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Definizione della creazione

Boris Pasternak

Boris Pasternak

Rivoltando il collo della camicia,
irsuto, come un busto di Beethoven,
copre col palmo come pedine
i sogni e la coscienza, la notte e l’amore.
E una dama nera
con furia e angoscia
predispone alla fine del mondo
cavaliere a cavallo contro le pedine.
Nel giardino ove dalla cantina, dal gelo
esclamazioni fragranti mandano le stelle,
come un usignolo sulla vite di Isotta
raggelano i singhiozzi di Tristano.
E giardini, recinti e stagni
e l’universo che ferve di bianchi lamenti,
non sono che corrente di passione
a lungo accumulata nei cuori.

Dichiarazione

Boris Pasternak

Boris Pasternak

Essere donna è un gran passo,
fare impazzire, eroismo.
E io dinnanzi al miracolo di mani,
schiena, spalle e di un collo di donna
con devozione di servo
la vita tutta riverisco.
Ma per quanto la notte m’incateni
con un anello d’angoscia,
più forte è al mondo l’aspirazione ad evadere
e la passione attira alle rotture.

Ebrietà

Boris Pasternak

Boris Pasternak

Sotto il salice avvinto dall’edera,
cerchiamo scampo all’intemperie.
Ci ripara le spalle un mantello,
intorno a te le mie braccia si avvincono.
Ma no. Le piante nel folto
non s’avvolgono d’edera, ma d’ebrietà.
Stendiamo, allora, questo mantello
sotto di noi in tutta la sua ampiezza.

Eva

Boris Pasternak

Boris Pasternak

Alberi stanno presso l’acqua eretti,
e il meriggio dalla riva scoscesa
ha gettato negli stagni le nuvole,
come palàmiti di pescatore.
Rete a strascico, affonda il firmamento
e in questo cielo, come in una rete,
la folla dei bagnanti nuota:
uomini, donne e bambini.
Cinque-sei donne nel vincheto
escono sulla riva senza rumore
e sulla sabbia strizzano
i costumi da bagno.
E a guisa di colubri
si snodano e si attorcono le spire dei filati,
quasi che serpente-tentatore
si nascondesse nell’umido tricot.
Oh donna, aspetto e sguardo tuoi
non mi turbano affatto.
Sei tutta come morsa della gola
quand’è dall’emozione stretta.
Tu sei plasmata come in un abbozzo,
quale riga di un altro ciclo,
come se veramente nel sonno
dal mio costato fossi spuntata.
E subito sfuggita dalle mani
e dall’abbraccio sgusciata,
tu stessa sconcerto e sgomento
e spasmo del cuore dell’uomo.

Festa di nozze

Boris Pasternak

Boris Pasternak

Superato il limite del cortile,
gli ospiti con I’armonica
si riversarono in casa della sposa
a iar bisboccia fino al mattino.
Detro I’uscio padronale
rivestito di feltro
dall’una alle sette tacquero
gli sprazzi di cicaleccio.
Ma con l’alba, in pieno sonno,
e solo dormire si vorrebbe,
riprese a cantare I’armonica,
lasciando la festa di nozze.
E diffuse il suonatore
di nuovo sull’organetto
i guizzo delle mani, il brillio degli orpelli,
il frastuono e il baccano della festa.
E di nuovo, di nuovo, di nuovo
la garrulità d’una castuska
invase sul letto i dormienti ‘
dritto dalla bisboccia.
Mentre una come neve, bianca,
tra frastuono, fischi e baccano
di nuovo ondeggiò pavona,
i fianchí dimenando.
E lieve agitava il capo
e la mano desffa
nel ballabile per il selciato,
pavona, pavona, pavona.
D’un tratto la foga e il fragore del gioco,
il trepestio del girotondo,
precipitando in un orido,
sparirono senza traccia.
Si destava chiassoso il cortile,
l’eco d’un tramestio
si mischiava a parole
e a scoppi di risa.
Su nell’immensità del cielo,
turbine di macchie grigio-azzurre,
dalle colombaie s’è levato
nugolo di colombi in volo.
Come se dietro alla festa di nozze,
riprendendosi nel dormiveglia
con l’augurio di molti anni
li avessero mandati all’inseguimento.
Anche la vita è un istante soltanto,
solo un dissolversi
di noi stessi negli altri
come in dono.
Solo una festa di nozze che dal basso
irrompe nelle finestre,
solo una canzone, solo un sogno,
solo un colombo grigio-azzurro.

La neve cade

Boris Pasternak

Boris Pasternak

La neve cade, la neve cade
Alle bianche stelline in tempesta
Si protendono i fiori del geranio
Dallo stipite della finestra:
La neve cade e ogni cosa è in subbuglio,
ogni cosa si lancia in un volo,
i gradini della nera scala,
la svolta del crocicchio.
La neve cade, la neve cade,
come se non cadessero i fiocchi,
ma in un mantello rattoppato
scendesse a terra la volta celeste.
Come se con l’aspetto di un bislacco
Dal pianerottolo in cima alle scale,
di soppiatto, giocando a rimpiattino,
scendesse il cielo dalla soffitta.
Perché la vita stringe. Non fai a tempo
A girarti dattorno, ed è Natale.
Solo un breve intervallo:
guardi, ed è l’Anno Nuovo.
Densa, densissima la neve cade.
E chi sa che il tempo non trascorra
Per le stesse orme, nello stesso ritmo,
con la stessa rapidità o pigrizia,
tenendo il passo con lei?
Chi sa che gli anni, l’uno dietro l’altro,
non si succedano come la neve,
o come le parole d’un poema?
La neve cade, la neve cade,
la neve cade e ogni cosa è in subbuglio:
il pedone imbiancato,
le piante sorprese,
la svolta del crocicchio.

La stella di Natale

Boris Pasternak

Boris Pasternak

Era pieno inverno.
Soffiava il vento della steppa.
E aveva freddo il neonato nella grotta
Sul pendio della collina.
L’alito del bue lo riscaldava.
Animali domestici
stavano nella grotta,
sulla culla vagava un tiepido vapore.
Scossi dalle pelli le paglie del giaciglio
e i grani di miglio,
dalle rupi guardavano
assonnati i pastori gli spazi della mezzanotte.
Lontano, la pianura sotto la neve, e il cimitero
e recinti e pietre tombali
e stanghe di carri confitte nella neve,
e sul cimitero il cielo tutto stellato.
E lì accanto, mai vista sino allora,
più modesta d’un lucignolo
alla finestrella d’un capanno,
traluceva una stella sulla strada di Betlemme.

Per quella stessa via, per le stesse contrade
degli angeli andavano, mescolati alla folla.
L’incorporeità li rendeva invisibili,
ma a ogni passo lasciavano l’impronta d’un piede.
Una folla di popolo si accalcava presso la rupe.
Albeggiava. Apparivano i tronchi dei cedri.
E a loro, “chi siete? ” domandò Maria.
“Noi, stirpe di pastori e inviati del cielo,
siamo venuti a cantare lodi a voi due”.
“Non si può, tutti insieme. Aspettate alla soglia”.
Nella foschia di cenere, che precede il mattino,
battevano i piedi mulattieri e allevatori.
Gli appiedati imprecavano contro quelli a cavallo;
e accanto al tronco cavo dell’abbeverata
mugliavano i cammelli, scalciavano gli asini.
Albeggiava. Dalla volta celeste l’alba spazzava,
come granelli di cenere, le ultime stelle.
E della innumerevole folla solo i Magi
Maria lasciò entrare nell’apertura rocciosa.
Lui dormiva, splendente, in una mangiatoia di quercia,
come un raggio di luna dentro un albero cavo.
Invece di calde pelli di pecora,
le labbra d’un asino e le nari d’un bue.
I Magi, nell’ombra, in quel buio di stalla
Sussurravano, trovando a stento le parole.
A un tratto qualcuno, nell’oscurità,
con una mano scostò un poco a sinistra
dalla mangiatoia uno dei tre Magi;
e quello si voltò: dalla soglia, come in visita,
alla Vergine guardava la stella di Natale.

Non agitarti, non piangere, non affaticare

Boris Pasternak

Boris Pasternak

Non agitarti, non piangere, non affaticare
le forze estenuate e il cuore non torturare.
Tu sei viva, sei in me, nel mio petto,
come caposaldo, come amico, come caso.
Con la fede nel futuro non temo
di apparire a te ciarlatano.
Non siamo vita noi, né unione d’anime:
l’inganno reciproco tronchiamo.
Dalla tifica angoscia dei materassi
ecco all’aria delle ampiezze esemplare!
Mi è fratello e braccio. Tale
che come lettera ti è indirizzata.
Lacera la vastità sua come lettera,
con l’orizzonte instaura una corrispondenza,
vinci lo spossamento logorante,
la conversazione conduci in lingua alpina.
E sul piatto dei laghi bavaresi
col midollo delle montagne, come ossa,
ti convincerai che non sono un parolaio
con la parola dolce pronta per l’occasione.
Buon viaggio. Buon viaggio. Il nostro legame
l’onore nostro non sono sotto il tetto di una casa.
Come germoglio alla luce raddrizzandoti,
guarderai ogni cosa in altro modo.

Poesia d’amore

Boris Pasternak

Boris Pasternak

Nessuno sarà a casa
solo la sera. Il solo
giorno invernale nel vano trasparente
delle tende scostate.
Di palle di neve solo, umide, bianche
la rapida sfavillante traccia.
Soltanto tetti e neve e tranne
i tetti e la neve, nessuno.
E di nuovo ricamerà la brina,
e di nuovo mi prenderanno
la tristezza di un anno trascorso
e gli affanni di un altro inverno,
e di nuovo mi tormenteranno
per una colpa non ancora pagata,
e la finestra lungo la crociera
una fame di legno serrerà.
Ma per la tenda d’un tratto
scorrerà il brivido di un’irruzione .
Il silenzio coi passi misurando
tu entrerai, come il futuro.
Apparirai presso la porta,
vestita senza fronzoli, di qualcosa di bianco,
di qualcosa proprio di quei tessuti
di cui ricamano i fiocchi.