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Il silenzio è luce

Alejandra Pizarnik

Alejandra Pizarnik

Il silenzio è luce
il canto sapiente dell’infelicità
emana un tempo primitivo:
io cercavo la pietra e non il pane
un inno innocente e non le maledizioni,
la conoscenza dei miei nomi
per dimenticarli e dimenticarmi;
però quello che non cercai è l’esilio
e neppure mi raccontai bugie
non adorai il sole
ma non mi aspettavo questa luce nera
al filo del mezzogiorno

La notte

Alejandra Pizarnik

Alejandra Pizarnik

Il cacciatore insegue da tempo le orme
del più puro ermellino, ma per quante reti
gli tenda, il nobile animale le evita furbo
e tanto più lieto saltella per la campagna.
Ma una spina lo scalfisce e si forma
una chiazza di sangue che lava
nella chiara fonte vicina ed ecco ora
arriva furtivo il nemico a freddare l’animo.

Lamento

Alejandra Pizarnik

Alejandra Pizarnik

l’immagine dell’amore
rende come abisso termini empi;
non piangerai per l’eternità
se non per un bimbo che piange
tra nere rocce
– il coro degli affogati –
tempestosa certezza di malinconia;
io soltanto guardo il nostro re invariabile
come nostro ardente immutabile
ed un bimbo smette di respirare,
ed una nave affonda
io guardo il cielo
io ascolto il silenzio taciuto

Salvezza

Alejandra Pizarnik

Alejandra Pizarnik

Ieri sono passato a trovarti, papà,
la luce in questi giorni non è tagliata dall’ombra
negli alberi senza vento c’è l’odore secco dell’aria
per come posso, ti ho portato il racconto dei temporali,
l’odore di inverno sulle tempie
a Chiusaforte è nevicato, nevica sempre
e le fontane sono ghiacciate
penso, per qualche momento, che tu sia ancora lassù
ad accatastare legna con cura
e non in luoghi come questi
la casa di riposo con la pista per le bocce
dove state raccolti come le foglie nel parco
uniti nell’attesa, lontani dalle città assediate.
Dicevate domani, dicevate questo è il figlio
e con il silenzio del fischio nella bufera
i vostri nomi sono andati via
voi che siete stati popolo e ombra
remissione e forza
il tuo nome, papà, e quello di Bruno, che non era un’antilope
e tirava sassate al pettirosso sul ramo più alto
o quello di Giordano, o quello di Cesare, o quello
di Alfredo, l’artigliere
o quello di quelli che, come te, sono stati bambini
che hanno detto domani.
E adesso non è troppo dire
quanto poche sono le foglie cadute
sui giorni di novembre
per dire cos’è l’inverno negli occhi mentre viene
tutto il poco possibile è qui,
nei vostri corpi piegati come l’ulivo
sulle vostre facce di monete graffiate
in questo spazio, in questo tempo confusi
come il cielo e la terra quando nevica,
e se c’è un’uscita, papà, anche se non posso dire domani,
la sua luce sulla soglia
è questo stare dei tuoi occhi dentro i miei
questo pensarvi vivi, liberi e scalzi
le tasche piene di sassi, la memoria di voi
che trema in noi
come una stella incoronata di buio.

Pierluigi Cappello
Mandate a dire all’imperatore
postfazione di Eraldo Affinati
Crocetti Editore 2010, 2011 4ª edizione
Premio Viareggio-Repaci 2010