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Un sogno dentro un sogno

Edgar Allan Poe

Edgar Allan Poe

Questo mio bacio accogli sulla fronte!
E, da te ora separandomi,
lascia che io ti dica
che non sbagli se pensi
che furono un sogno i miei giorni;
e, tuttavia, se la speranza volo’ via
in una notte o in un giorno,
in una visione o in nient’ altro,
e’ forse per questo meno svanita?
Tutto quello che vediamo, quel che sembriamo
non e’ che un sogno dentro un sogno.
Sto nel fragore
di un lido tormentato dalla risacca,
stringo in una mano
granelli di sabbia dorata.
Soltanto pochi! E pur come scivolano via,
per le mie dita, e ricadono sul mare!
Ed io piango – io piango!
O Dio! Non potro’ trattenerli con una stretta piu’ salda?
O Dio! Mai potro’ salvarne
almeno uno, dall’ onda spietata?
Tutto quel che vediamo, quel che sembriamo
non e’ che un sogno dentro un sogno?

A Ottavia

Edgar Allan Poe

Edgar Allan Poe

Quando vin gli amici incontran con baccano
e riso fa corona a briosa ora,
lottare per scordarti mi è assai vano
e il mio cuor il tuo poter confessa ancora
e a te in amor si volge!
Ma Ottavia, non cercare al cuore mio
di rubar il sol sollievo al suo dolore:
la trista tal speranza che ad ogni palpitio
per te si possa torcer!

Epigramma per Wall Street

Edgar Allan Poe

Edgar Allan Poe

Meglio di banche, commerci o concessioni,
vi dico io un modo per fare ricchezza:
prendete e piegate in due una banconota
e il danar vostro dispiegherà in grandezza!
Tal fantastico sistema, in sicurezza avezzo,
tien contante in vostre mani dove nulla può turbarlo;
ed ogni volta che piegate questo in mezzo,
appar chiaro, come luce fa di giorno, che voi andate a raddoppiarlo!

Il corvo

Edgar Allan Poe

Edgar Allan Poe

Una volta, a mezzanotte, mentre stanco e affaticato
meditavo sovra un raro, strano codice obliato,
e la testa grave e assorta — non reggevami piú su,
fui destato all’improvviso da un romore alla mia porta.
«Un viatore, un pellegrino, bussa — dissi — alla mia porta,
solo questo e nulla più!»
Oh, ricordo, era il dicembre e il riflesso sonnolento
dei tizzoni in agonia ricamava il pavimento.
Triste avevo invan l’aurora — chiesto e invano una virtù
a’ miei libri, per scordare la perduta mia Lenora,
la raggiante, santa vergine che in ciel chiamano Lenora
e qui nome or non ha più!
E il severo, vago, morbido, ondeggiare dei velluti
mi riempiva, penetrava di terrori sconosciuti!
tanto infine che, a far corta — quell’angoscia, m’alzai su
mormorando: «È un pellegrino che ha battuto alla mia porta,
un viatore o un pellegrino che ha battuto alla mia porta,
questo, e nulla, nulla più!».
Calmo allor, cacciate alfine quelle immagini confuse,
mossi un passo, e: «Signor — dissi — o signora, mille scuse!
ma vi giuro, tanto assorta — m’era l’anima e quassù
tanto piano, tanto lieve voi bussaste alla mia porta,
ch’io non sono ancor ben certo d’esser desto». Aprii la porta:
un gran buio, e nulla più!
Impietrito in quella tenebra, dubitoso, tutta un’ora
stetti, fosco, immerso in sogni che mortal non sognò ancora!
ma la notte non dié un segno — il silenzio pur non fu
rotto, e solo, solo un nome s’udì gemere: «Lenora!»
Io lo dissi, ed a sua volta rimandò l’eco: «Lenora!»
Solo questo e nulla più!
E rientrai! ma come pallido, triste in cor fino alla morte
esitavo, un nuovo strepito mi riscosse, e or fu sì forte
che davver, pensai, davvero — qualche arcano avvien quaggiù,
qualche arcan che mi conviene penetrar, qualche mistero!
Lasciam l’anima calmarsi, poi scrutiam questo mistero!
Sarà il vento e nulla più!
Qui dischiusi i vetri e torvo, — con gran strepito di penne,
grave, altero, irruppe un corvo — dell’età la più solenne:
ei non fece inchin di sorta — non fe’ cenno alcun, ma giù,
come un lord od una lady si diresse alla mia porta,
ad un busto di Minerva, proprio sopra alla mia porta,
scese, stette e nulla più.
Quell’augel d’ebano, allora, così tronfio e pettoruto
tentò fino ad un sorriso il mio spirito abbattuto:
e, «Sebben spiumato e torvo, — dissi, — un vile non sei tu
certo, o vecchio spettral corvo della tenebra di Pluto?
Quale nome a te gli araldi dànno a corte di Re Pluto?»
Disse il corvo allor: «Mai più!».
Mi stupii che quell’infausto disgraziato augello avesse
la parola, e benché quelle fosser sillabe sconnesse,
trasalii, ché, in niuna sorta — di paese fin qui fu
dato ad uom di contemplare un augel sovra una porta,
un augello od una bestia aggrappata ad una porta
con un nome tal: «Mai più!».
Ma severo e grave il corvo più non disse e stette come
s’egli avesse messo tutta quanta l’anima in quel nome:
sovra il busto, appollaiato — non parlò, non mosse più
finché triste ebbi ripreso: «Altri amici m’han lasciato!
il mattin non sarà giunto ch’egli pur m’avrà lasciato!».
Disse allor: «Mai più! mai più!».
Scosso al motto ch’or sì bene s’era apposto al mio pensiere,
«Certo, — dissi, — queste sillabe sono tutto il suo sapere!
e chi a tale ritornello — l’addestrò, forse quaggiù
sarà stato sì infelice ch’ogni canto suo più bello
come un requiem, non aveva ogni canto suo più bello
a finir che in un mai più!»
Ma un pensier folle ancor voltomi a un sorriso il labbro torvo:
scivolai su un seggiolone fino in faccia al busto e al corvo,
e qui, steso nel velluto — presi intento a studiar su
cosa mai volesse dire quel ferale augel di Pluto,
quel feral, sinistro, magro, triste, infausto augel di Pluto
col suo lugubre: «Mai più!».
Così assorto in fantasie stetti a lungo, e sempre intento
all’augello i di cui sguardi mi riempivan di spavento,
non osai più aprire labro — sprofondato sempre giù
fra i cuscini accarezzati dal chiaror di un candelabro
fra i cuscini rossi ov’ella, al chiaror di un candelabro,
non verrà a posar mai più!
Allor parvemi che a un tratto si svolgesse in aria, denso
e arcan, come dal turibolo d’un angelo, un incenso.
«O infelice, dissi, è l’ora! — e infin ecco la virtù
e il nepente che imploravi per scordar la tua Lenora!
Bevi, bevi il filtro e scorda! scorda alfin questa Lenora!»
Mormorò l’augel: «Mai più!».
«O profeta — urlai — profeta, spettro o augel, profeta ognora!
o l’Averno t’abbia inviato — o una raffica di bora
t’abbia, naufrago, sbalzato — a cercar asil quaggiù,
in quest’antro di sventure, di’ al meschino che t’implora,
se qui c’è un incenso, un balsamo divino! egli t’implora!»
Mormorò l’augel: «Mai più!».
«O profeta — urlai — profeta, spettro o augel, profeta ognora!
per il ciel sovra noi teso, per l’Iddio che noi s’adora
di’ a quest’anima se ancora — nel lontano Eden, lassù,
potrà unirsi a un’ombra cara che chiamavasi Lenora!
a una vergine che gli angeli ora chiamano Lenora!»
Mormorò l’augel: «Mai più!».
«Questo detto sia l’estremo, spettro o augello — urlai sperduto.
Ti precipita nel nembo! torna ai baratri di Pluto!
non lasciar piuma di sorta — qui a svelar chi fosti tu!
lascia puro il mio dolore, lascia il busto e la mia porta!
strappa il becco dal mio cuore! t’alza alfin da quella porta!»
Disse il corvo: «Mai, mai più!»
E la bestia ognor proterva — tetra ognora, è sempre assorta
sulla pallida Minerva — proprio sopra alla mia porta!
Il suo sguardo sembra il guardo — d’un dimon che sogni, e giù
sui tappeti il suo riflesso tesse un circolo maliardo,
e il mio spirto, stretto all’ombra di quel circolo maliardo
non potrà surger mai più!

Il verme conquistatore

Edgar Allan Poe

Edgar Allan Poe

Fan festa, ecco, di notte
e in questi tristi anni!
Piangon di angel frotte,
velati, ornati e in scranni,
sul palco speme in gesta
e paure con gli inganni
e di ciel, l’affan d’orchestra
sospir musica agli animi.
Mimi in divin sembiante
brusii borbottan bassi,
son qua e laggiù, fluttuanti :
sol marionette mosse
al cen d’informi cose
che enormi mutan scena
e spargon con l’al di Condor
nell’aer non vista pena!
Frammisto dramma, certo,
mai più sarà scordato!
Fantasma lungo un cerchio
da un popolo cacciato
che scappa eterno e torna,
al punto incominciato.
Orror muove sì trama
e pazzia, e ancor più il peccato.
Guarda, tra i mim, la bolgia!
Strisciante una forma entra!
E’ rosso sangue e avvolge
da vacua scen, violenta!
Volge! Volge! Mortale!
I mim son cibo e addenta,
gli angel fa singhiozzare
verminea truculenza!
Le luci! Or tutto è spento!
Su ogni tremante attore
cade il sipar con vento,
drappo mortal, dolore!
Dicon gli angeli esangui :
– “Uomo” è tragedia allor,
eroe quindi rimane
il “Verme Conquistator” –

Solo

Edgar Allan Poe

Edgar Allan Poe

Non mi importa che la mia terrena sorte,
abbia, della Terra, poco avuto
e che anni d’amor si sian dissolti
nel delirio di un minuto.
Non mi importa che il meschino
rispetto a me felice e dolce stia
ma che tu ti immischi al mio destino
per cui son di passaggio, sulla via.
Non mi importa che le fonti della gioia
zampillino, ahimè, di lacrimare
che il tremor di un bacio
scosse tanti anni in tristo andare,
ne che i fior di venti primavere,
che appassiti son mentre crescevan,
giacian morti nel mio cuore
con il peso di stagion ricolme in nevi
e manco che l’erba, oh! Attecchir possa!
Sulla mia tomba stia crescendo o sia cresciuta.
Ma che , star da solo io non possa,
mentre son vivo e morto, amata mia perduta.