L’impresa

John Donne

John Donne

Ho compiuto un’impresa più grande
di tutte quante i Grandi abbiano compiuto,
e un’altra anche più grande ne deriva,
ed è tenerla segreta in cuore.
Non sarebbe che follia divulgare
ora la tecnica della pietra speculare,
se chi abbia appreso l’arte
di tagliarla, non può più trovarne.
Così se ora la rivelassi, gli altri
(ché non c’è più eguale
sostanza su cui agire) come prima
continuerebbero a amare.
Ma chi ha trovato la bellezza interiore,
aborrisce ogni esteriorità.
Chi ama la pelle e l’incarnato,
non ama che l’abito più vieto.
Se anche voi come me vedete
la Virtù in abito di donna,
se osate amarla, se osate dirlo,
e andare dimentichi di Lei e Lui,
e se questo amore, così fondato,
tenete celato a chi è profano,
che non vi presterebbe fede
o se lo facesse, sarebbe solo per beffarlo,
allora avete compiuto un’impresa più grande
di tutte quante i Grandi abbiano compiuto,
e un’altra anche più grande ne deriva,
ed è tenerlà segreta in cuore.

L’anniversario

John Donne

John Donne

I Re, i loro favoriti,
magnificenza d’onori, bellezza, e ingegni,
lo stesso sole che fa il tempo che va,
tutto ha aggiunto un anno alla sua età
da quando la prima volta ci siamo visti.
Ogni altra cosa va alla distruzione,
il nostro amore solo non declina,
non ha domani, non ha ieri,
vola, e da noi mai vola via
Fedele al suo primo, e ultimo,
giorno che non muore.
Due tombe devono coprire il tuo, il mio corpo,
fosse una la morte non sarebbe divorzio.
Come ogni altro principe, oh anche noi,
l’un dell’altro principi bastevoli,
alla morte infine dobbiamo cedere
gli orecchi, gli occhi, così spesso nutriti
di promesse vere, di dolci lacrime salse.
Ma anime che non albergano che amore,
(ogni altro pensiero essendo passeggero)
questo stesso amore, o in cielo uno più grande,
proveranno quando, i corpi dati alle tombe,
dalle tombe le anime migreranno.
Là sarà beatitudine totale,
per noi, per tutti gli altri.
Qui sulla terra, noi siamo Re e tali
che nessuno può essere Re
come noi lo siamo, e suoi sudditi anche.
Chi più al sicuro di noi? in questo luogo dove
nessuno può tradirti, solo noi due.
I timori freniamo, i veri e i falsi;
sovranamente amiamoci, viviamo;
anni e anni aggiungiamo per avere il dono
di contare fino alle nozze di diamante.
Oggi, inizio del secondo anno
del nostro regno.

Lezione sull’ombra

John Donne

John Donne

Ferma, ti voglio fare, amore,
una lezione di filosofia d’amore.
Tre ore abbiamo passeggiato
e per l’intero tratto due ombre,
che da noi stessi si fanno,
ci hanno accompagnato.
Ma ora che il sole è a perpendicolo sul capo
su quelle ombre teniamo i nostri passi,
e le cose risultano in strenua chiarità.
Così mentre cresceva il nostro amore infante,
da noi, dai nostri affanni, le ombre fluivano
e gli inganni; ma non è più ora così.
Non ha raggiunto il grado supremo
un amore tutto attento a non essere veduto.
Fermiamo il nostro amore a questo mezzogiorno,
o altre ombre opposte noi faremo;
e se le prime furono per accecare gli altri,
queste che si faranno, agendo su di noi,
i nostri stessi occhi renderanno ciechi.
Se il nostro amore declina, se a ovest
trova tramonto, io a te, tu a me,
ingannevoli, il nostro agire occulteremo.
Si dissolvono le ombre del mattino,
ma queste si allungano per il giorno intero.
L’amore che s’!anisce, oh è un breve giorno!
È luce stabile, ferma l’amore, o luce che cresce.
È notte il primo attimo dopo mezzogiorno.
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L’estasi

John Donne

John Donne

Dove, come un guan­ciale sopra un letto,
la pre­gna riva s’alza a riposare
la viola dal capo reclinato,
posammo noi, l’uno cuore dell’altro.
Le nostre mani salde, cementate
da un bal­samo tenace che ne sgorga,
i raggi degli sguardi s’incrociavano,
gli occhi infi­lando su di un refe doppio.
Così per ora inne­stare le mani
fu tutto il nostro modo d’esser uno
e con­ce­pire imma­gini negli occhi
fu nostra sola moltiplicazione.
Come tra eguali eser­citi la sorte
sospende incerta la vittoria,
le nostre anime (che per allargare
il campo erano uscite da noi) tra noi s’alzavano:
e men­tre là nego­zia­vano le anime,
noi gia­ce­vamo, sta­tue sepolcrali:
tutto il giorno immu­tata l’attitudine,
non dicemmo parola tutto il giorno.
Se alcuno, dall’amore raffinato
sino a inten­der la lin­gua delle anime,
fatto dal buon amore tutto spirito,
alla giu­sta distanza fosse stato,
egli, pure igno­rando quale anima parlasse
(poi­ché a un modo inten­de­vano e par­la­vano entrambe)
nuova subli­ma­zione avrebbe ricevuto
ripar­tendo più puro.
Ogni per­ples­sità discio­glie l’estasi
(noi dicemmo) e ci dice quel che amiamo:
da lei sap­piamo che non era il sesso,
sap­piamo che di ciò nulla sappiamo.
Ma poi­ché ciascun’anima racchiude
cose mischiate e igno­rate, l’amore
quelle anime mischiate mischia ancora
e fa una di due, que­sta e quella ciascuna.
Tra­pian­tare un’unica viola:
forza, misura, sfu­ma­tura, quanto
era dap­prima povero e mancante,
tut­ta­via si rad­dop­pia e si moltiplica.
Così quando l’amore una con l’altra
due anime inte­ra­nima, quell’unica
anima più com­piuta che ne sgorga
vince sulle man­canti solitudini.
E noi che siamo que­sta nuova anima,
sap­piamo ormai di che siamo composti,
ché gli atomi da cui cre­scemmo sono anime
da muta­mento intoccabili.
Ma ahimé, per­ché così a lungo e tant’oltre
negarci ai nostri corpi?
Se anche non noi, pure son nostri. Noi
siamo le intel­li­genze, essi la sfera.
Dob­biamo loro gra­zie, ché per primi
così ci avvi­ci­na­rono ed a noi
cedet­tero le forze e i sensi loro,
lega, e non sco­ria, a noi.
Non influi­sce il Cielo sull’uomo se dapprima
nell’aria non lo imprima, sic­ché l’anima
possa fluir nell’anima, seppure
prima al corpo ripari.
Come il san­gue s’ingegna a generare
spi­riti quanto può simili ad anime
(ché tali dita deb­bono annodare
quel fine nodo che ci rende umani)
così deb­bono scen­dere le anime
dei puri amanti a facoltà ed affetti
che il senso possa cogliere ed apprendere,
o gia­cerà in catene un grande principe.
Ai corpi dun­que ci vol­giamo, che i deboli
pos­sano con­tem­plare rive­lato l’amore:
i misteri d’amore cre­scono nelle anime
ma il nostro corpo è il libro dell’amore.
E se un amante, uno come noi,
udisse que­sto dia­logo a una voce,
ci osservi: poco ci vedrà mutare
quando ritor­ne­remo ai nostri corpi.

L’indifferente

John Donne

John Donne

Posso amare la bionda e anche la bruna,
quella molle di abbondanza, quella che tradisce la penuria,
quella che preferisce la solitudine, quella che vuole
commedie e balli in maschera,
la donna di città, la donna di campagna,
la credula e la scettica,
quella che piange sempr.e con gli occhi suoi di spugna,
quella che non pIange mai, sugherosa e secca.
Questa e quella posso amare, e te e te,
ognuna posso amare, ma se fedele non è.
Nessun altro vizio vi contenta?
Non vi soddisfa fare come le vostre madri?
Esauriti i vecchi vizi, ne volete trovare altri?
O siete tormentate dal timore che l’uomo sia fedele?
No, non lo siamo, neppure voi lo siate;
ne voglio venti, venti ne abbiate voi.
Derubatemi, ma non legatemi; lasciatemi andare.
lo che sono giunto per viaggiare in voi,
dovrei diventare meta fissa per vostra fedeltà?
Venere mi udì sospirare questo canto,
e per la Varietà, la parte più dolce dell’Amore,
giurò di non avere mai udito niente di simile,
e che non avrebbe più dovuto essere così.
Se ne andò, esaminò la cosa, in breve
fu di ritorno e disse: ahimè, ci sono due o tre
poveri eretici in amore che pensano di instaurare
una pericolosa perseveranza. Ma io ho detto 16ro:
volete essere fedeli, lo sarete,
a chi non vi sarà fedele.

Il sorgere del sole

John Donne

John Donne

Vecchio stolto faccendiere, sole dissennato,
perché così,
attraverso vetri e tende vieni a visitarci?
Le stagioni degli amanti devono volgere
ai tuoi movimenti?
Sfacciato dannatissimo pedante, va a strapazzare
gli scolari in ritardo, i garzoni inveleniti,
va a dire ai cacciatori: il Re vuole cavalcare,
chiama le formiche dei campi alle fatiche del raccolto,
immutabile l’amore non conosce climi e stagioni,
non giorni, mesi, e ore, del tempo solo i brandelli.
Perché pensi che i tuoi raggi
siano tanto potenti e venerandi?
Con un battito di ciglia potrei eclissarli,
obnubilarli, se non che non vorrei
non vedere lei tanto a lungo.
Se i suoi occhi non hanno accecato i tuoi,
guarda, e domani quando è tardi dimmi
se le Indie delle spezie e delle miniere
sono dove le lasciasti, o sono qui da me.
Chiedi dei Re che hai visto ieri,
ti sarà detto, che giacciono tutti qui in un letto.
Lei è tutti gli stati, io sono tutti i principi,
nient’altro esiste.
A paragone i principi non recitano che la nostra parte,
ogni onore è mimica, ogni ricchezza è alchimia.
Tu sei felice, oh sole, molto meno di noi,
in cui il mondo si è così contratto;
la tua età richiede agi, il tuo compito
è di scaldare il mondo – scaldaci, ed è fatto.
Splendi su noi e sarai dovunque,
questo letto è il tuo centro, queste pareti la tua sfera.

La canonizzazione

John Donne

John Donne

Basta parole per carità, lasciatemi al mio amore.
Rimproveratemi il tremito o la gotta,
irridete i cinque capelli grigi o la fortuna distrutta,
arricchitevi, con le arti miglioratevi,
fate carriera, trovate un posto, ossequiate
Sua grazia e Suo onore, contemplate
il Re in persona, o al suo volto in effigie,
fate quel che volete,
ma lasciatemi al mio amore.
Chi mai ho danneggiato con il mio amore?
Che mercantili ho affondato di sospiri?
A chi ho inondato di lacrime il podere?
Fu mai spento un primo vere dai miei geli?
E gli ardori delle mie vene aggiunsero
un altro nome alla lista della peste?
Altre guerre trovano i soldati, e ancora
gli avvocati contendenti a muovere querele,
anche se io e lei siamo in amore.
Dateci i nomi che volete, così ci ha fatto amore.
Ditemi mosca, di lei ditelo pure,
noi siamo anche le candele,
di noi stessi moriamo, in noi troviamo
l’aquila e la colomba. Da noi l’enigma
della Fenice è reso più perspicuo:
noi lo siamo: noi due che siamo uno.
A un unico indistinto i sessi convenuti, ..
identici moriamo e risorgiamo, .
fatti misteriosi da questo amore.
Se non è dato vivere d’amore, si può morirne.
Se non adatta a feretri e a sepolcri
la nostra leggenda trascorrerà nei versi.
Se nelle cronache non ci sarà spazio
belle stanze ci faremo nei sonetti,
ugualmente s’addicono a ceneri d’eletti
l’urna raffinata, la tomba più importante.
E grazie a questi inni tutti plaudiranno
noi canonizzati per amore,
E invocheranno: voi che sacrale amore
ha fatto mutuo romitorio, voi per cui
fu pace l’amore che ora è furia, voi che aveste
l’anima del mondo racchiusa, e attratti
nel cristallo degli occhi (fatti specchi,
fatti spie, che di tutto a voi fecero compendio)
paesi, Corti e città, impetrate per noi dall’alto
un calco del vostro amore!

Il messaggio

John Donne

John Donne

Rendimi gli occhi sperduti,
oh troppo a lungo hanno sostato su di te;
ma poichè tanto appresero di male,
di modi affettati,
di false passioni,
così che
fatti da te
ciechi alla bella vista,
tienili tu, presso di te.
Rendimi il cuore inerme
che non un pensiero indegno potè macchiare;
ma se edotto da te
alla derisione
di ogni dichiarazione,
al tradimento
di parola e giuramento,
tienilo tu,
chè più non mi appartiene.
Rivoglio i miei occhi.
Rivoglio il mio cuore.
Che le tue bugie possa conoscere e vedere
e riso e gioia provare, quando tu
in angoscia dimorerai
e languirai
per qualcuno che si negherà
o si mostrerà infedele,
come te, ora.

Il sogno

John Donne

John Donne

Caro amore,
per niente al mondo, solo per te,
avrei spezzato questo sogno beato,
era tema per la ragione,
troppo forte per la fantasia –
fosti saggia a svegliarmi, e tuttavia
il mio sogno tu non spezzi, lo continui.
Tu così vera,
il pensiero di te basta
a far dei sogni verità, delle favole storia.
Vieni tra le mie braccia. Poiché ti parve meglio
ch’io non sognassi tutto il mio sogno,
viviamo il resto.
Come lampo, come luce di candela
i tuoi occhi, non il rumore, mi hanno svegliato,
e ti pensai
(tu ami la verità)
un Angelo a prima vista.
Ma quando vidi che vedevi il mio cuore
e sapevi i miei pensieri come un angelo non saprebbe,
quando vidi che sapevi ciò che sognavo e quando
l’eccesso di gioia mi avrebbe svegliato
e allora apparisti – confesso
non sarebbe che profano
pensare te altro da te.
Il giungere, il restare, ti hanno rivelato,
ma illevarti mi fa ora dubitare
che tu non sia più tu.
È debole quell’amore, forte quanto la paura,
non è tutto spirito, puro e coraggioso
se l’onore mischia e la paura e il pudore.
Forse, come le torce che devono essere pronte
vengono accese e poi spente,
così tu fai con me.
Vieni per accendermi, vai per ritornare.
E io di nuovo sognerò quella speranza,
ma per non morire.

Canzone

John Donne

John Donne

Va’, prendi una stella cadente.
Incingi una radice di mandragola.
Dimmi dove sono andati gli anni passati,
o chi fendette del diavolo il piede.
Insegnami a udire il canto delle sirene,
a tenere lontano la fitta dell’invidia,
e trova
qual è il vento
che serva a favorire un animo onesto.
Fossi tu nato per strane visioni,
o per vedere l’invisibile,
mille giorni cavalca e mille notti,
finché l’età di neve ti imbianchi i capelli.
Di ritorno racconterai
degli incredibili prodigi che t’occorsero,
e giurerai che in nessun dove
vive una donna che sia
fedele e bella.
Ne trovassi una, dimmelo.
Sarebbe un dolce pellegrinare.
Ma no, non ci andrei,
neppure se fosse della porta accanto.
Se ancora fedele all’incontro,
o mentre scrivi la tua lettera,
sì proprio lei,
sarà prima ch’io arrivi .
infedele almeno
a due o a tre.