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Trasparenza

Abdellatif Laâbi

 

Abdellatif Laâbi

 

Vi invito alla trasparenza
vi invito all’istante di verità
Che vale una vita come la nostra
vi chiedo
Osservate l’infinito delle costellazioni
osservate il lungo cammino
della nostra specie intelligente
immergetevi nel dedalo senza uscita
dell’uomo
ma meditate infine
fermate la macchina infernale
dell’accumulazione
infrangete il tempo
del progresso senza memoria
ricordatevi della vostra infallibile ferita
accettate questo piccolo lotto di smarrimento
Così
voliamo in soccorso del futuro

Nessuno parlerà

Abdellatif Laâbi

 

Abdellatif Laâbi

 

Nessuno parlerà
nella lingua arcaica dell’anima
con questa musica di cuore che si scortica
e quel mormorio di lacrime che fendono la pietra
Con quelle parole intagliate nelle radici
e il becco ricurvo dell’aquila
Con il tuono che sghignazza
col fuoco che s’inghiotte e risputa
Con il panico
e la promessa di sette flagelli
Con la stella che appare
e il delirio che ha senso
Con la folla in preghiera
e i tiranni che muoiono
di uno strano mal di testa
Ma dove sono i profeti di un tempo?

La Lingua di mia madre

Abdellatif Laâbi

 

Abdellatif Laâbi

 

Non vedo mia madre da vent’anni
si è lasciata morire di fame
dicono si togliesse ogni mattina
il foulard dalla testa
per sbatterlo in terra sette volte
maledicendo il cielo e il Tiranno
io ero nella caverna
là dove il forzato legge nelle ombre
e dipinge sulle pareti il bestiario dell’avvenire
Non vedo mia madre da vent’anni
mi ha lasciato un servizio da caffè cinese
le cui tazze si rompono l’una dopo l’altra
senza che m’importi per quanto sono brutte
Ma ne amo ormai solo il caffè
oggi, quando solo
chiedo in prestito la voce di mia madre
o meglio è lei che parla dalla mia bocca
con le sue bestemmie, grossolanità e imprecazioni
l’introvabile rosario dei suoi diminutivi
tutta la specie in estinzione delle sue parole
non vedo mia madre da vent’anni
ma sono l’ultimo uomo sulla terra
a parlare ancora la sua lingua

L’epoca è banale

Abdellatif Laâbi

 

Abdellatif Laâbi

 

L’epoca è banale
meno sorprendente della tariffa di una prostituta
I satrapi si divertono parecchio
al gioco della verità
I diseredati si convertono in massa
alla religione del Lotto
Gli amanti si separano
per un chilo di banane
Il caffè non è né più né meno amaro
L’acqua resta sullo stomaco
La siccità colpisce i più affamati
I sismi si compiacciono nel complicare
il compito dei soccorritori
La musica si raffredda
Il sesso guida il mondo
Solo i cani continuano a sognare
per tutta la durata del pomeriggio e delle notti

Ci sarà

Abdellatif Laâbi

 

Abdellatif Laâbi

 

Ci sarà
in fondo a una grotta o a un deserto
il solito superstite di olocausti
catastrofi nucleari
epidemie informatiche
Alcuni già se ne figurano la gioia
gli affibbiano l’ingegnosità di Crusoé
l’incitano a lasciare la sua tana
per ripubblicare la genesi
fare uscire della sua coscia la femmina
e concepire
Ma egli finisce per coricarsi
ricoprirsi di sabbia
Decide di iniziare
lo sciopero della vita

C’è un cannibale che mi legge

Abdellatif Laâbi

 

Abdellatif Laâbi

 

C’è un cannibale che mi legge
è un lettore ferocemente intelligente
un lettore di sogni
non lascia passare una parola
senza soppesarne il peso di sangue
Solleva perfino le virgole
per scoprire i frammenti di scelta
Lui sa che la pagina vibra
di una splendida respirazione
Ah quel subbuglio che rende la preda
allettante e già sottomessa
Lui attende la fatica
che cala sul volto
come una maschera di sacrificio
cerca la crepa in cui balzare
l’aggettivo di troppo
la ripetizione che non perdona
C’è un cannibale che mi legge
per nutrirsi

L’albero di ferro in fiore

Abdellatif Laâbi

Abdellatif Laâbi

Non ho smesso mai di camminare
verso le mie radici di uomo
senza rabdomanti, senza bussola
salvo la mia collera attinta dal polmone del popolo
salvo i miei occhi
che non hanno perso nulla
del disastro delle viuzze
e della scarsità di pane
avevo male alle radici i miei occhi
i miei occhi scrutavano il cimitero dell’orda
l’itinerario di folgorazioni
non ho perso niente, niente omesso
delle sevizie dell’Altro e dei miei
niente, senti
era l’era dei grandi nomadismi
che attizzava il sole nero dell’aggressione
VEVO URGENZA DEL MIO VOLTO D’UOMO
torno da questi sogni
e cammino
dapprima
sulla città
per innalzare la mia requisitoria.