Archivi categoria: Adam Zagajewski

Il faggio

Adam Zagajewski

Adam Zagajewski

Un giorno, uomo o donna, viandante,
dopo, quando non vivrò,
cercate qui, cercatemi
tra pietra e oceano,
alla luce burrascosa
della schiuma.
Qui cercate, cercatemi,
perché qui tornerò senza dire nulla,
senza voce, senza bocca, puro,
qui tornerò a essere il movimento
dell’acqua, del
suo cuore selvaggio,
starò qui, perso e ritrovato:
qui sarò forse pietra e silenzio.

Infanzia

Adam Zagajewski

Adam Zagajewski

Ridatemi la mia infanzia,
quella repubblica di passeri garruli,
le smisurate selve di ortiche
e il pianto notturno del timido allocco.
La nostra strada vuota di domenica,
il rosso neogotico delle chiese
che non ispirava i mistici,
le bardane sussurranti in tedesco
e la confessione dell’alcolizzato
presso l’altare della parete bianca,
e le pietre, e la pioggia, e le pozzanghere
in cui sfavillava l’oro.
Adesso, ormai, saprei sicuramente
come essere bambino, saprei
come guardare gli alberi coperti di brina,
come vivere immobilmente.

Luglio

Adam Zagajewski

Adam Zagajewski

Luglio, i merli hanno ormai smesso di cantare.
Sono seduto su una panchina sulla riva
di un fiume lento,
sento la lite piena d’odio di due amanti
che non conosco né mai conoscerò.
Gli sportivi sudati corrono per il viale.
Indifferentemente luccica il sole del mattino
sulla scura acqua tranquilla
che è la personificazione della passività.
Un ragazzino porta una busta di plastica
con la sfolgorante scritta Men’s Health.
Le anime non s’incontrano quasi mai,
i corpi combattono l’uno con l’altro sotto
la cortina della tenebra.
A notte giunge la pioggia delicata come un haiku.
All’alba balbettano sulla città lievi campane.
Finché noi siamo vivi.

Misticismo per principianti

Adam Zagajewski

Adam Zagajewski

Il giorno era mite, la luce amichevole.
Il tedesco sulla terrazza del caffè
teneva un libricino sulle ginocchia.
Sono riuscito a vedere il titolo:
Misticismo per principianti.
Subito ho capito che le rondini
pattuglie sulle strade di Montepulciano
con i loro versi striduli
e le conversazioni pacate dei viaggiatori
timidi
dell’Est, la cosiddetta Europa centrale,
e gli aironi bianchi fermi – ieri? Il giorno
prima? –
come suore in campi di riso,
e il crepuscolo, lento e metodico,
che offusca i contorni delle case
medievali,
gli olivi sulle basse colline,
lasciate al vento e agli incendi,
e la testa della Principessa sconosciuta
che ho ammirato al Louvre
e le vetrate delle chiese come ali
di farfalla
spruzzate di polline,
e il piccolo usignolo che si esercita
nella sua recita vicino all’autostrada,
e ogni viaggio, ogni tipo di viaggio,
sono solo misticismo per principianti,
il corso introduttivo, propedeutico
per un esame che è stato
rinviato.

Poesia n. 183 Maggio 2004
Adam Zagajewski / Il cosmo e la storia
a cura di Paola Malavasi
Crocetti Editore 2004

Nella Bellezza Altrui

Adam Zagajewski

Adam Zagajewski

Solo nella bellezza altrui
vi è consolazione, nella musica
altrui e in versi stranieri.
Solo negli altri vi è salvezza,
anche se la solitudine avesse sapore
d’oppio. Non sono un inferno gli altri,
a guardarli il mattino, quando
la fronte è pulita, lavata dai sogni.
Per questo a lungo penso quale
parola usare: se lui o tu.
Ogni lui tradisce un tu, ma
in cambio nella poesia di un altro
è in fedele attesa un dialogo pacato.
(Traduzione di Krystyna Jaworska)
Questa è, a mio avviso, una delle poesie più belle e più intense di Adam Zagajewski. Il titolo, che riprende il primo verso, esprime tutto il bisogno del poeta di ricercare l’armonia e la serenità (Nella bellezza altrui è anche il titolo di una raccolta di saggi pubblicata nel 1998). «La bellezza salverà il mondo», affermava il principe Miškin nell’Idiota di Dostoevskij; il poeta polacco aggiunge che solo nella bellezza “altrui” vi è la salvezza. Egli pone al centro della propria opera il tema dell’estraneità, dell’estraneo, straniero, diverso, che in quanto“altro da sé” ci offre la possibilità di conoscere e di gustare il bello. Il dialogo, che conduce alla conoscenza, è possibile infatti unicamente nell’incontro con il diverso, nella musica e nella poesia altrui, come anche nella realtà quotidiana. La solitudine, anche se avesse il sapore dell’oppio, non ci porterebbe da nessuna parte. Secondo Zagajewski, l’arte, il bello, nascono dal sentimento di meraviglia nei confronti della realtà, dal desiderio profondo di comprendere le ragioni ultime delle cose (anelito verso il bello).
(Lucia Pascale)

Quel giorno

Adam Zagajewski

Adam Zagajewski

Quel giorno in cui giunge la notizia
che è morto qualcuno di vicino, un vero amico, oppure
qualcuno
che non conoscevamo, ma soltanto ammiravamo
da lontano
il primo istante, le prime ore: egli oppure ella ormai
non è più vivo,
ciò sembra certo, inesorabile, forse finanche
dimostrato, ci fidiamo (malvolentieri) della persona
che c’informa
attraverso il telefono, disperata, oppure forse dello
speaker di un’indifferente
stazione radio, eppure non possiamo crederci,
per niente al mondo possiamo accettarlo,
perché ancora non è morto (per noi), non è
completamente, non è affatto morto,
egli non c’è più (ella), ma ancora non è svanito
per sempre, al contrario, è, sembra, nel più forte
punto della sua esistenza, ancora cresce,
sebbene non ci sia più, ancora parla,
sebbene si sia ammutolito, ancora trionfa,
sebbene abbia già perso, abbia perso la lotta – con
che cosa?
col tempo? col corpo? – ma no, non è vero, ha vinto,
ha conseguito la pienezza, la più grande pienezza
possibile,
è così pieno, così grande, magnifico, che
non trova spazio
nella vita, fa scoppiare il fragile vaso della vita,
svetta sui viventi, come se fosse composto
di un altro materiale, del più duro dei bronzi,
e contemporaneamente cominciamo a figurarci,
temiamo, indoviniamo, sappiamo
che fra poco sopraggiungerà il silenzio
e l’impotente pianto.

Dalla vita degli oggetti

Adam Zagajewski

Adam Zagajewski

La pelle levigata degli oggetti è tesa
come la tenda di un circo.
Sopraggiunge la sera.
Benvenuta, oscurità.
Addio, luce del giorno.
Siamo come palpebre, dicono le cose,
sfioriamo l’occhio e l’aria, l’oscurità
e la luce, l’India e l’Europa.
E all’improvviso sono io a parlare: sapete,
cose, cos’è la sofferenza?
Siete mai state affamate, sole, sperdute?
Avete pianto? E conoscete la paura?
La vergogna? Sapete cosa sono invidia e gelosia,
i peccati veniali non inclusi nel perdono?
Avete mai amato? Vi siete mai sentite morire
quando di notte il vento spalanca le finestre e penetra
nel cuore raggelato? Avete conosciuto la vecchiaia,
il lutto, il trascorrere del tempo?
Cala il silenzio.
Sulla parete danza l’ago del barometro.
(Traduzione di Krystyna Jaworska)
Questa poesia, che dà il titolo all’intera scelta antologica italiana, presenta uno dei traslati ricorrenti in Adam Zagajewski: l’animazione degli oggetti. Essi parlano, si muovono, e intrattengono un dialogo con il poeta. Le voci immaginate servono a rendere dinamica la scena, e nello stesso tempo ad immobilizzarla, in un istante particolare, per sottrarla così al flusso del tempo.
Nel componimento in questione l’autore sembra trovarsi, al calar della sera, in una stanza piena di oggetti. Nella prima strofa, composta di 8 versi, le cose dicono di essere come palpebre che, muovendosi, sfiorano l’occhio e l’aria, l’oscurità e la luce, l’India e l’Europa. Nella seconda strofa, di 10 versi, il poeta – in un impeto quasi di rabbia – si rivolge ad esse chiedendo se abbiano mai provato le sensazioni e i sentimenti caratteristici dell’essere umano. Alle numerose domande fa eco, nel distico finale, dopo il silenzio, una breve e incisiva risposta (affermativa): «Sulla parete danza l’ago del barometro». Questa immagine, insieme a quella iniziale («La pelle levigata degli oggetti è tesa / come la tenda di un circo»), fanno di Zagajewski uno straordinario «poeta degli oggetti», capace di descriverli con precisione fenomenologica e di coglierne l’essenza.
(Lucia Pascale)

Di mia madre

Adam Zagajewski

Adam Zagajewski

La luna piena risplende sul mare
e tu nel mio cuore.
La riva attende e invecchia. Tu non vieni mai.
Fugace il sentiero lunare sul mare che inghiottì
il veliero col quale a lungo avremmo vagato
condotti dal desiderio, suonando il flauto e la cetra
unendo canto e carne nell’argenteo vento.
Traduzione di Giacomo Oreglia

AA.VV.
Poesia d’amore del Novecento
a cura di Angela Urbano
Crocetti Editore 2006