Capre

Sauro Albisani

Sauro Albisani

I fari illuminano le capre
che come ogni sera hanno risalito la scarpata
per ammusarsi sull’asfalto
alla luce delle stelle.
Non vogliono più erba
ma il tepore di questo lenzuolo
liscio e innaturale.
Di qui non passa un’anima fino a giorno,
potrei premere sull’acceleratore
e lasciarmi alle spalle
un bagno di sangue,
come Aiace che infierisce
su quella mandria inerme.
Dopo, però, l’eroe si risveglia.
Invece freno, esco dall’auto e le accarezzo.
Ruzzano con la mia mano
che indugia sulle loro labbra umide.
Io non so più parlare,
ma non c’è bisogno di parlare.
Forse quando cadiamo in quel torpore mortale
esseri superiori ci osservano
e potrebbero annichilirci in un attimo,
chiudere la partita
senza dircelo,
ma non lo fanno.
da La valle delle visioni (Passigli, 2012)

Sulla felicità

Sauro Albisani

Sauro Albisani

Andavano da Cervia a Cesenatico
sulla battigia quando la marea
si ritira e rimangono le arselle
a boccheggiare nella sabbia. Il rischio,
pensava, è di forare e dover spingere
la bici a mano col peso del bambino.
Erano troppo piccoli per chiedergli
di farla a piedi.
Lui pedalava pensando: verrà,
verrà prima o poi quella che chiamo
felicità e non so cosa sia
se non, immagino, sentirmi a mio agio
in questo corpo. Un surf
là davanti faceva una cosa sola
di una vela e di un uomo. Il primogenito
pensava alle navi. La mamma
pensava alla cena pedalando. L’ultimo nato,
nel suo seggiolino, accompagnava la corsa
come tutte le sere
gorgheggiando. Ancora non parlava. L’uomo,
inquieto, stupidamente, continuava a pensare
alla felicità, credeva d’avere solo dei pedali
sotto le suole.
Che cosa aveva sotto le suole,
sul manubrio e a destra, dalla parte del mare,
e là davanti, a pochi metri, fra i capelli
di quella giovane mamma
lo avrebbe capito solo molti anni dopo
provando a fare una poesia.
da La valle delle visioni (Passigli, 2012)

Oltre tutto

Sauro Albisani

Sauro Albisani

Rincasando la sera faccio appena in tempo
a posare la borsa nel mio studiolo
e la cena è in tavola. Ma lascio
la luce accesa sul quaderno bianco,
nella stanzina vuota.
Non uno spirito di vento volta la pagina.
Tuttavia spero sempre di vedere
i penati
rientrando a sorpresa.
E poi, oltre tutto, ho ancora paura del buio.
da Orografie (Passigli, 2014)

Io sono il pino che davanti casa

Sauro Albisani

Sauro Albisani

Io sono il pino che davanti casa
vecchio non so di quanti secoli ode
premere dentro sé l’eternità
e tuttavia maledettamente
inclina… verso dove? quale, quale
altro cielo continuo a cercare
da quello che m’incombe verticale?
Io spezzo l’equilibrio graffio l’aria
pendo su queste vite fiduciose
su questa casa… Chi mi vede
non sa che anch’io mi nutro di pensieri
e che i bambini giocano con me
e mi sorreggono col loro sguardo.
da Terra e cenere (Il Labirinto, 2002)

I due ragazzi preparano l’esca

Sauro Albisani

Sauro Albisani

I due ragazzi preparano l’esca
con attenzione perché il mare premi
la loro grande sete di avventura,
sognano ad occhi aperti la paranza
sorridendo ai dragoni dalle forme
inverosimili e possibili, hanno
tanta felicità davanti a sé.
Intirizziti dentro l’aria fresca
spingono spingono sui loro remi,
si prepara burrasca, hanno paura
ad occhi chiusi nella loro stanza
dove ai piedi del letto il gatto dorme
sognando i loro sogni, pescheranno
pesce vivo in un mare che non c’è.
da Orografie (Passigli, 2014)

Avevamo due oche tanto belle

Sauro Albisani

Sauro Albisani

Avevamo due oche tanto belle
col becco arancio e il collo che nuotava
nell’aria, senza peso. Amoreggiavano
l’una presa dell’altra, sempre schive
e sdegnose, felici. Gli animali
rimproverano l’uomo con la loro
felicità. Io le guardavo e attonito
mi domandavo: forse anche per noi
un giorno fu così, semplice, tutto?
Ma venne un giorno di festa e mia madre
ne uccise una, io non so se il maschio
o la femmina. L’altra per un po’
andò cercando la compagna, e invano
la chiamava col verso suo. Finché
comprese d’essere rimasta sola,
divenne altera, prodigiosamente
mutò d’indole, quanto prima era
pavida e mansueta tanto adesso
nella sua solitudine si fece
feroce, vigilava che nessuno
s’avvicinasse alla casa, aggrediva
anche il postino abbassando il collo
orizzontale sibilando un fioco
urlo col becco aperto come le oche
capitoline contro Brenno quando
salvarono la vita ai senatori.
E tutto il giorno quell’oca superstite,
come già morta custodiva immobile
la casa dei suoi nemici.
da Terra e cenere (Il Labirinto, 2002)