Tempo in cammino

Julio Cortázar

Julio Cortázar

Per di più mi spiazza i centri,
mi rattrappisce l’albero spiovente dell’anima
questo calore senza fuoco, questa moneta senza danaro,
i ritratti appesi alle facce,
gli stivaletti vuoti che entrano nei tram.
Cose di cielo buttate negli angoli
non mi consolano più,
perché non si è felici col non essere disgraziati,
non si torna alla domenica dal martedì.
Domande e risposte,
cubana etichetta verde
oggi però ha suonato così bene la pianista
a beneficio dei figli degli annegati,
una donna vendeva frittelle in Plaza de Mayo;
osservi che dico un giorno buono.
Tenga a freno la sua cintura, cittadino,
voti perché le nuvole si alzino
e gli uccelletti cantino,
mediti il miele, che si accetta vomito,
il cane che il vomito divora,
il vomito che soffre d’essere stato minestra e vino
e lo guardi gettato supino.
Tutto mi frega, però le cose cresceranno
come il sangue nei termometri,
e perché farmi caso: altri aspettano
importanti, e qui ti voglio vedere:
Cittadini! Di che colore era il cavallo bianco di San Martín?

Un canto italiano

Julio Cortázar

Julio Cortázar

Il presente come un appartamento di stucchi e arazzi con pareti
falsamente profonde per occhi che consentono.
La porta, lì, e anche una finestra.
Quale riporta il passato, quale contiene il futuro?
Questa colonna scavata sa di più,
però non cede il suo linguaggio di cenere
come se per aprirsi il passo nella sagomatura crudele
ci fossero necessarie altre mani non queste povere
che reggono mele e coltelli.
Identità, riunione! Esilio bello!
Dolce questo divorzio che ci brucia lento,
la lotta con il tempo continua a essere
luce di tutte le fiammate, grazia di ogni passo.
Barca in mare, arancia appesa all’azzurro,
brillìo di pesci contro le profondità!
Vedo nell’onda un segno senza oggetto, cresce
come la morte di ogni frutto, fragore
d’aria esplosa in pezzi! Ardi, cicala,
niente passa finché canti, finché
il giorno sospeso alle tue elitre
sia una bacca dolce di chitarre.
Do nome a cose chiare: questo pezzo
di pensiero è Italia. Che presente
meno macchiato di parete, meno opaco?
Spugna meridiana, lagenaria sonora,
e nella sequenza delle strade, fra oleandri rosa e pietre
questo poroso essere, questo istante che dura.
Allora, che lo strappo del disdetto amore,
il sandalo bruciato dal vento, la notte
con tutte le stelle che ti pesano sulle spalle,
siano riunione. Il grillo si affaccia,
si spezza un vimine. E questo fu, sarà,
o solamente sta accadendo? Guarda,
bevi da ogni fonte. Da te bevono i morti
senza che una nuova estate di covoni
non ti dia il diritto di dimenticare. Non rimpiangere
i vecchi anni. Essi dormono
nella tua veglia, e veglieranno come questo grillo
nella penombra del tuo sogno.
L’appartamento con stucchi e arazzi
cede all’essere che lo abita, come cede la gabbia
se il suo uccello canta.

Ti amo

Julio Cortázar

Julio Cortázar

Ti amo per le ciglia, per i capelli, ti dibatto nei corridoi bianchissimi dove si giocano le fonti delle luci,
ti discuto a ogni nome, ti svelo con delicatezza di cicatrice,
ti vado mettendo sulla testa ceneri di lampo e nastri che nella pioggia dormivano.
Non voglio che tu abbia una forma, che tu sia precisamente ciò che viene dietro la tua mano,
perché l’acqua, considera l’acqua, e i leoni quando si dissolvono nello zucchero della favola,
e i gesti, questa architettura del nulla,
che accendono le loro lampade a metà dell’incontro.
Tutta mattina è la lavagna dove ti invento e ti disegno,
pronto a cancellarti, così non sei, neppure con questi capelli lisciati, questo sorriso.
Cerco la tua somma, il bordo della coppa
dove il vino è anche la luna e lo specchio,
cerco questa linea che fa tremare un uomo in una galleria di museo.
Per di più ti amo, e fa tempo e freddo.

Se devo vivere

Julio Cortázar

Julio Cortázar

Se devo vivere senza di te, che sia duro e cruento,
la minestra fredda, le scarpe rotte, o che a metà dell’opulenza
si alzi il secco ramo della tosse, che latra
il tuo nome deformato, le vocali di spuma, e nelle dita
mi si incollino le lenzuola, e niente mi dia pace.
Non imparerò per questo a meglio amarti,
però sloggiato dalla felicità
saprò quanta me ne davi a volte soltanto standomi nei pressi.
Questo voglio capirlo, ma mi inganno:
sarà necessaria la brina dell’architrave
perché colui che si ripari sotto il portale comprenda
la luce della sala da pranzo, le tovaglie di latte, e l’aroma
dl pane che passa la sua mano bruna per la fessura.
Tanto lontano ormai da te
come un occhio dall’altro,
da questa avversità che assumo nascerà adesso
lo sguardo che alla fine ti meriti.

La nonna

Julio Cortázar

Julio Cortázar

Un giorno moriremo, ma il canto viene prima.
Nonna tu nei cortili dell’estate, già alzata all’alba,
sola ad aprire imposte e ricevere il sole,
accompagnando la febbre dei miei ultimi sogni con lo strofinio appena udibile dei tuoi passi,
entrando dalla parte del giorno a restituirmi il mondo nella fragranza del caffellatte.
Non dimentico nulla, io crebbi sulla sponda della tua vestaglia e dei tuoi scialletti,
del tuo gusto per il lillà che ti fa come una cenere di colombe fra i capelli e le guance,
e sento un’altra volta il soave andare delle pantofole che ti portai dal Cile.
E sto vedendo la lunghissima treccia che tu lasci libera
quando ti alzi, come un ricordo dei tuoi anni di ragazza.
Tu non lo sai, nonna, però in te finisce il tempo, la successione dei giorni e delle spiagge,
delle aule e dei pianti, dell’amore nei suoi mille specchi,
dell’uomo e del bambino che riconciliano le loro distanze nei tuoi occhi, oh paese della pace.
Ti vedo e sono piccolo e sono proprio io,
e niente impedisce che il piccolo e l’uomo ti diano lo stesso bacio e si rifugino nel tuo abbraccio.
Questi capelli che tu accarezzi e che pettinasti per la prima volta,
questa fronte che stai baciando e che lavasti dal sudore della nascita,
queste mani che vanno per il mondo palpando i suoi bei vuoti,
e che guidasti nel primo incontro con il cucchiaio e la palla,
tornano al posto del riposo, e non se ne vanno, nonna,
sebbene io viva alzato verso tante rotte, e non se ne vanno, nonna.
La nonna spunta con il giorno a visitare l’orto e le galline
spartisce l’acqua e il mais, ammira i pomodori e i loro progressi,
e gode del racemo che si inerpica, del lampadario delle prugne regine claudie,
e va per le profondità della casa distribuendo l’ordine.
A volte mi alzo, l’accompagno e, associato ai suoi riti,
do da mangiare agli uccelli e irrigo le veccie,
sento il tremito dell’acqua sui rampicanti che bucano i muri e che la ricevono crepitando
e si riempiono di scintille.
Ho dieci anni, vivo insieme ai bruchi e alle anatre, sono tenero e crudele,
ammazzo e proteggo, ordino come un re le cose del mio regno,
e sopra di me sta la nonna, le arrivo già all’altezza delle spalle, sulla punta dei piedi arrivo a baciarla,
e i nostri occhi si scoprono nell’allegria comune dei polli nati durante la notte.

Tutti i giorni un cucchiaio

Julio Cortázar

Julio Cortázar

Adesso che nomino il centopiedi snello,
fiume di palme di mano, trireme cenerognola,
che mi cada sul viso, che mi entri
in un occhio, contorcendosi orribile fra le palpebre,
e rompa i suoi anelli e mi lasci
coperto di zampette furibonde, di veleno
e sventura.
Viso del mezzogiorno,
impara il centopiedi, l’ignominiosa
necessità di andarsi disseccando,
e guarda: non star triste, non andartene di là
a raccontare la tua vita alla gente.
Questo è niente, un disegno che lasciarono andandosene
i poveri, poveri vecchi,
un tappetino dove servivano il tè, e adesso
a lavarsi le mani per andare a dormire.

Gli amanti

Julio Cortázar

Julio Cortázar

E chi li vede che se ne vanno per la città
se tutti sono ciechi?
Loro si prendono per mano: qualcosa parla
fra le dita, dolci lingue lambiscono
l’umido palmo, corrono per le falangi,
e sopra sta la notte piena d’occhi.
Sono gli amanti, la loro isola fluttua alla deriva
verso morti di cespuglio, verso porti
che fra lenzuola si aprono.
Si disordina tutto attraverso gli amanti,
tutto trova la sua cifra giocata;
loro, però, neppure sanno che
mentre rotolano nell’amara arena
che è loro c’è una pausa nell’opera del nulla,
e che il tigre è un giardino che gioca.
Albeggia nei carri dell’immondizia,
cominciano a uscire i ciechi,
il ministero apre i suoi portoni.
Gli amanti arresi si guardano e si toccano
una volta di più prima di fiutare il giorno.
E già sono vestiti, già se ne vanno per la strada.
Ed è solo allora
quando sono morti, quando sono vestiti,
che la città li recupera ipocrita
e gli impone i doveri quotidiani.

Il futuro

Julio Cortázar

Julio Cortázar

E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menù,
o nel sorriso che alleggerisce il “tutto completo” delle sotterranee,
nei libri prestati e nell’arrivederci a domani.
Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
nè ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.
Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all’angolo della strada mi fermerò,
a quell’angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
nè qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,
nè la fuori, in quel fiume di strade e di ponti.
Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero
che oscuramente cerca di ricordarsi di te.

L’infinito inizia

Julio Cortázar

Julio Cortázar

Disegno della tua voce nella riva del sogno,
scogliere di cuscini con quest’odore di costa vicina,
quando gli animali buttati nella cala, le creature di sentina
odorano l’erba e per i ponti si arrampica
un tremito di pelle e di furioso godimento.
Allora mi capita di non conoscerti, aprire l’occhio di questa lampada
a cui sfuggi coprendoti il viso con i capelli,
ti guardo e non so più
se ancora una volta affiori dalla notte
con il disegno esatto di quest’altra notte della tua pelle,
con il ventre che palpita la sua respirazione soave
abbandonata appena nella nostra tiepida spiaggia
da un leggero colpo di risacca.
Ti riconosco, salgo per il profumo dei tuoi capelli
fino a questa voce che nuovamente mi sollecita,
contempliamo
nello stesso tempo la doppia isola sulla quale siamo
naufraghi e paesaggio, piede e arena,
anche tu mi sollevi dal nulla
con il tuo sguardo errabondo sul mio petto sul mio sesso,
la carezza che inventa nella mia cintura il suo galoppo di puledri.
Nella luce sei ombra e io sono luce, sono la luce della tua ombra
e tu gettata nelle alghe fingi l’ombra del mio corpo,
quando la sua angusta fronte ferisce le pietre e proietta
come un fragore di voragine all’altro lato, un territorio
che inutilmente investe e brama.
Ombra della mia luce, come raggiungerti,
come inguainare questo balenio nella tua notte!
Allora c’è un istante segreto
in cui gli occhi cercano negli occhi un volo di gabbiani,
qualcosa che sia orbita e richiamo,
una consacrazione e un labirinto di pipistrelli,
ciò che sorgeva nell’oscurità come un gemere a tentoni,
una pelle che si raffreddava e scendeva, un ritmo rotto,
si muta in convivenza, parola d’ordine, strappo
del vento che si infrange contro la vela bianca,
il grido della vedetta ci esalta,
corriamo insieme fino a che la cresta
dell’onda zenitale ci travolge
in una interminabile cerimonia di spume,
e ricominciano i naufragi, il lento nuoto verso le spiagge,
il sogno bocconi fra meduse morte e i cristalli di sale
dove arde il mondo.