensiero;
Ma un subito dolor vinse il cor mio
Come se immota e triste in quel momento
Tutta una gente mi dicesse addio.

Al pittore Enrico Iunck

Edmondo De Amicis

Edmondo De Amicis

Che belle ore passammo, ardenti e lieti,
Sulle rive del Bosforo divine,
Tra le villette gialle e porporine,
All’ombra dei leandri e dei roseti!
Che belle ore sul mar, taciti e queti,
Stretti alla barca, con le fronti chine,
A guardar ne le bell’acque azzurrine
Il bianco tremolio dei minareti!
Che dolci sere, che superbe aurore
Sull’immensa metropoli rosata
Dai cento golfi e da le mille prore!
Tu avevi il riso di quel ciel nel volto
E aprivi al canto l’anima beata…
Misero, e dopo un anno eri sepolto.