Archivi categoria: Antonella Anedda

a Sofia 19,11,1993 / la poesia alle elementari

Antonella Anedda

Antonella Anedda

Davvero come adesso, l’ulivo sul balcone
il vento che trasmuta le nubi. Oltre il secolo
nelle sere a venire quando né tu né io ci saremo
quando gli anni saranno rami
per spingere qualcosa senza meta
nelle sere in cui altri
si guarderanno come oggi
nel sonno – nel buio
come calchi di vulcano curvi nella cenere bianca.
Piego il lenzuolo, spengo l’ultima luce.
Lascio che le tue tempie battano piano le coperte
che si genufletta la notte
sul tuo veloce novembre.
Antonella Anedda (Roma, 1958), da Notti di pace occidentale (Donzelli, 1999)

Cuci una foglia vicino alle parole, cuci le parole tra loro

Antonella Anedda

Antonella Anedda

Cuci una foglia vicino alle parole, cuci le parole tra loro, guarda una foglia come viene soffiata lontano.
Il tempo mentre scriviamo vola, noi moriamo a noi stessi mentre intorno cresce la vita e la realtà s’addensa, s’intreccia, diventa una radice che sale fino a un tronco e ridiventa foglio.
Da sempre mi mancano le parole e io ne ho nostalgia.
Per questo cucio, cucio, cucio.
Antonella Anedda (Roma, 1958), da Salva con nome (Mondadori, 2012)

Acquedotto / antologia, Antonella Anedda

Antonella Anedda

Antonella Anedda

Roma. Pioggia debole. Vento: Libeccio.
Intensità del vento: brezza tesa.
Mi sveglio presto per vedere
un acquedotto lungo come un treno
tra i pini, le nuvole,
un grumo di pecore e di prati.
In treno penso alla pietra sollevata, fermata da una spinta
calcolata, eretta da schiavi, mantenuta da schiavi.
Vedo l’inclinarsi dell’acqua (viene dalle comete)
e il suo mai – riposo, il ritmo delle gocce
(ancora oggi) fino alle fontane.
Quando arrivo mi appoggio a un tronco per guardare.
Guardo in alto. Le arcate scorrono nel vuoto.
Se non sentiamo le grida sotto gli archi di trionfo
e aggiungiamo le parole
arte e architettura e precisiamo: civile,
allora, forse, troviamo un po’ di pace,
la stessa che danno gli scheletri
composti nei musei.
Antonella Anedda (Roma, 1958), da Salva con nome (Mondadori, 2012)
L’epigrafe contiene la prima annotazione metereologica del libro. L’attenzione al variare del tempo atmosferico ritorna alla fine della sesta sezione, Cucire, con Notizie meteo. Notte (I-II) e Altre notizie (I-III) e poi di nuovo nelle epigrafi di Concerto per paura, coro e voci. Questo sguardo risponde ad una necessità di rimettersi alla forza e all’azione degli elementi, come le ha insegnato l’isola della Maddalena, terra dell’infanzia e di periodici ritorni, patria poetica a cui ha dedicato il libro Isolatria. Viaggio nell’arcipelago della Maddalena (Laterza, 2013). Il verso che apre la poesia condensa il significato che per l’autrice, studiosa di storia dell’arte, hanno le immagini: custodi di senso, icone a cui affidarsi contro la paura. Questa sua particolare fede nello sguardo e nel potere terapeutico delle immagini emerge nel libro La vita dei dettagli. Scomporre quadri, immaginare mondi (Donzelli, 2009). La divisione in tre strofe della poesia corrisponde a tre diverse modalità del vedere: dallo stimolo del desiderio, all’immaginazione, allo sguardo che considera la realtà alla luce di ciò che si stava disegnando nella mente. La forma definitiva che le parole possono dare a questa visione, nello stesso istante in cui placa l’inquietudine e il dolore della ricerca, ci allontana dalla vita, ci compone nella morte.
(Franca Mancinelli)

Autoritratto come guerriero nuragico / antologia, Antonella Anedda

Antonella Anedda

Antonella Anedda

Poco più alta di un busto romano.
Difesa da uno scudo ma priva di slancio.
I lineamenti di bronzo
senza passaggio di sorriso.
La spada le ha diviso la fronte
verde-rame con crosta
inutilmente incoronata di pruni
accecata da pietre.
Inabissata. Liquida.
Antonella Anedda (Roma, 1958), da Salva con nome (Mondadori, 2012)
Da un autoritratto ci aspettiamo un volto, la definizione di un’identità. Ma quella che Anedda viene tracciando è un’identità che da subito, fin dal titolo, si sovrappone e sfuma in un’altra. Questo guerriero potrebbe essere un antenato che riaffiora nelle sue sembianze. Dallo specchio come da un pozzo arrivano immagini e vicende del passato, e infine i riflessi dell’acqua in cui si discioglie ogni pretesa di essere entro linee e contorni. Nella prima parte della poesia Anedda inizia a tracciare una figura che sfugge, che non corrisponde pienamente a ciò che le si avvicina; nella seconda parte i tratti vengono segnati attraverso un atto violento. La definizione di questa figura avviene nell’istante stesso della sua morte. Questo di Anedda è un autoritratto disegnato cancellando. Nasce da un distacco da sé, da una similitudine aperta come un ponte che sprofonda in acqua. Se è possibile riconoscersi è soltanto in un’identità «liquida», «inabissata».
(Franca Mancinelli)

Chi se ne è andato non desidera tornare

Antonella Anedda

Antonella Anedda

Chi se ne è andato non desidera tornare.
Pensiamo che si strugga per il mondo
prestandogli la nostra nostalgia.
L’oleandro trema, l’abete
che si sfrangia più latteo nella luna
e tutta la bellezza incomprensibile
che ci ostiniamo a raccontare.
Se i morti vedono ci guardano scrutare l’illusione di un muro
bussare per entrare o chiamare
come i pazzi che cullano le pietre
bisbigliando loro: amore.
Antonella Anedda (Roma, 1958),da Salva con nome (Mondadori, 2012)

Cucina 2005 / antologia, Antonella Anedda

Antonella Anedda

Antonella Anedda

Se l’avesse vista
se avesse visto la sua forma mortale
spalancare stanotte il frigorifero
e quasi entrare con il corpo
in quella navata di chiarore,
muta bevendo latte
come le anime il sangue
spettrale soprattutto a se stessa
assetata di bianco, abbacinata
dall’acciaio e dal ferro
bruciandosi le dita con il ghiaccio
avrebbe detto non è lei. Non è
quella che morendo ho lasciato
perché mi continuasse.
Antonella Anedda (Roma, 1958), da Salva con nome (Mondadori, 2012)
Una sete notturna, istintiva, guida i passi e i gesti di una donna fino a sporgersi sul frigo-sarcofago-soglia tra i vivi e i morti. La figura di questa donna tra sonno e veglia entra in un rito che porta oltre il confine che ci separa dai trapassati. È il bisogno di latte a chiamarla, così come nell’XI canto dell’Odissea è il bisogno di sangue a far risalire le anime sulla terra. Un latte materno che la nutre di assenza, fino a renderla tramite dello sguardo e delle parole della madre che dall’oltre non la riconosce, spezzando la linea della generazione e dell’eredità. L’enjambement nel terz’ultimo verso rimarca questa condizione di identità negata, mancata o assunta in negativo, come è proprio degli spettri. Questa poesia, insieme a 1943 introduce alla seconda sezione di Salva con nome, Pneumologia, dedicata all’immagine materna e conclusa, specularmente, da questo verso: (Lei èe non è – mia madre).
(Franca Mancinelli)

daRESIDENZE INVERNALI

Antonella Anedda

Antonella Anedda

III
Prima di cena, prima che le lampade scaldino i letti e il fogliame degli alberi sia verde-buio e la notte deserta. Nel breve spazio del crepuscolo passano intere sconosciute stagioni; allora il cielo si carica di nubi, di correnti che sollevano ceppi e rovi. Contro i vetri della finestra batte l’ombra di una misteriosa bufera. L’acqua rovescia i cespugli, le bestie barcollano sulle foglie bagnate. L’ombra dei pini si abbatte sui pavimenti; l’acqua è gelata, di foresta: Il tempo sosta, dilegua. Di colpo, nella quiete solenne dei viali, nel vuoto delle fontane, nei padiglioni illuminati per tutta la notte, l’ospedale ha lo sfolgorio di una pietroburghese residenza invernale.
Ci sarà un incubo peggiore
socchiuso tra i fogli dei giorni
non sbatterà nessuna porta
e i chiodi
piantati all’inizio della vita
si piegheranno appena.
Ci sarà un assassino disteso sul ballatoio
il viso tra le lenzuola, l’arma posata di lato.
Lentamente si schiuderà la cucina
senza fragore di vetri infranti, nel silenzio del pomeriggio invernale.
Non sarà l’amarezza, né il rancore, solo
per un attimo le stoviglie
si faranno immense di splendore marino.
Allora occorrerà avvicinarsi, forse salire
là dove il futuro si restringe
alla mensola fitta di vasi
all’aria rovesciata del cortile
al volo senza slargo dell’oca,
con la malinconia del pattinatore notturno che a un tratto conosce
il verso del corpo e del ghiaccio
voltarsi appena,
andare
da NOTTI DI PACE OCCIDENTALE
I
Vedo dal buio
come dal più radioso dei balconi.
Il corpo è la scure: si abbatte sulla luce
scostandola in silenzio
fino al varco più nudo –al nero
di un tempo che compone
nello spazio battuto dai miei piedi
una terra lentissima
– promessa

Futuro

Antonella Anedda

Antonella Anedda

Mia madre partorì a dicembre. La neve cadeva nel fiume.
Alla fine del mese l’acqua gelò sui pesci. Mi mostrarono a tutti
perché non ero morta:«…la toglieremo a pezzi, un braccio e
una gamba incastrati, forse incompiuti».
Di quel tempo resta solo un richiamo come un sibilo interno:
tornare in quel ventre con mia figlia, testa in giù, corpo
informe, due cordoni di carne intorno al collo.
Via da dicembre, dal fiume trasparente
indietro e indietro verso l’inconcepito
l’inizio aprile del nulla.
Antonella Anedda(Roma, 1955), daIl catalogo della gioia(Donzelli, 2003)