Cartoline

Massimo Botturi

Capaci si di farmi esultare, quelle bestie
le bestie pigre e angeliche in cortile.
L’ armonia
del ruminare, fottere e mordere
morire.
La polvere del solo deserto a me concesso:
campagna del bresciano
dove il moscone stride, la rondine tra fili magnetici
le vespe, sul glicine e sul fico
col latte suo più acerbo.
Capaci si di farmi esultare:
quelle gambe
le gambe nude della cugina sopra il fieno
il sempreverde sotto il cotone
abbozzo il seno. Torace come prugna novella
da succhiare.
Capace a fare folli le sere: il gran silenzio
dell’erba morta ai fossi asciugati
i grilli sciocchi
che non han più coscienze da tormentare, infine.
Capace d’esaltarmi le vene: il vino rosso,
rubato alla vigilia del sonno per far sogni
oscuri e meno oscuri
o forse farne niente.
Cadere come un sasso d’inerzia, fino al giorno
che tira le sue tende tra gli olmi
e ho cinquant’anni
e l’eco della cagna che abbaia a qualche d’uno.
Forse il postino a cui dire grazie,
per notizie, e cartoline da un altro mondo
quello ieri.

Downtown

Massimo Botturi

Quaranta mani dopo che cercano dei soldi
diciotto e più semafori coi lavavetri
e un ghisa.
Più giù del Vigorelli, dei Beatles
della Fiera
dopo la montagnetta dei poveri sciatori.
C’è una caserma tutta di semplici, sul grigio
sfrangiata dal mercato negli angoli
i dì pari.
C’è un portoncino vetro smeriglio
tu, di là, potresti essere nuda
e noialtri così sia
nemmeno l’ombra fiacca di un pelo.
Un campanello
il sole gli ha smangiato metà cognome e il nero.
Se premi s’alza un nuvolo pieno di piccioni
e i ragazzini tutti in cortile fanno il palo.
E dopo il campanello un lenzuolo che s’asciuga
una raccomandata sul pizzo del comò
un’Ambrosoli mezza succhiata sul parquet.
Il disco della Decca che insiste
ecco, tu
hai messo del colore per gli occhi
su il caffè.
C’è odore d’acqua e di varecchina un po’più in là
la luce della stanza è rimasta lì per noi
la tapparella ferma a metà;
tirala giù.

Io ti saluto e rido

Massimo Botturi

Dal basso di perenne idiozia, io ti saluto.
Le mani sulla rete che qui divide l’orto
dal magro viale in ghiaia della mia casa prima.
Io ti saluto come l’ebreo da un treno in fiamme
il nero incatenato, il bambino minatore.
Su me il sole supremo di David non scintilla
non miete le stagioni dei riccioli e del pane
la tavola abbondante, la pietra nell’anello.
Io ti saluto nudo nei piedi, sporco e puro
più vigile di un merlo disceso in mezzo all’erba.
Io sono margherita di campo che l’inchioda
il sorso d’acqua gelida, il frutto ricordato.
Io ti saluto con il cappello tra le mani
davanti a quel ciliegio osannato da Tonino;
ho qui un bel fazzoletto di biglie e calamite
la lista del negozio, che mamma farà tardi.
Ho qui un bastone pronto per correre in salita
una lettiga fredda chiamata per il padre.
Io ti saluto, mia gioventù, e un po’ ne rido
ché la pazienza forte d’amore ho conosciuto
e il mare della musica riempie le mie orecchie.
Ne rido come il pazzo all’elettrodo, o il malato
a dieci milligrammi d’inganno
come il cieco, che ha eclissi mattutine e notturne
in egual modo.
Io ti saluto, seno di perla, bocca bella
avorio tra le gambe di cedro, mia adorata;
come adorate sono le cose tutte, vive.
Io ti saluto e rido
botanico e animale, ginestra e lupo buono
la neve a primavera.
Ti rido da una panca sul porto, dalla spuma
che l’acqua più ribelle s’inventa.
Rido e basta. Dall’alto d’idiozia fatta uomo
e bacio il miglio, le foglie d’oleandro
la fretta delle rose.

Lazzaro

Massimo Botturi

Saprai quant’è importante ogni cosa, la infinita
la piccolina e quella perduta.
Il volo breve, il passo di un bambino
dopo la malattia, il bacio di un amico tornato
il canto muto
di mamma mentre spiccia e già pensa a far di cena.
Vedrai come il più sciocco respiro sia possente
un vento tra africano ed indiano
un’acqua cheta, che d’improvviso s’alza sul mondo.
Il tuo destino, il dodici di un mese qualunque
il libro letto, e quello che ti aspetta con gambe spalancate.
Ritroverai il sapore delle amarene nuove
il nettare del fiore che hai strofinato agli occhi;
la tenera peluria di Carla e la morosa
venuta dalle scale come una mareggiata.
Vedrai come si spacca il tuo cuore per davvero
davanti alla bellezza, al dolore, al firmamento
a quel cavallo matto nel prato, agli usignoli.
E proverai più forte quel desiderio antico
d’avere il fiato forte dei vivi tutto addosso;
il grano dentro il palmo di mano, baci intensi
carezze come anatre ai fossi
fare amore.

Primula

Massimo Botturi

Quando s’andava per mandorli, o noccioli
con un cavagno d’aria e di eccitazione pura;
s’aveva gli occhi buoni per tutto
più indulgenza,
nessuna piega brutta nelle fotografie.
Ogni occasione aveva l’azzurro del toccare
il porpora del palpito, l’arancio del calore.
Noi due s’aveva gambe spretate e incuriosite
sambuchi dove il sole faceva ragnatele;
le piccole ferite venivano concluse
con grasso di balena e con baci di limone.
Bastava fare via un po’ i capelli ed era Pinta
Santa Maria alla bocca d’America
era un pozzo
di ori e di profumi, di musica orchestrale.
La testa ci sudava come i cavalli in piazza
di sotto la fontana del sindaco;
e amavamo
come la notte certe ragazze ventre chiaro
la primula tra gli inguini, rossa
silenziose.

September Blues numero uno

Massimo Botturi

Si purga questa vita,
come a una tubatura.
Un crogiolo dove fa da padrone il mal di mare
il poco orientamento
il fosco delle nubi.
Ci sono le occasioni, sicuro, le conchiglie
le pagine dell’acqua passata
stare insieme.
La schiena mi ha goduto la terra mille volte
con te vicina verde di erba e amore fatto;
ci siamo anche poggiati la mano sulla fronte
per troppo sole e accento di fuoco.
Poi nutriti
abbeverati al labbro di dio
respinti
chiusi.
Aperti come rotte di stelle, rivelati.
Abbiamo anche sorriso dormendo
per magia, per doppia vita
mezza segreta
mezza infame.
Ci siamo illusi fosse domenica anche oggi
che fuori c’è già un buio sospetto
e poca voglia, di mettere la prima
e la radio.
Un caffè doppio
il ritmo di ferraglia
la cipria da indossare.

Tulipano

Massimo Botturi

Avevo un cuore grande come un treno
le gambe spelacchiate incapaci a stare ferme.
Avevo sempre voglia della tua bocca bianca
Il gran rumore schietto dell’acqua per padrone;
bretelle e una camicia pulita da levare
la sera che aspettavi distesa, come Praga
vestita d’arte nuda e fiorita.
Avevo tutto, e poco per ricordo
perché sostavo pieno tra le tue cosce magre
e il tempo era niente da aspettare, un bel cavallo nero di notte
le sue froge
a fare l’aria smossa di lucciole e pendagli.
L’acchiappasogni della mia lingua era una moto
il tuo veliero sempre bagnato
e il corpo luce
elettrico, ma morbido e dolce
un tulipano. Colore che volevi
di volta in volta
amore.