Scavando

Seamus Heaney

Seamus Heaney

Tra il mio pollice e l’indice
sta la comoda penna, salda come una rivoltella.
Sotto la finestra, un suono chiaro e graffiante
all’affondare della vanga nel terreno ghiaioso:
è mio padre che scava. Guardo dabbasso
finché la sua schiena piegata tra le aiuole
non si china e si rialza come vent’anni fa
ritmicamente tra i solchi di patate
dove andava scavando.
Con lo stivale tozzo accoccolato sulla staffa, il manico
contro l’interno del ginocchio sollevato con fermezza,
sradicava alte cime e affondava la lama splendente
per dissotterrare le patate novelle che noi raccoglievamo
amandone tra le mani la fresca durezza.
Il mio vecchio potrebbe impugnare una vanga presso Dio,
proprio come il suo vecchio.
Mio nonno estraeva più torba in un giorno
di qualsiasi altro uomo su, alla palude Toner.
Una volta gli portai del latte in una bottiglia
turata alla meglio con un pezzo di carta. Si raddrizzò
e lo bevve, poi subito riprese a lavorare
intaccando e dividendo, mentre con piote
sulle spalle andava sempre più a fondo
in cerca di buona torba. Scavando.
L’odore freddo dei solchi di patate, il tonfo
e lo schiaffo dell’umida torba, i tagli netti di una lama
tra le radici vive si destano nella mia memoria.
Ma non ho una vanga per succedere a uomini come loro.
Tra il mio pollice e l’indice
sta comoda la penna. Scaverò con quella.

Punizione

Seamus Heaney

Seamus Heaney

Sento la tensione
del capestro alla sua nuca,
il vento contro il petto
nudo.
Rende i suoi capezzoli
perle d’ambra,
scuote la fragile struttura
delle sue costole.
Vedo il suo corpo annegato
nella palude,
la pesante pietra,
i rametti e i fuscelli galleggianti,
sotto cui dapprima
era un arboscello scortecciato
estratto dalla melma –
ossa di quercia, cervello a barilotto,
la testa rasata
simile a stoppia di granturco,
gli occhi bendati da un lino lercio,
il cappio un anello
per cingere le memorie
dell’amore.
Piccola adultera,
prima che ti punissero
avevi capelli biondi come l’oro,
eri denutrita e la tua faccia
imbrattata di pece era bellissima.
Mia povera vittima,
quasi ti amo,
ma avrei scagliato, lo so,
la pietra del silenzio.
Io sono l’abile voyeur
delle onde scurite ed esposte
del tuo cervello, del tessuto
ritorto dei tuoi muscoli
e di tutte le tue ossa numerate,
io che ristetti ammutolito
quando le tue sorelle traditrici
imbrattate di pece
piansero presso il cancello,
io che sarei stato complice
dell’oltraggio civilizzato,
capisco tuttavia l’esatta, tribale
ed intima vendetta.

Poscritto

Seamus Heaney

Seamus Heaney

E qualche volta trovate il tempo di andare in auto
ad ovest
in County Clare, lungo la Flaggy Shore,
a settembre o ottobre, quando il vento
e la luce si azzuffano così che da una parte
l’oceano è pazzo di schiuma
e bagliori, e all’interno fra le pietre
la superficie di un lago color ardesia è illuminata
dal lampo terrestre di uno stormo di cigni,
le piume scompigliate e soffiate, bianco su bianco,
le teste adulte dall’aria ostinata
sommerse o affioranti o indaffarate sottacqua.
Inutile pensare di posteggiare e cogliere la scena
più completamente. Non sei né qua né là,
una fretta per cui passano cose note e ignote
mentre forti morbide folate prendono l’auto di sbieco
e sorprendono il cuore sovrappensiero e lo aprono
d’un soffio.

Traduzione di Massimo Bacigalupo

I settant’anni di Seamus Heaney
a cura di Massimo Bacigalupo


Nord

Seamus Heaney

Seamus Heaney

Sono tornato a una lunga spiaggia,
la curva martellata di una baia,
e trovai soltanto le secolari
potenze tuonanti dell’Atlantico.
Ho fissato i non magici
richiami dell’Islanda,
le patetiche colonie
della Groenlandia, e all’improvviso

quei favolosi predoni
sepolti nelle Orcadi e a Dublino
distesi contro
le loro lunghe spade arrugginenti,
quelli nel solido
ventre di navi di pietra,
quelli fatti a pezzi e luccicanti
nella ghiaia di correnti sgelate
erano voci assordate dall’oceano
che mi mettevano in guardia, risollevate
nella violenza e nell’epifania.
La lingua nuotante della nave vichinga
veleggiava con il senno del poi –
diceva del martello di Thor vibrato
su geografia e commercio,
di accoppiamenti ottusi e di vendette,
di odi e maldicenze,
delle antiche assemblee, menzogne e donne,
di sfinimenti definiti pace,
memoria che incuba il sangue versato.
Diceva: “Scendi
nel tesoro di parole, scava
la tana nella spira e nel bagliore
del tuo cervello solcato da rughe.
Scrivi nel buio.
Attendi l’aurora boreale
nel corso della lunga scorreria,
ma nessuna cascata di luce.
Mantieni limpido il tuo occhio
come la bolla d’aria nel ghiacciolo,
fidati della percezione di quel nocciolo di tesoro
che le tue mani hanno conosciuto”

Lavoro sul campo III

Seamus Heaney

Seamus Heaney

Non a lungo avrai ancora sete,
mio cuore bruciato.
C’è una promessa nell’aria,
mi soffia contro da bocche sconosciute:
il grande fresco viene.
A mezzogiorno il mio sole era caldo
sopra di me. Benvenuti, voi che venite:
voi venti improvvisi,
voi freschi spiriti del pomeriggio.
L’aria corre straniera e pura.
Non mi guarda la notte
di lato, con un obliquo
sguardo di seduzione?
Resta saldo, mio cuore ardito,
non chiedere perché.
Traduzione di Pino Menzio

Poesia n. 240 Luglio/Agosto 2009
Friedrich Nietzsche. Rovine di stelle
a cura di Pino Menzio




L’ambasciata

Seamus Heaney

Seamus Heaney

E adesso vai, figliolo, corri come il vento,
e di’ a tua madre di cercarmi
una bolla d’aria per la livella
e un nuovo nodo per questa cravatta.”
Eppure fu contento, lo so, quando rimasi in campo,
rilanciandogli la palla
con un sorriso che vinse il suo e la sua ambasciata tranello,
in attesa della prossima mossa del gioco.